Qatar, tra calcio e diritti umani

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Che ci piaccia oppure no i Mondiali sono da sempre un evento che riesce ad avere un seguito quasi unico. Qualcosa che interessa tifosi e non, su cui tutti hanno qualcosa da dire.

Vale anche per questa edizione che tra qualche giorno decreterà la squadra campione del mondo. Noi abbiamo deciso di concentrarci sulla questione dei diritti umani e soprattutto abbiamo pensato potesse essere utile suggerire alcuni spunti di riflessione per capire come si possano maneggiare, in futuro, eventi (non solo sportivi) con un grande richiamo mediatico.

Per il campionato del mondo di calcio 2022 gli aspetti sono sostanzialmente tre.

  • Il primo: lo sfruttamento e la morte dei lavoratori (molti stranieri) che hanno costruito gli stadi e altre infrastrutture necessarie allo svolgimento della manifestazione.
  • Il secondo: la stretta sui diritti Lgbtq+ , che si è spinta fino alla decisione della FIFA (l’organismo che governa il calcio internazionale) di vietare ai capitani delle squadre in gara di indossare una fascia arcobaleno.
  • Il terzo: la propaganda e la censura da parte delle autorità̀ locali, che hanno limitato, o provato a limitare, il lavoro dei giornalisti al mero evento sportivo.

Qatar 2022 non è stato l’unico mondiale di calcio a essersi svolto in un paese che non rispetta i diritti umani, basta citare i “mondiali della vergogna” del 1978 in Argentina, ai tempi della dittatura militare. Campi di detenzione, torture, legge marziale, desaparecidos, e generali che provavano a coprire le loro atrocità con le partite di calcio. Dopo tanti anni, anche se il Qatar del 2022 non è l’Argentina del 1978, è successo ancora. Dopo tanti anni, i vertici del calcio mondiale hanno voluto giocare nuovamente in un paese che non brilla per il rispetto di diritti e libertà.

Ma quindi, come mai siamo tanto meravigliati, stupiti e indignati dalle notizie che riceviamo? Cosa è cambiato? Sicuramente i tempi sono cambiati, c’è molta più circolazione di informazione e con i mezzi di comunicazione odierna siamo in contatto con tutto il mondo in tempo reale, rendendo difficile nascondere determinati avvenimenti e informazioni. Possiamo quindi considerarci più sensibili di prima a determinate questioni? Nel 1978 l’Argentina dava meno fastidio di quanto ne possa dare il Qatar nel 2022?

E poi per quale motivo, vista la maggiore sensibilità e l’esperienza passata, ci troviamo nuovamente in una situazione del genere? Potevamo evitarlo? Cosa ci indigna così tanto? Che non si tratti solo di calcio ma anche di denaro? E il fatto che sia coinvolto un paese musulmano ha qualche importanza?

C’è poi il capitolo dei media e dell’informazione. Cosa dovrebbe fare un mezzo d’informazione, per esempio una televisione, se volesse denunciare le violazioni dei diritti umani in un paese che ospita un evento con un seguito così importante? Dovrebbe boicottarlo? O forse il semplice fatto di parlarne, denunciando determinate situazioni, accendendo i riflettori sul problema, può essere considerato già abbastanza?

E poi ci siamo noi. In Qatar succedono delle cose che non ci piacciano, ma noi stiamo facendo abbastanza per denunciarle? Avremmo potuto o dovuto fare di più? E come? Siamo spettatori passivi o in qualche modo possiamo anche diventare attori attivi?  Siamo in grado di assicurarci che in una prossima competizione calcistica o altro evento non si ripetano questi avvenimenti? Ognuno di noi darà una propria risposta, ma già riuscire a rispondere a queste domande adesso, ci permetterà di arrivare preparati alla prossima occasione.