Usiamo il linguaggio ampio e non mettiamo le mutande al David. Intervista a Vera Gheno

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Vera Gheno per Pazza Idea Festival (novembre 2022)

Vera Gheno non ha bisogno di presentazioni. Dall’uscita del suo libro Femminili Singolari (effequ, 2019) è diventata la voce di riferimento nel panorama delle riflessioni sulle nuove istanze linguistiche, ambasciatrice del pensiero secondo cui la lingua è un’entità viva che si evolve di pari passo con la società e ne segue i cambiamenti affinché ogni persona possa sentirsi pienamente rappresentata. In occasione della sua partecipazione a un episodio del podcast CivicaPod, l’abbiamo intervistata per approfondire alcune questioni legate al linguaggio, alla letteratura e alla traduzione. 

Parliamo di linguaggio inclusivo. Negli ultimi anni il dibattito si è allargato, arrivando a coinvolgere non più solo gli esperti del settore ma l’intera collettività. Secondo lei qual è lo stato di cose al momento? Le sensibilità stanno cambiando? Abbiamo imparato qualcosa da questo dibattito?

Faccio una piccola premessa: io preferisco chiamarlo linguaggio ampio, perché linguaggio inclusivo fa presumere che ci sia chi viene incluso e chi include – i normali includono, i diversi vengono inclusi. La ri-narrazione come linguaggio ampio serve a cambiare prospettiva: non dobbiamo considerarlo un atto di carità. Tornando alla domanda, io penso che questo dibattito abbia sempre riguardato non solo gli esperti, ma anche le persone attive in politica. Basti pensare alle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, documento del 1987, redatto da Alma Sabatini per la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Poi, grazie a internet e ai social, il dibattito si è diffuso anche al di fuori di questi due contesti. Infatti, dov’è che si poteva incontrare la voce della massa prima? Forse solo in alcuni luoghi deputati a questo. Mi viene in mente Radio Radicale, con i momenti in cui aprivano i microfoni e ognuno poteva chiamare e registrare ciò che voleva, oppure quando facevano le interviste per strada. Ma la vox populi rimaneva comunque sullo sfondo. Adesso invece è emersa. Abbiamo imparato qualcosa dal dibattito? Be’, sicuramente abbiamo fatto dei passi in avanti sulla consapevolezza di genere, sull’autodeterminazione linguistica femminile (e non solo). Bisogna fare attenzione però, perché molte persone che lavorano in questo contesto – me compresa – si trovano all’interno di casse di risonanza, per cui si ha la sensazione che si siano fatti enormi passi avanti, poi uno esce, va per strada, e scopre che la consapevolezza è ancora molto scarsa. Perciò dobbiamo continuare a lottare per le nostre cause. Come dice una mia amica, chi pianta datteri, non mangia datteri. Siamo parte di un processo di cui non vedremo la fine. 

Ci sono ambiti che più di altri hanno mostrato la volontà di cambiare, o che lo hanno già fatto concretamente?

Io non sottovaluterei il ruolo delle nuove generazioni, nel senso che i giovani d’oggi sono sempre più plastici, sempre meno renitenti al cambiamento, e lo mostrano nella quotidianità. È tanto più facile che sia una persona giovane a definirsi in un certo modo o a pensare a sé con una certa identità; e anche che faccia proprie delle parole che arrivano dall’estero, perché noi non abbiamo nemmeno il lessico in certi casi. Per esempio, se parlo di fluidità di genere con persone dalla Generazione Z in avanti, loro capiscono immediatamente a cosa si fa riferimento. Se dico “avvocata” o “ingegnera”, difficilmente storcono il naso. I contesti professionali sono i più retrivi a usare i femminili perché il maschile viene vissuto ancora come forma di prestigio. Poco tempo fa ho tenuto una giornata di formazione su questo argomento in uno studio di avvocatura, e molte donne dicevano: «No, io preferisco essere chiamata “avvocato” perché è più di prestigio»; il femminile è visto ancora come sminuente. E se lo pensano gli avvocati e le avvocate, figuriamoci in altri contesti. 

Quando si parla di linguaggio ampio, si fa sempre riferimento al linguaggio burocratico, giornalistico, dei mezzi di comunicazione. Se parliamo invece di letteratura, valgono le stesse considerazioni o esiste una zona franca in cui agli autori e alle autrici è concesso tutto?

Io direi che è un linguaggio da usare negli ambiti della comunicazione pubblica di tutti i settori, quindi media, documenti, opuscoli informativi, libri di testo, ecc. La letteratura è un’altra cosa. La letteratura è la nostra sandbox, dove noi dobbiamo rimanere liberi e libere di dire tutto, dove trovano spazio anche gli istinti più bassi. Bisogna sfatare dei miti, e questo non sono solo io a dirlo. Lo dice anche, per esempio, Loredana Lipperini in un bel post contro la letteratura “pulitina”, apparso sul suo blog. Io penso che la letteratura non debba sempre essere didascalica, non debba per forza insegnarci qualcosa. A volte è intrattenimento, a volte è denuncia, a volte è languorino da sedare. In ambito letterario io devo essere libera di far parlare il razzista da razzista e il misogino da misogino. Non posso mettere limiti alla creatività, altrimenti va a finire che mettiamo le mutande al David. Ho letto un post di Hanif Kureishi su Twitter, in cui l’autore rifletteva sul rischio che questo afflato di sensitivity reading possa finire per castrare chi vuole scrivere. Tra i commenti a questo post, molte persone dicevano che invece non bisogna essere liberi di offendere. Ma la questione è un’altra: se io mi accosto a un’opera letteraria so che devo mettere in gioco anche me stessa e accettare il rischio che mi faccia offendere. Penso a uno dei libri più brutti e allo stesso tempo più belli che abbia mai letto, American Psycho di Bret Easton Ellis, che descrive delle scene di violenza davvero forti, da far venire i conati di vomito. E ciononostante, io ho abbracciato questa esperienza, che mi può anche aver traumatizzato come lettrice, ma a cui mai rinuncerei. Quindi attenzione a non trasferire l’idea del sensitivity reading – sacrosanta in certi contesti – all’ambito della libertà creativa. 

Qual è il ruolo dei sensitivity reader

Fare del sensitivity reading non vuol dire solo stare attenti alla N-word, alla R-word, ecc. Vuol dire anche controllare che l’autore, magari senza volerlo, non abbia infilato nel testo dei cliché o dei pregiudizi. Isabella Borrelli, studiosa e attivista della comunità LGBTQA+, mi ha raccontato che si è trovata a revisionare i testi di un fumetto in cui si parlava di ciclo mestruale e ha notato che l’espressione “avere il ciclo” veniva usata in modo improprio – perché il ciclo è precisamente il periodo che va dal menarca alla menopausa, quindi una donna “ha il ciclo” per buona parte della sua vita, e poi ogni mese arrivano quei giorni in cui ha le mestruazioni. La persona maschio autore di questo testo non conosceva questa differenza e lei, giustamente, glielo ha fatto notare, perché in una narrazione in cui le mestruazioni hanno un ruolo importante, è bene che le si chiami col loro nome. Quindi il ruolo del sensitivity reader non è solo eliminare delle cose, ma anche aiutare a mettere a fuoco meglio ciò che in prima persona si può non conoscere perfettamente.

Secondo lei c’è il rischio che i sensitivity reader possano snaturare la voce autoriale?

Secondo me il rischio di snaturare c’è, e anche quello di esagerare. Il fervore è sempre sbagliato, perché può portare a fare pasticci mostruosi, anche partendo dalle migliori intenzioni. Vogliamo creare generazioni di persone che non reggono neanche la vista una N-word? Incapaci di reagire alle avversità? All’Università di Firenze tengo un corso che si chiama “La gestione della diversità nelle società complesse”, in cui si parla di tutto, di sessismo, di razzismo, di misoginia. Analizziamo le varie categorie e facciamo degli esempi di linguaggio d’odio, e se parliamo d’odio io lo devo far vedere, non posso censurarlo. Perciò sono un po’ critica sulla questione dei trigger warning che vedo usare online anche da colleghe e attiviste. Ce n’è proprio bisogno? Penso che dobbiamo essere noi capaci di capire quando si tratta di odio reale e quando no. L’ultima sciocchezza che ho sentito è quella legata al Black Friday, secondo cui non si dovrebbe usare questa espressione perché si riferirebbe alla più grande vendita di schiavi neri mai avvenuta negli Stati Uniti. Ma è una bufala bella e buona perché sappiamo che “Black Friday” si riferisce a un tonfo della borsa avvenuto in seguito a una speculazione sul prezzo dell’oro e quindi l’aggettivo black non ha niente a che fare con una persona afroamericana ma con il significato che il colore nero assume nella nostra cultura, cioè quello del lutto e della negatività. Tutto ciò per dire che è facilissimo cadere nell’eccesso. Come si fa a evitarlo? Con la ragione, lo studio e l’approfondimento.

Rimaniamo nell’ambito della letteratura: qual è la sua opinione sul caso Roald Dahl e, in generale, sull’opportunità di intervenire su testi che appartengono ad altre epoche e contesti?

Non ho una risposta semplice a questa domanda. Da una parte, la prudenza filologica mi dice che i testi non si toccano, dall’altra è pur vero che si sono sempre toccati. Sono pochi i testi che non hanno subito un certo adeguamento nel corso dei secoli. Rimanendo sulla contemporaneità, io da ragazzina ho letto tutti i grandi classici di quella che pensavo fosse la letteratura dei giovani, ad esempio Ben Hur, I tre moschettieri, L’isola misteriosa, Michele Strogoff. Solo molto tempo dopo ho scoperto che i libri che avevo letto io erano riedizioni per i giovani, fatte apposta per un pubblico di “young adults”, come li chiameremmo oggi. I tre moschettieri di Dumas che ho letto da ragazzina è un’altra cosa rispetto all’originale che poi ho letto da grande. E questo non era scritto da nessuna parte. Le riscritture si sono sempre fatte, soprattutto nell’ambito della letteratura per bambini e per ragazzi. Inoltre, c’è da dire che le fiabe sono spesso portatrici di cliché. Prendiamo le eroine cattive, ad esempio. Spesso sono impersonate da donne grasse, come Ursula ne La sirenetta, e i bambini e le bambine che fruiscono di queste fiabe possono interiorizzare l’idea che l’obesità sia un segno di cattiveria. In certi casi, allora, penso che sia legittimo fare degli aggiustamenti, sempre che rimanga a disposizione anche la versione filologicamente corretta. 

Come risponde a chi tenta un parallelismo tra il concetto di attenzione a non urtare le sensibilità e quello di censura?

In questi casi io invito sempre a osservare chi è che grida alla censura. Non sono mai rappresentanti delle minoranze marginalizzate, di solito sono maschi bianchi etero cis di una certa età – ma a volte anche femmine bianche etero cis di una certa età – a cui nessuno ha mai tolto la parola, che hanno sempre avuto la massima libertà di dire tutto ciò che volevano in una società che invece ha tolto la parola a tutti gli altri, a neri, a donne, a persone con disabilità, con corpi non conformi, di altre religioni, a persone povere. Il problema è che non viene riconosciuto il relativismo dello sguardo. Il mio è lo sguardo universale e se non posso più dire quella certa cosa, grido alla censura. No! Finalmente, forse, possiamo dire che il mondo inizia a chiederti di essere responsabile delle parole che dici. 

Parliamo ora di traduzione. Nella sua esperienza di traduttrice, le è mai capitato di trovarsi di fronte a un testo che presentava un linguaggio offensivo o non ampio? Come si è comportata?

Se nel testo originale c’è una parola offensiva, io la traduco. Non è mio compito ripulire il testo. Se nel testo c’è un antisemita che dice «ebreo del cazzo», io non è che posso fargli dire altro, perché siamo traduttrici e traduttori e abbiamo una responsabilità forte nei confronti del testo originale e di chi l’ha scritto. Poi chiaramente abbiamo anche una parte di responsabilità nei confronti di chi leggerà, ma è assolutamente secondaria rispetto all’adesione filologica al testo. Nel mio ultimo lavoro, Parole d’altro genere, un’antologia di scritti di 42 autrici, c’è un racconto di fantascienza di Leigh Brackett che in originale si chiamava All the colors of the rainbow, ma quando venne tradotto in italiano per la prima volta, a fine anni Sessanta, fu intitolato I negri verdi, dalla frase di un razzista all’interno del racconto che usa la N-word nei confronti degli alieni, che sono verdi. È chiaramente una metafora del razzismo nella società americana, e ho deciso di lasciare il titolo invariato, senza censurare la N-word, ma mettendo un asterisco in fondo alla pagina per spiegarne le motivazioni: nell’originale non c’è la parola, ma nella traduzione sì, e poiché la traduzione risale a un tempo in cui l’attenzione al non uso di certe parole non c’era, non volevo creare un falso storico. Anche Pasolini, negli anni Settanta, scrisse dei testi antirazzisti usando tranquillamente la N-word, perché all’epoca era normale. Io, comunque, quando traduco cerco sempre di essere molto pedissequa al testo originale. 

Ilide Carmignani ha parlato delle persone che traducono come degli “autori invisibili” di un testo. Ma allora chi traduce è destinato a rimanere invisibile sotto la voce di chi scrive oppure con il suo lavoro può contribuire all’affermazione delle istanze linguistiche?

Secondo me è più probabile che traduttori e traduttrici si trovino ad avere a che fare con le nuove istanze linguistiche, perché in molte lingue ci sono delle riflessioni in corso. Per esempio, la prima apparizione dello schwa in Italia si deve proprio a una questione traduttiva. Nel 2019 la casa editrice effequ ha pubblicato Il contrario della solitudine. Manifesto per un femminismo in comune, di Márcia Tiburi, affidando la traduzione dal portoghese a Eloisa del Giudice. In due punti del testo Tiburi utilizza la forma inclusiva in -e tipica dello spagnolo e del portoghese, scrivendo «feminismo para todas, todes y todos». Ma come tradurre todes in italiano? Alla fine, tra le varie possibilità (schwa, asterisco e u), si è deciso per lo schwa. In definitiva, credo che la traduzione possa stimolare certi tipi di riflessione sul linguaggio, ma il traduttore non è un autore (per lo meno non quando traduce) e secondo me nel testo non ci deve mettere troppo del proprio. Poi è vero che ci sono anche, per così dire, le “traduzioni d’autore”. È emblematico il caso della traduzione del Signore degli anelli, che in origine era uscito in Italia nella traduzione di Vittoria Alliata (versione che è stata ritirata dal commercio per questioni legali). Vittoria Alliata è una nobile siciliana che, dopo aver letto il libro ed essersene innamorata, si è messa a tradurlo per conto suo, da giovanissima, piano piano, con una buona conoscenza dell’inglese ma senza una formazione specifica in traduzione. E, certo, la sua versione contiene degli errori e porta fortemente la sua impronta, ma quando qualche anno fa venne sostituita dalla traduzione di Ottavio Fatica – traduttore di enorme esperienza, che ha fatto un lavoro di grande precisione filologica – molti tolkieniani hanno avuto da ridire perché nella nuova edizione non c’erano più delle cose a cui ci aveva abituato Alliata, pur non essendo così preparata da un punto di vista tecnico. Questo per dire che lì fuori succede proprio di tutto!

Secondo Yasmina Melaouah fare la traduttrice è come essere un’esploratrice; per Riccardo Duranti è un po’ come essere un funambolo della lingua; Claudio Magris invece diceva che il traduttore è sempre un coautore, a volte complice, a volte rivale dell’autore stesso. Per lei cos’è il mestiere di tradurre?

Il supplizio di Tantalo! Un lavoro lentissimo, solitario, doloroso e spesso incompreso, soprattutto quando si traduce da una lingua minore, come l’ungherese nel mio caso, che spesso subisce l’onta di revisioni fatte in base ad altre traduzioni; e allora tu vedi il tuo lavoro massacrato da revisori che guardano alla traduzione francese o tedesca, che storicamente non sono famose per essere attente da un punto di vista filologico, cioè sono traduzioni che tendono ad andare incontro al gusto del pubblico, più che a rispettare il testo originale, quindi per me è sempre una sofferenza. Poi è anche bellissimo perché traducendo si fa da ponte tra culture diverse, ma senza dubbio preferisco scrivere. 

Testi citati

Brackett, L., All the color of the rainbow, «Venture Science Fiction Magazine», Fantasy House Inc., 1957 [trad. it. Di Mario Galli, I negri verdi, 1968]

Carmignani, I., Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria, Besa Muci, Nardò, 2020

Ellis, B. E., American Psycho, Bompiani, Milano, 1991

Gheno, V., Femminili Singolari, effequ, Firenze, 2019

Parole d’altro genere. Come le scrittrici hanno cambiato il mondo, a cura di Vera Gheno, Rizzoli, Milano, 2023

Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, estratto da “Il sessismo nella lingua italiana”, a cura di Alma Sabatini per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna, Roma, 1987

Tiburi, M., Il contrario della solitudine. Manifesto per un femminismo in comune, effequ, Firenze, 2020

Tolkien, J. R. R., Il Signore degli anelli. Trilogia, trad. it. di Vittoria Alliata di Villafranca, Bompiani, Milano, 2000

Tolkien, J. R. R., Il Signore degli anelli, trad. it. di Ottavio Fatica, Bompiani, Milano-Firenze, 2020