Ucraina. Persone in primo piano, tra il teatro e la guerra 

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ph: Lucrezia Zanetti

C’è una cosa che accomuna le storie di Cristina, Elha e Yulia, la passione per il teatro. Ed è proprio questo che ha creato le condizioni per il loro arrivo in Italia una volta scoppiata la guerra nel loro paese. Oggi Cristina, Elha e Yulia vivono a Milano e continuano a studiare recitazione e regia. I loro racconti e il loro sguardo sulla guerra ci permettono di allargare l’orizzonte e di comprendere molto meglio quello che sta succedendo in Ucraina.

Teatro come via di fuga

Il legame con l’Italia è Matteo Spiazzi, registra teatrale che ha lavorato in diversi paesi europei, compresi Russia, Bielorussia e Ucraina. Lo scorso febbraio, quando la Russia invase l’Ucraina, Matteo Spiazzi era a Kyiv per un suo spettacolo sulla storia dell’Ucraina, nell’ambito del progetto #stage4ukraine. Dopo alcuni giorni in un rifugio rientrò in Italia e organizzò subito una rete che potesse ospitare i giovani allievi dell’Accademia Teatrale di Kyiv in Italia, all’inizio a Verona. È così che a un certo punto Cristina, Elha e Yulia sono arrivate a Milano, dove hanno potuto continuare a studiare e hanno anche ricevuto supporto psicologico, fondamentale visto tutto quello che avevano vissuto. 

Cristina, Elha e Yulia hanno partecipato ai corsi della Civica Scuola di Arte Drammatica Paolo Grassi. Partiamo proprio da qui, dal loro rapporto con il teatro e dalle differenze che hanno notato tra il teatro italiano e quello ucraino.

Il Teatro è l’arte dell’incontro ed è il luogo dove l’umano ritrova se stesso. 

Si può riassumere con queste parole il legame con il teatro di queste tre ragazze ucraine. Dopo gli studi di recitazione all’Accademia di Kyiv si sono avvicinate anche alla regia. Normalmente quando si parla di teatro si tende a considerare solo la recitazione, ma il teatro è molto altro. Cristina per esempio ha scelto la regia perché non era d’accordo con l’idea di teatro del suo insegnante (sarà capitato a tutti di non essere d’accordo con un proprio insegnante…). Yulia invece si è innamorata della regia esattamente per la ragione opposta, quando un’opera ti piace così tanto è naturale cercare di seguire le orme del regista. Elha infine considera la regia uno strumento per mettere in atto un cambiamento, una piccola rivoluzione.

ph: Lucrezia Zanetti

“Sin da quando ero piccola – racconta – sapevo di non poter fare molto. Potevo solo cantare, ballare e recitare. Non ero brava in matematica, e non ero nemmeno portata per le lingue. Ricordo che da adolescente mi arrabbiavo parecchio quando vedevo cosa facevano i ragazzi e quanto fosse impari la relazione tra uomo e donna. Mi chiesi anche cosa potessi fare a riguardo. Sapevo di poter fare l’attrice perché ballare, recitare e cantare mi veniva naturale, ma a un certo punto capii che volevo fare la regista. Volevo essere la persona che organizza, che dice agli altri cosa fare e come farlo. Organizzare e dirigere”. 

Se ci pensate tutti noi in alcuni momenti ci chiediamo cosa sappiamo fare, in cosa riusciamo meglio. Elha sapeva danzare, cantare e recitare e non le piacevano le diseguaglianze tra uomini e donne. E voleva anche fare qualcosa a riguardo. Aveva pensato al giornalismo, per denunciare pubblicamente quello che vedeva ogni giorno davanti a sé, ma non era sicura di esserne capace. Sapeva recitare e voleva un cambiamento. La scuola di regia faceva al caso suo.  

L’insegnamento della recitazione in Italia è diverso rispetto a quello in Ucraina. “Nel nostro paese la recitazione è più realista e pratica – ci spiegano tutte e tre – mentre in Italia tende a essere più classica”. Dal loro punto di vista la differenza più grande è che in Italia si è molto impostati, rigidi, quasi plateali. Quindi una recitazione poco naturale, al contrario di quella ucraina che tende a immedesimarsi, ad abbracciare, a diventare un tutt’uno con il personaggio.

La notte che cambiò tutto

“Ero a Kiev. Le uniche cose che avevo con me sul pullman notturno per tornare a casa erano passaporto, soldi e cellulare”.

Il 24 febbraio il mondo intero si è svegliò con la notizia dell’invasione russa dell’Ucraina, e dopo pochi giorni fu subito chiaro che la guerra non sarebbe stata breve. Come per milioni di ucraini quella notte cambiò radicalmente anche la vita di Cristina, Elha e Yulia, poco più che ventenni, originarie di tre zone diverse del paese e compagne di studi all’Università di Kyiv. 

“All’inizio – ricorda Cristina – c’era molta incertezza sulla guerra. Continuavamo a chiederci se fosse imminente oppure no. Quella notte io e i miei amici eravamo nel nostro appartamento a Kyiv. Abbiamo guardato un film sulla guerra. Poi, dopo nemmeno un’ora di sonno mi hanno svegliata. I miei genitori non erano come me a Kyiv, vivevano a Mariupol”.

La famiglia è una questione delicata. Cristina ci chiede espressamente di non farle domande su questo.

Yulia invece si chiede per quale motivo l’invasione russa proprio in questo momento. In fondo la crisi va avanti dal 2014, prima con l’annessione della Crimea da parte di Mosca e poi con la guerra nel Donbass, il sud-est dell’Ucraina.

ph: Lucrezia Zanetti

La famiglia di Yulia è di Irpin, ad ovest di Kiev, una delle località occupate dalle truppe russe lo scorso inverno all’inizio della guerra. “Ho chiamato subito mia sorella. Sapevo che avremmo dovuto arrivare lì il prima possibile. Fortunatamente avevamo la macchina e ci siamo messe subito in viaggio. Irpin è molto vicina a Kyiv, ma ci abbiamo messo lo stesso diverse ore”.

Se non si è mai vissuta una situazione del genere è difficile immaginare cosa voglia dire gestire un’emergenza. Nonostante la paura e il panico bisogna per esempio decidere quali effetti personali portare con sé e quali invece lasciare indietro.

Elha lo descrive molto bene, concentrandosi sulla velocità di pensiero al momento di scegliere cosa mettere in borsa per fare il prima possibile: “passaporto, soldi, telefono e caricatore”.

A noi in questi mesi sono arrivati numeri, immagini, notizie. Ma cambiare la propria vita in una notte, sperando che tutto funzioni, è un’altra cosa. 

Oggi Cristina, Elha e Yulia vivono a Milano, stanno bene, studiano, hanno nuovi amici e riescono a sentire la loro famiglia a casa, in Ucraina. Da un certo punto di vista sono state fortunate. Ma la loro storia rappresenta comunque alla perfezione l’impatto sulla popolazione civile di decisioni politiche prese da chi non ha mai considerato l’importanza del singolo individuo. Purtroppo nelle guerre succede sempre così.

E adesso?

20:00, Bar Vista Darsena, una calda serata di fine giugno 

I racconti di queste studentesse di teatro ci hanno portate a circa tremila chilometri da Milano, in una realtà da noi mai esplorata, anche se ormai da mesi raccontata dai media di tutto il mondo. Cristina, Elha e Yulia si sono integrate bene in Italia, ma il desiderio di tornare a casa è sempre forte. Lo si percepisce in ogni loro riferimento alla guerra.

Quando gli chiediamo se a loro parere dalle macerie si possa ricostruire qualcosa notiamo nelle loro espressioni un velo di perplessità. Fanno molta fatica a immaginare cosa possa succedere in futuro.

Elha prende coraggio e ci spiega che ha molta fiducia nel presidente Volodymyr Zelens’kyj, per lei l’eroe della resistenza ucraina e il nemico numero uno di Vladimir Putin: “Zelens’kyj non vuole arrendersi e io sono d’accordo con lui. Se qualcuno arrivasse a casa tua e volesse prendere il divano e tu dicessi di sì, tornerebbe in continuazione a chiederti altre cose, all’infinito. Nel 2022 – continua Elha – non è possibile prendersi un pezzo di un altro paese”.

L’immagine del divano portato via ci colpisce. Il divano è un mobile casalingo, forse l’oggetto che richiama di più l’idea di nucleo familiare, anzi di nido familiare, uno dei luoghi più sicuri al mondo. Vedersi togliere il proprio nido sicuro porta con sé un sentimento difficile da descrivere, ma che almeno in parte riusciamo a percepire dagli sguardi di Cristina, Elha e Yulia ogni volta che raccontano della loro famiglia, della loro casa, del loro nido travolto e distrutto da un giorno all’altro. 

Se Elha ripone la sua fiducia nelle mani di Zelens’kyj, Yulia è scettica. Ci confessa che non pensa molto a cosa possa succedere domani, perché ormai vive da tempo in un stato di costante incertezza e di perenne allerta: “Per noi la guerra non è un concetto nuovo, nel Donbass si combatte dal 2014, anche se tutti se ne sono dimenticati. Forse perché fino allo scorso febbraio il conflitto ha avuto dei ritmi completamente diversi rispetto a quelli di oggi. Diciamo che ormai siamo abituate a convivere con l’idea di guerra in casa nostra. Proprio per questo lo scorso inverno pensavamo addirittura che lo scontro tra Russia e Ucraina potesse concludersi nel giro di poche settimane. Ma adesso la situazione è più complicata e il processo sarà molto più lungo”.

Come suggerisce Yulia, “Ci vorrà del tempo, una volta finita la guerra, anche per la ripresa e la ricostruzione dell’Ucraina. Il processo dovrà tenere conto dello stato di diritto e dovrà essere il frutto di uno sforzo collettivo dentro e fuori il paese. Come ha detto il primo ministro ucraino, Denys Smyhal, solo così “tutto quello che è stato distrutto verrà rifatto meglio di prima”. 

ph: Lucrezia Zanetti

Nei mesi scorsi l’Ucraina ha ricevuto un supporto importante dagli altri paesi europei, per molti ucraini però l’aiuto non è stato sufficiente. Prendiamo come esempio il ruolo di Unione Europea e NATO. Cristina, Elha e Yulia ci spiegano che i loro genitori hanno criticato entrambe le organizzazioni, perché la loro azione sarebbe stata eccessivamente prudente e timorosa. Troppo morbide le sanzioni europee alla Russia e molto pericolosa la mancata decisione dell’Occidente su una no-fly zone. Ma non tutti la pensano allo stesso modo. “Molti hanno criticato la NATO per la mancata no-fly zone – dice Yulia – però a mio parere sarebbe pericoloso un intervento internazionale. E poi parlare dell’Alleanza Atlantica sposta il dibattito su un altro piano. Questa non è la terza guerra mondiale, è un conflitto tra Russia e Ucraina”.

Il tono fermo di Yulia manda un segnale molto chiaro, che forse la generazione dei suoi genitori e alcune linee di pensiero occidentali non hanno ancora trovato il coraggio di ascoltare davvero: “Noi vogliamo che l’Ucraina entri a far parte dell’Unione Europea perché ci sentiamo cittadini europei e vogliamo far parte di un mondo all’insegna dei valori europei”.                          

Dalle parole di Yulia ed Elha è chiaro come la loro generazione abbia una visione completamente diversa rispetto a quella dei loro genitori. Il passato sovietico è importante e l’Ucraina ha dei rapporti profondi con la Russia, tuttavia non è più un paese satellite ma uno stato sovrano, con una propria lingua, una propria storia e una propria cultura.  “I russi – spiega Elha – pensano che se parliamo russo vogliamo far parte della Russia. Non è così, parlo russo ma sono e mi sento ucraina”.

Yulia ed Elha vengono da due città diverse, Yulia da Irpin Elha da Odessa, ma per entrambe la lingua russa è stata un elemento centrale nel percorso di crescita e formazione. Yulia capisce il russo ma non lo parla praticamente mai. Elha, nata e cresciuta nel sud-est dell’Ucraina, la zona russofona, ha appreso il russo a scuola come seconda lingua, come per noi l’inglese. Dopo l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa, nel 2014, le autorità ucraine hanno infatti tolto l’obbligatorietà del russo nelle scuole. Nonostante questo Elha è rimasta bilingue e il bilinguismo continua a contraddistinguere il suo modo di comunicare e approcciarsi al mondo. Parla in russo con i genitori, in ucraino con insegnanti, coetanei e amici. “Da quando sono arrivata in Italia e ho iniziato a studiare un po’ di italiano – racconta – faccio un po’ di confusione con le lingue. A volte non mi vengono le parole in russo e nemmeno in ucraino, mi vengono però in italiano”. 

Lo sguardo sul mondo di Yulia ed Elha è caratterizzato da un peculiare multilinguismo e multiculturalismo, semplificato molto bene dalla parola Surzhyk, una specie di lingua mista usata dalla maggior parte della popolazione ucraina, nella quale il vocabolario russo è combinato con la grammatica e la pronuncia ucraina.

Alla fine dell’incontro con Cristina, Elha e Yulia ci sembra di non avere molte risposte, anzi forse abbiamo più interrogativi di prima. Ma di sicuro questa storia ci ha permesso di dare dei volti, dei nomi, delle voci a tutti quei numeri sulla guerra che avevamo sentito in televisione e letto sui giornali. Prima l’Ucraina era una realtà lontana, le testimonianze che abbiamo raccolto ci hanno invece insegnato l’importanza di ricordare e raccontare le storie. Solo così si può costruire una memoria, base indispensabile per voltare pagina e vivere il futuro.

Articolo di Sveva Berti, Beatrice Garbin e Lucrezia Zanetti