Chi è diverso da chi? L’antirazzismo può essere un gioco da ragazzi

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ph: Gerd Altmann on Pixabay

Da tempo si combatte un’ostinata battaglia antirazzista, il cui successo però non sembra destinato ad essere ottenuto a breve. Non è forse giunto il momento di cambiare tattica? Se davvero vogliamo sconfiggere ogni tipo di discriminazione, forse dovremmo cambiare non solo il nostro approccio verso chi consideriamo diverso, ma anche la nostra percezione dell’altro. E per mutare un pensiero da dove partire se non là dove la società di domani si sta formando?

Da bambini assorbiamo ciò che osserviamo nel mondo che ci circonda, non solo ciò ci viene insegnato. La scuola diventa allora un luogo di formazione non solo nozionistico ma nel quale sviluppiamo la nostra personalità, i nostri valori, il nostro modo di osservare e di relazionarci con gli altri. Se l’ambiente scolastico è intessuto di stereotipi e pregiudizi, questi entreranno direttamente nel nostro inconscio, e sarà difficile sradicarli una volta divenuti adulti. Per realizzare una società più equa, è perciò opportuno partire dall’educazione, formando ragazzi che sappiano guardare alla diversità con occhi molto diversi dai nostri.

Un’educazione multiculturale 

Il primo passo per sconfiggere il razzismo dovrebbe allora essere la messa in pratica di un’educazione multiculturale, il cui obiettivo principale è quello di fornire eque opportunità a tutti gli studenti. I ragazzi dovrebbero innanzitutto essere consapevoli dei pregiudizi e degli assunti culturali insiti nella nostra società e per questo dovrebbero avere la possibilità di affrontare liberamente questi temi, di riflettere e discutere coi compagni. Evitare di parlare di discriminazione non servirà a farla svanire, ma al contrario la farà sviluppare inconsciamente. Ad esempio, facendo realizzare ai bambini progetti di gruppo a tema diversità, gli studenti saranno stimolati a riflettere sulla propria visione di disuguaglianza e parità e potranno ascoltare le opinioni dei loro coetanei.  

Oltre a uno spazio di discussione, è fondamentale fornire loro materiali interculturali, così che possano guardare il mondo da diverse angolazioni e non ricadere in quella che la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie chiama “la storia unica”, ovvero una visione parziale del mondo in cui una sola parte della società “racconta” e tutte le altre “vengono raccontate”. Ascoltare le voci di esperti, leggere libri di autori con culture e storie differenti fa sì che la realtà non venga vista dagli studenti come il riflesso di un’unica narrazione. Siamo ad esempio abituati a studiare la storia a partire da un unico libro, pur sapendo quanto sfaccettate possano essere le sue interpretazioni, o quanto argomenti come il colonialismo possano essere affrontati in modo diverso a seconda della prospettiva.

Per una scuola equa, occorre riconoscere che attualmente i bambini non hanno pari opportunità, a causa delle differenze economiche, culturali e linguistiche. E se non hanno pari opportunità di studio, non avranno pari opportunità nemmeno in ambito lavorativo o sociale. È quindi necessario che le scuole sostengano e incoraggino gli studenti più svantaggiati, o chi ritiene che lo studio non sia fatto per lui. Nel corso degli ultimi anni sempre più strumenti sono messi a disposizione degli insegnanti per una scuola più inclusiva; è necessario proseguire in questa direzione affinché si possa raggiungere una dimensione il più possibile paritaria.

Quando potremo smettere di parlare di razzismo e invece soffermarci sulla ricchezza di un contesto multiculturale?

Quando uno studente parla per nascita una lingua diversa da quella della scuola, si tende a cercare di integrarlo il più possibile in un contesto monoculturale. Lo si vede come qualcuno bisognoso di aiuto, perché carente nella lingua di insegnamento. Questo può provocare non solo una bassa autostima nello studente, ma anche un senso di inferiorità rispetto ai suoi coetanei. E se invece il suo multilinguismo fosse una risorsa? Non solo lo studente sarebbe più motivato e propenso ad approfondire le sue conoscenze, ma anche i suoi compagni di classe potrebbero voler scoprire qualcosa da lui, conoscere la sua cultura.

Secondo il professor Jim Cummins dell’Università di Toronto, quando gli insegnanti comunicano agli studenti poliglotti che essi hanno le capacità per avere successo a scuola e forniscono loro un adeguato supporto didattico per far sì che ciò accada, stanno al contempo ripudiando gli stereotipi negativi esistenti nella società nei confronti delle comunità di immigrati. Per Cummins gli studenti multiculturali si sentiranno più coinvolti e si impegneranno maggiormente se avranno la possibilità di utilizzare le loro conoscenze pregresse, e quindi in parte anche la loro prima lingua, mettendo in relazione le nuove informazioni con quelle che già conoscono. D’altra parte, per gli studenti monoculturali l’incontro con un compagno etnicamente e culturalmente differente rappresenterà un’opportunità di confronto e di riflessione.

Viviamo in un mondo sempre più globalizzato, nel quale identità diverse si intrecciano costantemente. Abbiamo oggi l’occasione di scoprire sempre nuove storie, di conoscere contesti diversi semplicemente ascoltando le persone che ci stanno attorno. La nostra vita è fortemente influenzata da ciò che accade in luoghi anche molto distanti da noi: pertanto essere a conoscenza del panorama internazionale e delle sue dinamiche diventa un requisito essenziale. E se l’educazione assume un ruolo chiave nella costruzione della nostra identità, forse una formazione multiculturale può permetterci di vivere in questo nuovo mondo interconnesso e offrirci un’opportunità di arricchimento a livello personale. Saremo un giorno in grado di apprendere da chi, oggi, denigriamo? 

Fonti

James A. Banks – Multicultural education: Characteristics and Goals

http://www.razzismobruttastoria.net/categoria-progetti/educazione-anti-razzista/

Jim Cunnins – Rethinking the Education of Multilingual Students: A Critical Analysis of Theoretical Concepts