A piedi con Paolo Rumiz lungo il limes Est-Ovest

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ph: Michal Klajban / Wikimedia Commons

Ho appena letto un libro di Paolo Rumiz che mi ha profondamente appassionato, Trans Europa Express, uscito nel 2012 ma già all’ottava edizione nell’arco di un decennio: non deve avere appassionato solo me, mi sono detto. Ma perché appassiona? Me lo sono chiesto io stesso in più occasioni: perché da sempre provo questa spinta verso Est? Perché tutto ciò che sta da Gorizia in giù mi attira come una calamita? Forse perché, man mano che l’Occidente è dilagato anche in quelli che erano pezzi dell’ex impero di Mosca,

allo sfasciume sovietico s’è sovrapposta la marmorea e costosa nullità del capitalismo. E se di colpo tutto funziona, altrettanto di colpo non c’è più niente da raccontare. L’Occidente è il luogo dove lo sbadiglio regna sovrano.

Questo libro è il diario di un viaggio compiuto a piedi, o con i soli mezzi pubblici, lungo la frontiera tra Spazio economico europeo e mondo ex sovietico, lungo il limes tra Bruxelles e Mosca. Da Nord a Sud; dal confine tra Norvegia e Russia a Kirkenes fino a Odessa, e di qui a Istanbul in traghetto, e infine a Belgrado grazie a un treno diretto che oggi, nel 2023, non circola più.

Quella che mi accingo a scrivere non è una recensione del libro – ce ne sono di ottime – ma sono piuttosto le mie riflessioni personali, che spero invoglino anche voi alla lettura di questa peregrinazione lungo l’ “Europa in verticale”, come lo stesso Rumiz chiama il proprio itinerario. Eh sì, perché man mano che si apre verso Est, l’Europa si allunga in verticale e la distanza tra Murmansk e Atene è molto superiore a quella tra Amsterdam e Siviglia. Diviene un’Europa che già prelude alle immensità dell’Asia, e che non è così periferica come siamo abituati a pensare in una visione troppo sbilanciata a Ovest. 

ph: Angelgreat; Original made by Sémhur / Wikimedia Commons

Trans Europa Express è una lettura che rimette in discussione molti luoghi comuni ai quali siamo talmente abituati da non accorgerci nemmeno più di ciò che sono: appunto, luoghi comuni.

Rumiz inizia il cammino superando una frontiera pesantemente militarizzata, come in era sovietica, e che oggi non so nemmeno se sia più transitabile liberamente: quella tra Norvegia e Russia, tra Kirkenes e Murmansk. Già a ridosso della frontiera, ancora in Norvegia, ci si imbatte nei primi russi, immediatamente riconoscibili a colpo d’occhio:

li vediamo da lontano, per la camminata meno timida, il gesticolare slavo, la musica delle parole. Passare dal norvegese al russo è cambiare mondo. Con i russi le vocali si prendono una rivincita sulle consonanti gutturali del Nord; trionfano le i, frequenti e variegate come le betulle

E il mondo cambia davvero, come argutamente fa notare il capitano di un peschereccio russo:

Sa come li chiamiamo i norvegesi, noi russi? Zamaroženyje, i surgelati

Vichinghi e slavi. Un incontro–scontro che dura da 1200 anni, dalla fondazione della Rus’ di Kiev (1) ad opera degli incursori svedesi, i Variaghi, attratti verso sudest dalle monete d’argento islamiche che, seguendo i flussi commerciali, risalivano fino al lago Ladoga. (2)

Ha così inizio un lungo peregrinare in pieno mondo slavo e ortodosso – quella stessa confessione religiosa che, mille anni prima, da Bisanzio compì il cammino inverso risalendo fino alle sponde dell’Artico. Un viaggio che si svolge tra città minerarie mezze in rovina, porti in cui si assiepano pescherecci e rompighiaccio, distese sterminate di laghi e foreste, chiesette ortodosse nascoste nel bosco in cui la fede è palpabile tra penombra e candele sottili color ocra, linee ferroviarie che finiscono nel nulla perché non esiste più una rete sovietica unitaria.

Tendiamo a pensare che siano i rottami di un impero, quello sovietico; ma in fin dei conti queste terre sono state, negli ultimi secoli, province non di uno ma di tre imperi: asburgico, zarista e ottomano.

E, in questi rottami, ecco che come per incanto si riscopre un’umanità affettuosa, fatta di persone poverissime che hanno aperto le proprie case al viandante italiano, mettendo in tavola prodotti di qualità eccezionale perché frutto di una terra ancora coltivata con amore; un’ospitalità fatta di feste e bevute a cui il forestiero è invitato con entusiasmo, a braccia aperte; di doni ricevuti per il proseguimento del viaggio, a ricordarci un’altra verità dimenticata: che i più poveri sono spesso i più generosi.

Sono popolazioni sicuramente più attente alla storia e alla geografia di quanto non lo siamo noi: ed ecco così che, tra i marinai del porto di Murmansk,

il barbuto marconista mi chiede di dove sono.

Dico: Trieste.

Lui: “Vedo, vedo. Noi siamo sul bordo sud del Mare del Nord, tu sul bordo nord del Mare del Sud”.

Un trattato di geopolitica in una frase.

Abbiamo la memoria corta, qui a Ovest. Ma non è solo colpa nostra. In una visione suprematista dei punti cardinali, sono secoli che ci viene inculcato il primato dell’Ovest – e l’idea che tutto ciò che sta a Est conterebbe di meno per definizione:

Gli italiani ignorano o preferiscono non ricordare che il porto di Trieste ebbe la sua massima fioritura in epoca asburgica. Non sanno che nella mia città furono inventate l’elica e la prima corazzata  con i cannoni girevoli; ignorano che la scommessa dello scavo di Suez visse il suo inizio non a Parigi, ma in un pool di banchieri e assicuratori triestini; figurarsi se hanno letto da qualche parte che a Gorizia furono progettati i primi aerei da combattimento della storia e che a Pola vennero messi a punto i primi siluri e i primi hovercraft sperimentali. L’Italia sabauda e quella fascista erano tirreno-centriche.

Tirreno. Ovest. Ha vinto l’Europa carolingia. Quella delle corporazioni e della predestinazione, quella che vede nella Valle del Reno l’umbilicus mundi e che in geopolitica fatica a vedere lontano. È un’Europa fatta di una trasversalità piuttosto angusta, l’ “Europa orizzontale”, come la chiama Rumiz, in cui conta davvero ciò che si muove alla stessa latitudine tra Bruxelles, Amsterdam, Berlino e, tutt’al più, Parigi. E l’Europa orizzontale nutre una una diffidenza atavica verso la dimensione longitudinale, quella Nord-Sud: nella Weltanschauung calvinista e renana, più si va verso Sud, più si sprofonda.

A tal punto che, nella sua calata da Capo Nord al Mar Nero, Rumiz è spesso costretto a procedere a zig zag, perché l’Europa orizzontale si mette di traverso anche nei collegamenti:

La frammentazione del mondo sovietico e poi il muro della Fortezza Europa hanno distrutto gran parte dei vecchi collegamenti transnazionali. Nessuno mi toglierà la certezza che l’Europa era più Europa un secolo fa, quando mia nonna andava in treno in giornata da Trieste alla Transilvania.

ph: Helmut Aschauer / Wikimedia Commons

Finisce così per una breve tratta su un treno diretto a Berlino, attraversando zone storicamente prussiane ma slavizzate a forza dopo la seconda guerra mondiale. Un paesaggio stupendo, fatto di pascoli e di nidi di cicogne, di brume azzurrine e di cieli rosati. Difficile immaginare i drammi umanitari di cui un simile paradiso fu teatro, tra esodi forzati e scambi di popolazione coatti, solo pochi decenni fa:

Che ne sa l’Europa delle ferite di qui? In che libro di scuola in Italia sta scritto di questa tragedia grande come un esodo istriano moltiplicato per trenta?

Anche da queste parti il divario Nord-Sud esiste. Ma non è marcato da facili moralismi. Dal lindore un po’ algido e dal verde profondo di Polonia orientale e Bielorussia, ecco che scendendo lungo le immense distese di acqua e foreste verso Kiev, in un intrico di fiumi e fiumiciattoli e in un’orografia quasi inesistente, si attraversa

lo spartiacque più impercettibile d’Europa, un posto dove basta un colpo di vento a far scorrere un ruscello verso il Baltico anziché verso il Mar Nero … ora mi accorgo che è l’acqua, non la terra, il segno di questo viaggio.

E si sprofonda sì, verso Sud, ma gioiosamente:

Ride il controllore, e intanto il treno si riempie di musica simile a quella serba. Sento parole come “Ucraina mia”, “dolcezza mia”, “cuore mio”. Sprofondo a Sud. La lingua si fa più modulare, musicale; il chiacchiericcio aumenta di volume e la temperatura conviviale slava – momentaneamente ibernata in Bielorussia – riesplode.

Anche questa è Europa, lo è sempre stata e queste terre hanno sempre fatto parte non solo della geografia, ma anche della storia europea. Qui ebbero luogo eventi che hanno concorso a rendere possibile l’Europa moderna come la conosciamo, e ancora una volta è l’acqua a ricordarcelo:

Vedo le possenti torri di Chotin allungare la loro ombra sul Dniestr … Attorno alle sue mura, nel Seicento, trentacinquemila polacchi e quarantamila cosacchi fermarono duecentomila ottomani… (3) Qui Jan Sobieski e la sua cavalleria superarono la paura ancestrale del Turco, che poi avrebbero definitivamente battuto sotto le mura di Vienna (4)

Europa anche questa, e neppure tanto periferica, a dispetto del luogo comune, e ancora una volta a custodire questa memoria sono le acque di un fiume, questa volta il Tibisco:

La valle si stringe e proprio lì, perfidamente fuori dalla frontiera dell’UE, una vecchia lapide austriaca segna quello che i geografi alla fine dell’Ottocento individuarono come il centro d’Europa. Come dire che il cuore del Continente pulsava nel vecchio impero assai più che nell’Unione.(5)

Che conclusione trarre alla fine di questo lungo peregrinare tra popoli e regioni dimenticate? Bucovina, Galizia, Podolia, Polesia, solo per citarne alcune: un mosaico finito nell’oblio con il ridisegnarsi della cartina geografica tra Ottocento e Novecento. Un viaggio in cui si è visto troppo, in cui troppi sono stati gli stimoli: come scrive Rumiz

non ho mai fatto una strada così densa di incontri, e tanto vissuto pesa, diventa zavorra.

C’è però un popolo che non potremo mai dimenticare, per ciò che ha vissuto e per i modi in cui tutto è avvenuto: gli Ebrei. E qui, in questo viaggio lungo la frontiera tra le due cristianità d’Oriente e d’Occidente, la plurisecolare presenza ebraica si sente distintamente, anche dove è stata estirpata con furia cieca e genocida, o dove è rimasta in percentuali minime. 

È un viaggio in cui una presenza costante sono state anche le chiesette ortodosse, magari nascoste nel folto di qualche foresta o in riva alle acque di placidi laghi, tutte accomunate dalla stessa atmosfera, mistica e primordiale al tempo stesso:

Nella chiesa ortodossa di un altro paese incrocio nell’ombra gli occhi rassicuranti di San Nicola. In Italia non conosciamo quello sguardo e quella barba, il nonno che tutti vorrebbero avere. Per capire dobbiamo passarla, la frontiera che ci separa dal Cristianesimo d’Oriente.

È un mondo complesso. Ex impero romano d’oriente, ex impero bizantino, ex impero asburgico, ex impero zarista, ex impero ottomano: di impero in impero, tra Kirkenes e Odessa si sono stratificate tanta di quella storia, tanta di quella antropologia e tanta di quella cultura che per capirci qualcosa bisogna anzitutto sforzarsi di conoscere. È stato un atteggiamento superficiale e intellettualmente poco umile ad averci impedito di vedere che rischio si stesse correndo a scherzare col fuoco, a non voler capire che la Russia è erede diretta di uno dei più importanti imperi della storia, che non si poteva pensare di ignorarne ogni istanza continuando a provocarla, senza scatenare prima o poi una reazione inconsulta destinata a finire in tragedia come oggi è sotto gli occhi di tutti. Eppure a Rumiz era chiaro già nel 2008, epoca del viaggio. A ricordarglielo, ci pensò uno dei suoi tanti incontri fatti lungo il cammino:

Mi chiede se so che cosa vuol dire Ucraina, e io gli rispondo che lo so eccome: vuol dire frontiera. Anche in Croazia c’era una krajina – una fascia di frontiera a maggioranza serba – che nel 1991, fomentata da Belgrado, infiammò l’intera Jugoslavia … “Vedo che ha capito. Se l’Ucraina smette di essere quello che è stata per secoli, cioè confine cuscinetto, per entrare in un’alleanza occidentale, succede il putiferio.”

Ostinarsi a fingere che realtà complesse siano semplici non porta mai a nulla di buono e, a conclusione di queste mie riflessioni, cedo la parola ancora una volta a Rumiz – già nel 2012 aveva capito ciò che, purtroppo, a molti non è ancora chiaro nel 2023:

Da troppo tempo, dalla caduta del Muro di Berlino, viviamo in un’atmosfera di ebete disgelo, come se la Russia non fosse diventata padrona dell’energia, come se fosse un corpaccione molle, incapace di reagire.

Il modello occidentale appare ora come ora invincibile, un rullo compressore inesorabilmente destinato ad appianare tutto. Ma sono solo fasi storiche, e comunque questo non significa che anche il nostro modello non abbia alcuni limiti, paradossalmente sempre più evidenti man mano che dilaga ovunque nel pianeta. Il limite peggiore, a mio avviso, è questo nostro progressivo perdere consapevolezza: sempre più convinti di ciò che siamo e degli schemi preconcetti con cui leggiamo la realtà, rischiamo di capire sempre meno il mondo che ci circonda.

Fonti e Note:

P. Rumiz, Trans Europa Express, Milano, Feltrinelli 2022

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Rus%27_di_Kiev

(2) https://www.history.com/news/vikings–in–russia–kiev–rus–varangians–prince–oleg

(3) Battaglia di Chocim, 11 novembre 1673, quando gli ottomani vennero sbaragliati da Jan Sobieski e batterono in ritirata a Sud del Danubio.

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Chocim_(1673)

(4) 11-12 settembre 1683.

(5) La lapide si trova tra il villaggio di Dilove e la cittadina di Rakhiv, in Ucraina.

https://en.wikipedia.org/wiki/Geographical_midpoint_of_Europe