Letture da ombrellone/2 La macchina del tempo: ritorno all’isola felice

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Foto di Chiara Busacca. Scoglitti, 14 agosto 2023

C’è un momento preciso, nelle lunghe e calde giornate di agosto, in cui il tempo sembra dilatarsi fino a perdere consistenza. Sotto l’ombra circolare dell’ombrellone, cullati dal suono ritmico della risacca, è inevitabile lasciarsi andare ai ricordi. Per chi attraversa gli anni dell’università, sospeso tra la fine dell’adolescenza e i primi veri passi nell’età adulta, questo spazio di quiete diventa spesso il palcoscenico di un bilancio silenzioso. Si pensa a chi siamo diventati, a dove stiamo andando e, soprattutto, alle persone che ci camminano accanto. Crescendo, la geografia dei nostri affetti cambia forma, si complica e si arricchisce. E il significato stesso dell’amicizia inizia ad articolarsi in modi che da bambini non avremmo mai potuto immaginare.

Nella vita di un giovane adulto, la presenza di persone che oggi scegliamo attivamente, tra compagni di corso conosciuti in un’aula universitaria, coinquilini con cui si condivide il caos delle prime spese e della prima casa che non è più quella dei genitori in cui siamo cresciuti, o colleghi di lavoro incontrati nelle nostre prime esperienze professionali, inizia a coesistere con un altro tipo di legame. Si tratta di quel sentimento profondo custodito dalle amicizie storiche. Quelle persone che sono rimaste vicine semplicemente perché è stato il tempo a deciderlo, senza che ci fosse bisogno di una spiegazione o di una scelta razionale. È esattamente quello che accade ogni estate quando ritrovo il mio gruppo del mare, quel nucleo di amici con cui ho condiviso ogni singola stagione calda fin da quando la sabbia era solo un foglio bianco su cui costruire sogni.

Da sinistra: io, Elisa e Mariachiara. Foto di Francesco Cusumano, cosiddetto Ciccio. Firenze, 25 febbraio 2026.

Pensare a quanta strada sia stata fatta da quei pomeriggi d’estate sembra quasi incredibile. Allora eravamo solo dei bambini, con le giornate scandite da rituali semplici e inderogabili. Passavamo ore sul bagnasciuga a fare castelli di sabbia monumentali che regolarmente venivano spazzati via da un’onda un po’ più forte delle altre, o a fingerci sirene, improvvisando sgangherate coreografie subacquee. C’era il gioco di indovinare cosa ci dicevamo sott’acqua, tra bolle d’aria e parole strozzate dal sale, o la caccia alle conchiglie sul fondale, con la maschera premuta sul viso per scovare piccoli tesori, per poi riemergere lasciandosi galleggiare inerti sotto il sole accecante. E poi, finalmente, lo spuntino sotto l’ombrellone: quel sapore inconfondibile di succo di frutta e cracker salati, misto al vento tiepido del pomeriggio.

La nostra infanzia non si esauriva sulla spiaggia. Continuava subito dopo il riposino pomeridiano, imposto dai genitori, a cui puntualmente nascondevamo il Nintendo sotto il cuscino. Quando ci svegliamo accaldati, sudati e con i capelli inevitabilmente scompigliati, sapevamo che il punto di ritrovo erano le merende a base di pane e Nutella consumate nella via di casa. A Scoglitti abitiamo tutti praticamente attaccati, divisi solo da un muro comunicante con Elisa e Mariachiara, le cosiddette gemelline. Quel muro non era un confine, ma un ponte continuo di voci, canzoni e risate. Insieme a loro, con Elisabetta, sua cugina Beatrice, Paolo, Angelo e i loro rispettivi fratellini, abbiamo costruito un mondo microscopico e perfetto. In quel mondo, le nostre uniche preoccupazioni erano la durata del bagno in mare, interrotta dal richiamo delle mamme, e il coprifuoco serale su cui i genitori non transigevano.

Da sinistra: Mariachiara, Elisa e me. Foto dei genitori di Elisa e Mariachiara Iacono. Scoglitti, agosto 2007.

Le nostre serate estive, per qualche anno, hanno continuato a popolarsi di nuove conoscenze. Con alcuni di loro come Chiara, Ciccio, Salvo, Anthony e Alessandro, portiamo avanti il rituale della passeggiata serale post cena. Con altri, che hanno preso direzioni diverse e conosciuto persone nuove, ci si fa un cenno con la mano quando ci si incrocia per strada. 

Da sinistra: io, Anthony ed Elisa. Scoglitti, 25 agosto 2025.

In ogni caso è bello poter dire di essere cresciuti insieme, anno dopo anno, centimetro dopo centimetro. C’è una continuità quasi magica nel sapere che siamo figli di persone che, a loro volta, sono state compagne di classe tra i banchi di scuola e hanno condiviso le prime bravate da adolescenti. Molte delle nostre mamme si sono viste crescere i pancioni a vicenda e si sono accompagnate nell’attesa. Crescere insieme, per noi, non è stato solo un caso fortuito, ma il naturale proseguimento di una storia d’affetto scritta prima ancora che venissimo al mondo. 

Oggi siamo tutti grandi, frequentiamo l’università, prendiamo decisioni importanti per il nostro futuro e affrontiamo le prime vere responsabilità. Eppure, non appena ci ritroviamo tutti insieme attorno a un tavolo o sotto la luce fioca di un lampione del lungomare, qualcosa si sblocca. Nonostante l’età, finiamo inevitabilmente per giocare ancora ai giochi di quando eravamo ragazzini. Giochi semplici, ma dotati di una carica nostalgica irresistibile.

Uno dei nostri preferiti è “capo limone, mezzo limone, un limone”, insegnatoci da mio papà. Ad ognuno di noi viene assegnato un numero. Il gioco consiste nel pronunciare velocissimo questo scioglilingua e passare subito la palla al “limone” con il numero giusto. Ad esempio, Elisa era il limone numero due, e io dovevo quindi recitare “capo limone, mezzo limone, due limoni”. L’ordine dei passaggi era puramente casuale, e se sbagliavi il numero a cui passare la palla, o se inciampavi sulle parole dello scioglilingua, venivi eliminato senza pietà. Chi vinceva aveva il diritto di stabilire delle penitenze severe per tutti gli altri, che venivano decise al buio, senza sapere a chi sarebbero effettivamente toccate. O ancora il classico “gioco delle sigarette”, che affrontavamo armati di penne e piccoli foglietti di carta pronti a girare tra noi a turno. Ognuno doveva compilare una sezione — “nome di lui, nome di lei, dove si incontrano, cosa fanno, cosa dice lui, cosa dice lei, cosa pensa la gente” — piegare la carta per nascondere la propria frase e passarla al vicino. Quando l’ultimo foglietto finiva il giro e veniva finalmente spiegato, la lettura ad alta voce delle storie scombinate generate da combinazioni surreali e dialoghi totalmente sconnessi, provocava risate collettive, fragorose, che rompevano il silenzio della notte. A questi classici del passato, oggi si aggiungono nuove tradizioni come le interminabili partite a carte con Marco. Guardandoci dall’esterno, potremmo sembrare infantili, eppure in quella apparente regressione c’è la chiave di una complicità che non ha bisogno di sovrastrutture.

Da sopra a sotto: Alessandro, Ciccio e Salvo. Foto di Lidia Ridolfo. Scoglitti, notte di San Lorenzo 2025

Ora che siamo cresciuti, la vita quotidiana ci ha inevitabilmente spinti in direzioni diverse. Ognuno di noi si è costruito una propria quotidianità, studiamo in ambiti differenti e viviamo in città diverse. Abbiamo stretto altre amicizie, sviluppato nuovi interessi e intrapreso percorsi accademici e professionali che riflettono le nostre aspirazioni personali. La nostra cerchia sociale si è allargata, e le nostre teste sono piene di esami, progetti e sogni per il futuro. Eppure, la distanza geografica non ha minimamente intaccato la solidità di quel legame nato quasi per caso su una spiaggia siciliana.

Da sinistra: io, Paolo e Chiara. Scoglitti, 25 agosto 2025.

Crescendo, abbiamo imparato l’importanza di cercarsi attivamente. Ora che siamo autonomi, prendiamo treni e ci muoviamo tra le nostre rispettive città di studio per incontrarci. Lo facciamo non per dovere, ma per il motivo profondo di ritrovare quella parte di noi che esiste solo quando siamo insieme. Questo viaggio continuo dimostra come l’amicizia possa evolversi senza perdere la sua essenza. Le amicizie storiche, come quelle nate tra i castelli di sabbia e qualche partita ad Uno, non temono il silenzio dei mesi invernali né i chilometri che ci separano. Sono radici profonde che ci tengono ancorati al terreno mentre i nostri rami provano ad allungarsi verso il mondo. 

E finché sapremo viaggiare per ritrovarci, sapendo che basta una palla e un foglio di carta per tornare bambini, quel legame rimarrà per sempre la nostra isola felice.

Da sinistra: Elisa, io e Mariachiara.

Foto dei genitori di Elisa e Mariachiara Iacono. Scoglitti, agosto 2006.