
Nell’articolo precedente si è parlato della situazione critica nell’area adriatica e del secondo dopoguerra italiano, molto turbolento, fino a concludere con un accenno al calare di “un’ombra minacciosa” sui confini orientali.
Questa oscurità ha un nome, un nome che per anni è stato sussurrato con terrore fino a tacere: le foibe.
Il termine “foiba” (dal latino fovea, che significa fossa, abisso) non indica più solo le cavità naturali presenti nel territorio della Venezia Giulia, ma è diventato un simbolo, un paradigma di una vicenda molto più ampia. Si è trasformato in un concetto rappresentativo di una violenza inaudita, di una vendetta cieca, di un progetto politico efferato e della fine di tutti coloro che scomparvero senza più dare notizia di sé.
Ma cosa spinge l’uomo a tanta ferocia? Come si possono gettare donne, uomini e bambini ancora vivi in abissi naturali senza un minimo di rimorso?
Come già anticipato nel previo articolo, questa ferocia non fu frutto di una follia improvvisa, ma di un’escalation di violenza alimentata da diverse ragioni: la sete di vendetta per le brutalità fasciste subite, il desiderio di eliminare completamente la presenza italiana sul territorio per consolidare il controllo jugoslavo e, infine, la cancellazione di ogni oppositore politico al nascente regime comunista di Tito. Quest’atmosfera portò all’annullamento del valore della vita umana, conferendo all’appartenenza etnica e ideologica di un individuo il potere di stabilire se fosse degno della vita oppure della morte.
L’inizio della fase più acuta delle violenze si ebbe nel corso del settembre-ottobre 1943, precisamente dopo l’8 settembre, con la prima delle due ondate di violenza scatenata da elementi del Movimento Popolare di Liberazione jugoslavo. Questo momento, dominato dal vuoto e dal caos a causa del crollo dello Stato italiano, fu un’occasione per i partigiani jugoslavi e, in parte, anche per alcune formazioni partigiane italiane. Prima che l’occupazione nazista si consolidasse pienamente con la creazione dell’“Adriatisches Küstenland” (Zona di Operazioni Litorale Adriatico) e la sua brutale repressione (come testimoniato anche dall’orrore della Risiera di San Sabba), ci furono 45 giorni di terrore nel territorio giuliano-dalmata: arresti arbitrari, sparizioni ed esecuzioni sommarie. Alcune migliaia di persone vennero gettate vive nelle fredde e buie voragini, con la consapevolezza che non sarebbero più risalite. Si trattò di un preludio di ciò che avrebbe caratterizzato gli anni successivi.
Tra il novembre 1943 e l’ottobre 1944 la città di Zara, l’antica Jadera romana e Diadora bizantina, roccaforte italiana della Dalmazia, divenne la “Dresda dell’Adriatico”.
La città subì diversi bombardamenti “alleati”, che la ridussero a un cumulo di macerie, costringendo più della metà della popolazione a fuggire. Il 31 ottobre 1944 segnò la fine dell’italianità di Zara: dopo l’evacuazione e il ritiro tedesco, la città cadde in mano ai partigiani jugoslavi, che distrussero sistematicamente qualsiasi prova della presenza italiana1 e iniziarono una brutale repressione. Il Tribunale Militare jugoslavo emise sentenze di morte per “criminali di guerra e nemici del popolo”, con elenchi di nomi di famiglie intere; molti altri furono uccisi senza alcuna notificazione.
Ciò che Zara non possedeva erano le foibe, perciò i partigiani titini dovettero trovare un altro modo per eliminare coloro che non erano graditi: il mare divenne il luogo degli eccidi. L’annegamento fu scelto spesso come metodo per fare scomparire le vittime. Vorrei citare qualche tragico esempio: l’assassinio di Nicolò Luxardo e sua moglie, annegati dopo essere stati assolti in un processo partigiano (i loro beni furono confiscati con l’obiettivo di appropriarsi della fabbrica del famoso Maraschino); Pietro Ticina, un farmacista, fu annegato insieme alla sua famiglia, inclusa la nipotina di sei anni, con una pietra al collo. Molte altre famiglie furono invece massacrate con fucilazioni e impiccagioni 2.
Ma il dramma di Zara era solo un tassello di un mosaico molto più vasto. Mentre in Dalmazia si procedeva alle epurazioni, sul fronte principale la strategia di Tito assumeva una dimensione puramente geopolitica.
Nell’aprile 1945 le forze armate tedesche erano al collasso ed era evidente che la guerra si sarebbe conclusa definitivamente in pochi giorni. Mentre le truppe angloamericane avanzavano nella Valle Padana, dirigendosi verso Venezia e Trieste, l’esercito di Tito mise in azione “l’Operazione Trieste”, puntando sull’occupazione lampo della Venezia Giulia, anche a scapito della liberazione di città jugoslave come Lubiana e Zagabria, che vennero raggiunte dalle truppe jugoslave molto dopo.
Trieste fu invasa dalle truppe di Tito il 1° maggio 1945, prima dell’arrivo degli Alleati; nei giorni successivi anche le città di Gorizia, Monfalcone, Fiume e Pola furono occupate, completando l’annessione unilaterale dell’intera regione. Immediatamente, le formazioni partigiane italiane furono disarmate e molti membri dei CLN giuliani furono arrestati, uccisi o costretti alla clandestinità. Nel frattempo la Polizia Segreta jugoslava, l’O.Z.N.A., avviò un’ampia campagna di arresti e deportazioni. Migliaia di militari tedeschi e italiani catturati furono successivamente fucilati o deportati in campi di prigionia, dove molti morirono per fame, malattie e violenze.

Queste atrocità non furono limitate ai soldati, ma colpirono anche numerosi civili: alcuni furono eliminati immediatamente nelle foibe carsiche, ma un numero ancora maggiore venne deportato in campi di concentramento in Jugoslavia (come Stara Gradiška, Lepoglava e Borovnica). Molte foibe, come Basovizza e la n. 149 di Monrupino (oggi monumenti nazionali), furono scoperte come luoghi di eccidio.
La prima citata fu riempita con circa 500 metri cubi di salme , vale a dire circa duemila corpi, oltre a essere utilizzata come discarica per nascondere le prove fino al 1957.
Nonostante le negazioni, le prove sono lampanti: molti resti ritrovati avevano mani e piedi avvolti dal filo spinato e il cranio sfondato. Testimoni oculari riferirono alle autorità di gruppi di un centinaio di persone che venivano fatti saltare nelle cavità, spesso con false promesse di salvezza. Tra il 1945 e il 1947, l’ispettore Umberto De Giorgi organizzò una Squadra Esplorazioni Foibe (SEF) che recuperò numerose salme da circa settanta cavità del Carso triestino e goriziano; i periti notarono che i partigiani avevano fatto brillare degli esplosivi per coprire le vittime con le frane, prove successivamente confermate dall’ex ufficiale alpino Mario Maffi sul finire degli anni Cinquanta 3.

Le vittime erano prevalentemente coloro che l’O.Z.N.A. considerava un ostacolo ai piani annessionistici jugoslavi. Le stime per le deportazioni e le uccisioni del maggio-giugno 1945 si aggirano intorno alle settemila vittime, una cifra nettamente superiore al migliaio di infoibati nell’autunno 1943.
Il comunismo jugoslavo si distinse anche per il suo forte aspetto antireligioso, che portò a pesanti persecuzioni contro sacerdoti e fedeli in Istria: numerose chiese furono depredate e trasformate in magazzini, mentre i conventi divennero prigioni.
Tra i sacerdoti rimasti vittime, ricordiamo Don Francesco Bonifacio, parroco di Villa Gardossi, trucidato “in odium fidei” l’11 settembre 1946; fu arrestato da due “guardie popolari”, denudato, irriso e malmenato, ma pregò per i suoi assassini prima di essere colpito a morte con delle pietre e gettato in una foiba. Rammentiamo anche Don Miroslav Bulešić, sacerdote croato, sgozzato il 24 agosto 1947 durante un assalto a una cerimonia di cresime a Lanischie da parte di estremisti titini.
Un’altra storia atroce è quella di Don Angelo Tarticchio di Gallesano, parroco di Villa di Rovigno, vittima della prima ondata del 1943: arrestato dai partigiani, fu picchiato e seviziato prima di essere caricato sulla “corriera della morte”; il suo corpo fu ritrovato due mesi dopo in una cava a Lindaro con una corona di filo spinato in capo e il corpo oltraggiato.
Queste vittime sono la prova contro tutti i negazionisti che giustificano le foibe come una vendetta esclusiva contro i “fascisti”. Ci ricordano che la violenza non risparmiò nessuno, colpendo chiunque fosse percepito come un ostacolo al nuovo ordine 5.
In questo clima di terrore, la sorte di intere comunità era ormai segnata.
La speranza di un futuro diverso si infranse definitivamente con gli accordi internazionali che ridisegnarono i confini. Il 10 febbraio 1947, infatti, venne firmato il Trattato di Parigi che sanciva la perdita di gran parte della Venezia Giulia a favore della Jugoslavia e la creazione del Territorio Libero di Trieste. Intere province come Pola, Fiume e Zara furono assegnate alla Jugoslavia.
Questo cambio di sovranità fu sconvolgente per la popolazione italiana; fu il segnale definitivo per centinaia di migliaia di persone che non c’era più posto per loro in quelle terre. L’esodo avvenne per diverse ragioni: le persecuzioni politiche ed etniche, l’imposizione di un regime comunista con le sue restrizioni economiche (confische, ammassi4, socializzazione forzata), culturali (lingua slovena e croata obbligatorie, azzeramento delle tradizioni) e religiose. I cittadini che non si conformavano a questo sistema erano etichettati dalla polizia repressiva come “nemici del popolo”, sottoposti ad abusi e processi farsa.
L’esodo, che coinvolse persone di ogni ceto sociale, si protrasse per oltre quindici anni, fino alla fine degli anni Cinquanta. Si verificò in maniera disorganizzata, ad eccezione di Pola, dove, nell’inverno 1947, l’amministrazione alleata permise di organizzare e pianificare le partenze, portando circa trentamila abitanti a lasciare la città in poche settimane. Che fosse una fuga o una partenza assistita, il risultato non cambiava: migliaia di persone stavano abbandonando per sempre le proprie radici, i propri morti e una terra che per secoli era stata la loro casa, portando con sé il peso di un addio senza ritorno.

L’approdo in Italia, tuttavia, non fu per tutti la fine del calvario. Ad attendere molti profughi ci fu spesso l’indifferenza o l’ostilità di un Paese che voleva solo dimenticare la guerra e che faticava a riconoscere il sacrificio di chi aveva perso tutto per restare italiano.
La domanda che mi sorge è questa: come si può dimenticare tutto questo? Ovviamente non è la sola vicenda storica che è stata trascurata per anni, molte tuttora rimangono ignote.
Ma di fronte a tutta questa atrocità, come ha potuto il silenzio essere l’unica risposta ufficiale? Le vittime di questo evento sono state colpite due volte: la prima dalla violenza cieca e ideologica, la seconda dall’oblio istituzionale e politico, che per troppo tempo ha preferito sacrificare la verità storica sull’altare della convenienza diplomatica o del pregiudizio.
Oggi, fortunatamente, il lungo silenzio che per decenni ha avvolto le foibe e l’esodo è stato in gran parte superato, e il Giorno del Ricordo (10 febbraio) ha offerto un riconoscimento istituzionale a queste tragedie. Tuttavia, la piena comprensione di questi eventi rimane una sfida aperta. Se in passato il rischio principale era l’oblio, oggi si osserva la tendenza alla minimizzazione e alla semplificazione.
In un contesto contemporaneo spesso caratterizzato da polarizzazioni e narrazioni ideologiche, si riscontrano tentativi di ‘giustificare’ le violenze o di ridurle a una mera contabilità di numeri. Questo approccio rischia di oscurare la dimensione umana della tragedia, ignorando che dietro ogni nome vi erano vite, identità e famiglie spezzate, intere comunità sradicate.
Ricordare l’esodo istriano non significa alimentare vecchi rancori o rivendicare confini, ma coltivare un’etica della conoscenza storica priva di qualsiasi colore politico. Significa comprendere che quando l’ideologia prende il sopravvento sull’umanità, il risultato è sempre tragico. La storia non deve essere usata come un’arma per dividere, ma come un monito per vigilare contro ogni forma di intolleranza e di odio etnico che, purtroppo, ancora oggi vediamo riaffiorare in molti angoli del mondo.
Ho scelto di approfondire questa specifica vicenda storica per la sua rilevanza, con l’intento di spiegarne i fatti. È tuttavia importante sottolineare che la tendenza a minimizzare, a strumentalizzare o a distorcere la verità storica per fini ideologici non è un fenomeno circoscritto a questo solo episodio. Tale dinamica si manifesta, purtroppo, in relazione a numerosi altri eventi tragici della storia, sia a livello nazionale che internazionale. La lezione che emerge dalla vicenda del confine orientale, pertanto, trascende il singolo contesto e ci invita a una costante riflessione sulla complessità della storia e sul rispetto dovuto a ogni vittima.
Per concludere, onorare questo capitolo storico significa restituire dignità a chi non ha avuto nemmeno una tomba su cui ricevere un fiore o essere pianto dai propri cari, e impegnarsi affinché la complessità del passato diventi la base per un futuro di consapevolezza. Dimenticare non è solo un torto verso chi è stato, ma una ferita inferta alla nostra stessa identità di cittadini liberi.
Note
1 Libri, documenti e Leoni di San Marco
2 “10 febbraio dalle foibe all’esodo” di Roberto Menia. Il libro raccoglie storie, testimonianze e documenti sui 20.000 morti, le rappresaglie titine e l’esilio di 350.000 persone, in occasione del Giorno del Ricordo.
3 “10 febbraio dalle foibe all’esodo” di Roberto Menia
4 Gli ammassi erano consegne forzate di prodotti agricoli allo Stato. Gli agricoltori e i contadini erano obbligati a cedere quasi tutto il loro raccolto a prezzi fissati d’autorità o gratuitamente, garantendo una quota minima per la sussistenza. Questo sistema fu usato per controllare la popolazione rurale, spossessare i proprietari terrieri italiani e sostenere l’approvvigionamento dell’esercito e delle città, causando povertà e carestie tra i produttori.
5 “10 febbraio dalle foibe all’esodo” di Roberto Menia
Fonti
Le informazioni sono state reperite dall’archivio storico dell’Unione degli Istriani











