Il bielorusso, la lingua (in)esistente

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Crediti immagine: Jana Shnipelson from Minsk, Belarus, CC0, via Wikimedia Commons

La situazione della lingua bielorussa oggi è piuttosto delicata. Secondo molti osservatori addirittura in peggioramento.(1) La tendenza principale è il crescente uso del russo nella vita pubblica del paese, mentre il bielorusso resta confinato a contesti culturali identitari o familiari. Formalmente è la lingua ufficiale, ma nella pratica domina ovunque il russo. Nell’amministrazione pubblica, nell’università, nelle scuole, nei media, nel commercio, nella tecnologia. 

Questo processo era già cominciato all’inizio degli anni ’90 con Aljaksandr Lukašenka.(2) Era poi proseguito dopo il 1994, quando Lukašenka venne eletto presidente. Ma si è intensificato ulteriormente dal 2020, con la repressione delle proteste di piazza e il crescente allineamento politico con la Russia.

Molti intellettuali e organizzazioni culturali parlano apertamente di “russificazione totale”. Secondo rapporti recenti di PEN Belarus (3) nel 2025 si sarebbe verificata un’ulteriore riduzione degli spazi pubblici per il bielorusso, con discriminazioni linguistiche e pressioni istituzionali contro scuole, editoria, media e iniziative culturali.  

Oggi parlare bielorusso viene percepito come un segno di identità nazionale che serve per distinguersi dal mondo russo e indirettamente come un gesto di opposizione culturale al regime. 

Per questo molti artisti, giornalisti e attivisti che usano la lingua madre subiscono pressioni e di conseguenza hanno scelto l’esilio.

Allo stesso tempo però la lingua non sta scomparendo. Anzi, negli ultimi anni è cresciuto un movimento culturale di recupero identitario e i più giovani imparano spesso il bielorusso come seconda lingua “per scelta”. Inoltre nella diaspora bielorussa in Polonia, Lituania e in altri paesi europei sono nate scuole e media indipendenti che fanno della lingua bielorussa un simbolo di indipendenza nazionale, un po’ come l’ucraino in Ucraina dopo il 2014.

Quindi il quadro è paradossale: nelle istituzioni e spesso anche nella società il russo è dominante, ma dal punto di vista culturale il bielorusso ha acquisito nuovo prestigio come simbolo dell’identità nazionale. 

Dal punto di vista sociolinguistico si tratta di un bilinguismo asimmetrico in cui tutti sanno e capiscono il bielorusso, ma quasi tutti usano quotidianamente solo il russo, che domina anche nell’editoria e nei media (nelle grandi case editrici statali). Le pubblicazioni in bielorusso sono più frequenti in settori culturali specifici, come la narrativa e la poesia per bambini, la saggistica storica e identitaria, il teatro e la musica. Ma c’è anche l’editoria della diaspora (editori bielorussi indipendenti che si sono trasferiti in Polonia o Lituania), che pubblica riviste online, podcast, ebook, collane letterarie e fumetti.

Molte testate sono state chiuse, dichiarate “estremiste” o costrette all’esilio dopo il 2020. Gli stessi editori affermano che i libri in bielorusso siano frequentemente associati all’opposizione culturale e che molte opere vengano classificate come “letteratura estremista”. Quindi chi distribuisce certi testi rischia sequestri o procedimenti penali. Ci sono stati diversi casi documentati di persone licenziate, arrestate o perseguite proprio in relazione all’uso pubblico della lingua madre, anche se formalmente l’accusa ufficiale non è quasi mai “parlare bielorusso”. Di solito le autorità usano formule come: “estremismo”, “attività anti-statale”, “partecipazione a proteste illegali”, “diffusione di simboli non autorizzati”.

Organizzazioni come PEN Belarus documentano esplicitamente le “discriminazioni basate sulla lingua”. Uno dei casi più noti è quello dello scrittore e attivista Ales’ Bjaljacki, fondatore del centro per i diritti umani Viasna. È stato incarcerato e condannato dal regime nel 2023. Formalmente le accuse riguardavano finanziamenti illegali e “contrabbando”, ma il suo ruolo nella cultura e nella società civile era centrale. Anche Maksim Znak, avvocato, intellettuale e figura pubblica, è stato arrestato e condannato dopo le proteste del 2020.  E così pure lo storico Ihar Mielnikaŭ, il giornalista e scrittore Mikola Dziadok, la bibliografa Ksienija Suša, il poeta Siarhiej Sys.

Ci sono anche episodi più quotidiani e meno “famosi”, come studenti rimproverati perché parlano bielorusso a scuola, dipendenti pubblici discriminati, eventi culturali annullati perché troppo legati all’identità nazionale, librerie e case editrici controllate o chiuse.

È importante sottolineare infine come non esista una legge che vieti la lingua madre, ma il clima  politico rende rischioso associarla pubblicamente a posizioni democratiche o anti-regime. 

In questo contesto si posiziona la traduzione italiana e tedesca del libro di poesie di Ales’ Razanaŭ a cura di Maya Halavanava e Thomas Weiler (edizioni ConTesto Voci dall’Est, 2026), intitolato Sumus ne simus.  Nell’introduzione Ulyana Veryna scrive: “La storia della letteratura bielorussa, come quella del paese, è sempre andata di pari passo con il sogno e con l’obiettivo principale del popolo, ovvero trovare il proprio posto, avere la propria voce e parlare apertamente del proprio diritto di esistere”.  (4)

Il sogno e la speranza di un futuro migliore è anche presente nella poesia che dà il titolo all’opera Sumus ne simus (Siamo per non essere) e anche nell’haiku più significativo dalla raccolta “Linee tratteggiate” a p. 76:

Ovunque dirupi:

nell’anima

cerco le ali.

che esprime molto bene l’idea della costrizione della persona e quindi dell’anima, della cultura e della lingua (in pratica ufficialmente inesistente).

Note

(1) Si differenzia molto dalla situazione linguistica degli stati baltici (pure spazio post-sovietico come la Bielorussia, in cui vogliono parlare solo russo i discendenti degli occupanti russi e di coloro che si sono trasferiti negli anni dell’Unione Sovietica, in cui i cittadini lettoni, lituani ed estoni si contrappongono con determinazione a tutto ciò che è “russkij mir” e ricordo della russificazione subita.

(2) Nel 1990 Lukašenka venne eletto deputato del Soviet bielorusso. Fondò il partito “Comunisti per la Democrazia” che avrebbe dovuto guidare
l’Unione Sovietica a diventare un Paese democratico seguendo i principi comunisti. Egli si vanta di essere l’unico che nel dicembre 1991 votò
contro l’accordo che scioglieva l’Unione Sovietica e proclamava la nascita della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti).

(3)  PEN International è un’organizzazione internazionale non governativa di scrittori (fondata a Londra nel 1921 da John Galsworthy, allo scopo di promuovere l’amicizia e gli scambi intellettuali fra scrittori di tutto il mondo). L’acronimo PEN è l’abbreviazione di Poets, Essaysts, Novelists. PEN Belarus, che è stata fondata nel 1989, riunisce scrittori, traduttori, giornalisti, editori, poeti e altri operatori culturali bielorussi. I suoi scopi sono: difendere la libertà di espressione, sostenere la cultura e la lingua bielorussa, aiutare scrittori e artisti perseguitati, monitorare le violazioni dei diritti culturali e umani in Bielorussia. Tra i membri più famosi Svjatlana Aleksievič (Nobel per la letteratura) e Ales’ Bjaljacki (Nobel per la pace).  Il 27 febbraio 2026 il Comitato per la Sicurezza dello Stato della Federazione Russa ha dichiarato PEN Belarus organizzazione estremista. I presunti membri di “organizzazioni estremiste” rischiano fino a sette anni di carcere. Il sostegno finanziario è punibile con una pena fino a cinque anni di reclusione, mentre chiunque sia ritenuto responsabile di aver agevolato in qualsiasi modo le attività di “organizzazioni estremiste” rischia fino a sei anni di carcere. https://www.pen-international.org/news/belarus-pen-belarus-labelled-extremist-amid-systematic-crackdown-on-cultural-rights  

(4) Sumus ne simus di Ales’ Razanaŭ a cura di Maya Halavanava e Thomas Weiler (edizioni ConTesto Voci dall’Est, 2026), pag 31.