Arrivare non vuol dire rimanere. L’odissea dei migranti in Italia

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Quali sono le sfide che i migranti devono affrontare una volta sbarcati sul suolo italiano? Il sistema d’accoglienza nazionale non sempre riesce a reggere e la gestione della situazione presenta diverse criticità. Proviamo a capire quali sono, immaginando un seguito alla storia di Seydou, protagonista del film “Io capitano”, il cui viaggio dal Senegal viene interrotto non appena intravede le coste italiane.

Da Dakar attraverso il deserto alla mercé di trafficanti e miliziani, torturati nei campi di detenzione libici, e infine ammassati su un peschereccio in balia dalle onde del mediterraneo. Un viaggio odisseico, ma finalmente Seydou la vede. Eccola, la terra promessa. L’Italia è ancora un’ombra in lontananza quando Seydou grida “io capitano!”. Titoli di coda. E dopo? Cosa avverrà dopo lo sbarco sulle coste italiane? Seydou realizzerà i suoi sogni? Matteo Garrone lascia a noi il compito di immaginare come continuerà il suo viaggio e quello delle centinaia di persone con lui su quel peschereccio. E allora proviamo a dare un seguito alla loro storia. 

Io capitano

Il film di Matteo Garrone “Io capitano”, nelle sale da settembre, ci racconta il drammatico viaggio intrapreso dalle migliaia di persone che ogni anno tentano di raggiungere l’Europa da diversi paesi africani. E si propone di mostrarcelo attraverso il loro sguardo, più precisamente attraverso gli occhi di Seydou e Moussa, due sedicenni senegalesi col sogno di raggiungere l’Italia e diventare cantanti, partiti con l’innocente inconsapevolezza di ciò che li aspetta, speranzosi di affiancarsi a coloro che “ce l’hanno fatta”. Ma quelli che ce la fanno davvero, che si ricostruiscono una vita più dignitosa, sono solo una piccola parte rispetto a tutti coloro che intraprendono il viaggio. C’è chi muore nel deserto, c’è chi muore nei campi di detenzione libici, c’è chi rimane bloccato in Libia, c’è chi muore in mare. Ma per Seydou, che a raggiungere l’Italia ce l’ha fatta, il sogno è ancora un miraggio. Si accorgerà ben presto che l’Europa non lo sta aspettando a braccia aperte. 

Le fasi dell’accoglienza

Il peschereccio raggiungerà le coste italiane, forse aiutato dalla Guardia Costiera italiana, forse no. Ma una volta messo piede sul suolo italiano, Seydou e chi con lui ha percorso quel viaggio logorante entrerà innanzitutto in un hotspot situato vicino all’area di sbarco, dove avverrà il primo soccorso, l’identificazione e dove riceverà le prime informazioni. Attualmente però gli hotspot italiani, che sono solo quattro (a Lampedusa, Trapani, Pozzallo e Taranto), soffrono di sovraffollamento cronico e non sono in grado di far fronte al forte aumento degli arrivi soprattutto durante l’estate, come è successo a metà settembre a Lampedusa, quando l’hotspot da 400 posti si è trovato a gestire 6.000 migranti. 

Il passo successivo per i migranti sbarcati sarà presentare richiesta d’asilo, condannandosi ad un lungo limbo amministrativo, talvolta anche di due anni, in attesa di una convocazione della Commissione territoriale che valuterà se accogliere o rifiutare la domanda di protezione internazionale. Mentre aspettano una risposta, i richiedenti asilo saranno spostati in Centri Governativi, strutture pubbliche apposite, che però contano un numero estremamente limitato di posti. Nella pratica, infatti, la maggior parte dei richiedenti asilo viene sistemata nei centri di accoglienza straordinaria (CAS), edifici privati o alberghi la cui gestione è affidata alle prefetture. Lo Stato si limita a pagare vitto e alloggio, lasciando scoperto qualsiasi percorso di formazione e inserimento sociale. Inoltre, il decreto Cutro varato a marzo 2023 dal governo Meloni ha attuato tagli nei centri governativi, eliminando anche da questi i servizi di assistenza psicologica, i corsi di lingua italiana e i servizi di orientamento legale e al territorio.

Accolti o respinti

Per qualche fortunato il viaggio può terminare qui, con una domanda di asilo accolta ed in mano i documenti necessari per soggiornare regolarmente in Italia. Per molti altri, invece, l’odissea è ancora lunga, e una risposta di rifiuto è solo l’inizio di una nuova disavventura. Nel 2022 l’Italia ha ricevuto 84.289 domande e ha emesso 54.478 decisioni. Di queste il 56% è risultato in un rifiuto o un’inammissibilità. Finiranno tutti rinchiusi nei centri di permanenza per i rimpatri (CPR), luoghi duramente criticati dalle associazioni che si occupano di diritti umani a causa delle condizioni disumane e degradanti in cui si trovano i detenuti. E se finora il tempo massimo di reclusione era di tre mesi, a settembre il governo Meloni ha annunciato che diventerà di diciotto. Eppure, dopo mesi di prigionia, la maggior parte dei detenuti non viene mai rimpatriata. Per poter “rispedire i migranti nei loro paesi” serve infatti un accordo bilaterale con il paese di provenienza, che spesso si rifiuta o richiede una cifra che non siamo disposti a pagare. E così chi non ha ottenuto un permesso di soggiorno e non viene rimpatriato resta sul territorio italiano come immigrato irregolare. Nel 2022 sono state emesse dai paesi dell’UE 422.400 decisioni di rimpatrio ma solo 77 500 persone, vale a dire il 18,5%, sono state effettivamente rimpatriate. 

Molti decidono di non partecipare a questo calvario e scappano o si rendono irreperibili dai centri di accoglienza. Sono i cosiddetti “dublinati”, ossia coloro che non rispettano il regolamento di Dublino, nel quale è previsto che sia il paese di primo arrivo a farsi carico della domanda di asilo. È il motivo per cui nel 2022 le richieste d’asilo sono state 84.290 in Italia, contro 156.455 in Francia e 243.835 in Germania.  A differenza di Sedyou, che sognava proprio di vivere qui, per molti di coloro che partono l’Italia rappresenta solamente un Paese di passaggio e ambiscono invece a raggiungere altri Paesi europei, primi fra tutti Francia e Germania. 

E così uomini e donne sul barcone di Seydou, come su tutti i barconi, si disperdono e le loro tracce si smarriscono. Difficile calcolare quanti di loro abbiano effettivamente trovato quel tanto immaginato lieto fine simboleggiato dalla terra italiana. 

Scafisti 

“Io capitano!”. Seydou lo ammette. Lo urla all’elicottero della Guardia Costiera italiana che sorvola il peschereccio. È lui ad avere guidato il barcone. E secondo la legge italiana questo è motivo di reato. Lo dice il Testo unico n.286 delle disposizioni riguardanti la disciplina dell’immigrazione, approvato nel 1998 e ancora in vigore, che prevede pene fino a cinque anni per chiunque promuova, diriga, organizzi, finanzi l’ingresso di migranti irregolari nel territorio italiano, ma anche per chi ne effettui il trasporto. Per questo motivo ogni anno in Italia centinaia di persone (circa 350 nel 2022) vengono arrestate in quanto scafisti, anche se nella stragrande maggioranza dei casi non c’entrano nulla con i trafficanti che hanno organizzato il viaggio. Inoltre, il decreto Cutro varato a marzo di quest’anno introduce un nuovo reato, che punisce gli scafisti con la reclusione da 20 a 30 anni se causano la morte di più persone. A guidare quella barca Seydou era stato costretto, per poter partire con i pochi soldi che aveva in tasca. La sua storia assomiglia a quella di molti altri, che come lui si trovano colpevoli di un crimine che sconteranno al posto dei veri responsabili. 

Prima del viaggio, nelle loro case a Dakar, Seydou e Moussa guardano l’Italia attraverso lo schermo di un cellulare. Nei loro occhi illuminati si legge il desiderio di realizzare un sogno che da lì, su quello schermo, sembra distante ma al contempo possibile. Come noi, sognano di trovare un lavoro che li renda felici, di vivere serenamente in un luogo da poter chiamare casa. Ma l’Italia che appare loro in quelle immagini non è l’Italia che troveranno una volta arrivati. E gli ostacoli che dovranno affrontare nel loro viaggio noi, dall’altra parte dello schermo, possiamo solo provare a comprenderli.

Fonti:

Camera dei deputati- I Centri di permanenza per i rimpatri

Ministero interni- cruscotto statistico giornaliero

Ministero interni-Guida pratica per richiedenti protezione internazionale in Italia

Parlamento europeo- asilo e migrazione nell’UE

Il Post- Capiamoci, sui migranti

Il Post- Chi sono i cosiddetti “scafisti”

Skytg24- Migranti, il piano sui nuovi Cpr