System of a Down: metal e rock tra impegno politico e memoria storica.

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https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:System_of_a_Down#/media/File:SerjTankian2026.png, Californipedia, CC0, via Wikimedia Commons

L’idea per cui si debba tenere la politica al di fuori dell’arte si basa su un’argomentazione molto confortevole: ovvero quella che l’arte sia soltanto un semplice strumento di intrattenimento, una forma di fuga dalla realtà, spesso complessa e difficile da affrontare. Un esempio di questa concezione è il fenomeno dell’esotismo sviluppatosi soprattutto nel diciottesimo secolo, che tendeva a imitare ed esaltare gli stili e le suggestioni dei paesi lontani, offrendo una fuga immaginaria dalla quotidianità.

In realtà il legame tra arte e politica è un legame profondissimo e probabilmente inevitabile. Fin dall’antichità l’arte è stata utilizzata per celebrare il potere, costruire l’identità di un popolo, tramandare una memoria collettiva o, al contrario, criticare il sistema dominante. 

La musica, in particolare, possiede una caratteristica unica: riesce a trasformare idee politiche complesse in qualcosa di immediato, emotivo e facilmente condivisibile. Una canzone può essere imparata a memoria, cantata durante una protesta, diffusa in pochi giorni, arrivare a persone che forse non leggerebbero mai un saggio di storia o un editoriale politico o addirittura diventare l’inno di un’ideologia politica. Per questo motivo la musica è sempre stata, e continua a essere, uno degli strumenti di espressione politica più potenti. 

Nel panorama musicale moderno questo legame è diventato ancora più evidente. Durante gli anni Sessanta, in un contesto sociale molto caldo come quello negli Stati Uniti, dove i movimenti per i diritti civili e le proteste per la guerra in Vietnam erano in crescita, moltissimi musicisti iniziarono a scrivere testi apertamente politici. Tra questi spicca sicuramente la figura di Bob Dylan, le cui canzoni diventarono veri e propri simboli di un’intera generazione. Brani come Blowin’ in the Wind e Master of Wars affrontavano temi come la pace, il razzismo e criticavano l’industria bellica. Da quel periodo in poi la musica divenne sempre più un simbolo di ribellione e “Counterculture”.

Quando il rock segna un punto di non ritorno

Nel trentennio successivo il rock divenne uno dei generi musicali più impegnati dal punto di vista politico. 

Un esempio eclatante sono i Pink Floyd che denunciarono il controllo esercitato dalle istituzioni e i limiti del sistema scolastico in Another Brick in the Wall. Altre band che dimostrarono anch’esse un impegno simile sono per esempio gli U2 che affrontarono temi come il terrorismo e I Rage Against the Machine, che resero ogni loro album un’arma per criticare il capitalismo, il razzismo, gli abusi delle forze dell’ordine e le disuguaglianze economiche. La loro canzone più celebre, Killing in the Name, denuncia in particolare il razzismo sistemico e, al contempo, la brutalità delle forze dell’ordine in maniera molto intelligente, paragonando l’ideologia di alcuni loro membri a quella del Ku Klux Klan.

Anche i Green Day entrarono nel dibattito politico, specialmente nel 2004 con il loro album American Idiot. In quel periodo gli Stati Uniti erano coinvolti nella guerra in Iraq e il gruppo criticò apertamente il clima politico dell’epoca, accusando il governo e i mezzi di informazione di alimentare paura e disinformazione. L’album ebbe un successo commerciale enorme, portando i Green Day ad essere il simbolo del punk rock e uno dei primi esempi a cui le persone pensano quando si parla di impegno politico nella musica. Un esempio recente di questo impegno continuo del gruppo è come durante le esibizioni dal vivo più recenti, spesso il gruppo cambiava i testi delle canzoni per criticare l’amministrazione Trump: l’esempio più celebre di ciò è la sostituzione di  I’m not a part of a redneck agenda [Non faccio parte di un’agenda redneck]  in I’m not a part of the MAGA agenda [Non faccio parte dell’agenda MAGA], nel brano American Idiot, dimostrando come una canzone di vent’anni fa possa essere ancora estremamente attuale.

I System of a Down: attivismo musicale per eccellenza

Tutti questi artisti hanno contribuito a dimostrare come la musica, in questo caso il rock, possa essere molto più di un semplice passatempo, ma può diventare una forma di giornalismo e attivismo: e se esiste un gruppo che ha fatto dell’impegno polito il centro della propria identità, quello è sicuramente i System of a Down, d’ora innanzi “SOAD”.

La band nasce nel 1994 a Los Angeles ed è composta da Serj Tankian, Daron Malakian, Shavo Odadjian e John Dolmayan. Tutti e quattro sono discendenti di superstiti del genocidio armeno e questo elemento influenzerà profondamente la loro musica.

Il genocidio armeno

Tra il 1915 e il 1916, durante gli ultimi anni dell’Impero Ottomano, centinaia di migliaia di armeni furono deportati, uccisi o costretti a marce nel deserto in condizioni disumane. Molti storici stimano che le vittime siano state circa un milione e mezzo. (1)

I membri dei SOAD sono discendenti di sopravvissuti a quei massacri. Per loro non si tratta quindi soltanto di un evento storico studiato nei libri, ma di una parte della propria storia familiare.

Anche se è stato uno degli eventi più atroci nella storia del genere umano, per decenni questo genocidio è stato poco conosciuto e il suo riconoscimento è stato ostacolato da ragioni politiche e diplomatiche. Proprio per questo la band ha deciso di utilizzare la propria fama per parlarne il più possibile: ogni concerto, intervista o apparizione pubblica è diventata un’occasione per ricordare le vittime e chiedere il riconoscimento internazionale del genocidio.

Le canzoni come strumenti di denuncia

Fin dagli inizi il gruppo sceglie una strada diversa rispetto a molte altre band metal dell’epoca. Il genere metal, assieme ai suoi sottogeneri, è noto per i testi molto introspettivi e personali; i SOAD invece parlano di guerre, manipolazione dei media, consumismo, ambiente, droga, sistema carcerario, corruzione politica e diritti umani.

Le loro canzoni sono aggressive, a volte caotiche e spesso con testi complessi, ricchi di metafore e cantati quasi in maniera giornalistica, ma con un messaggio quasi sempre chiaro: invitare gli ascoltatori a sviluppare uno spirito critico e a non accettare passivamente ciò che viene raccontato dai governi o dai mezzi di comunicazione, per esempio:

Prison Song denuncia il sistema carcerario statunitense e il fenomeno dell’incarcerazione di massa, ripetendo più volte il verso “They’re trying to build a prison” [stanno provando a costruire una prigione] a sottolineare come questo fenomeno spesso colpisca perlopiù le classi sociali più basse.

B.Y.O.B. (Bring Your Own Bombs, parodia della locuzione “Bring your own booze”, che indica il diritto di portare in locali pubblici bevande alcoliche da casa) critica le guerre moderne e si chiede perché siano soprattutto i cittadini comuni a combattere e morire, mentre chi prende le decisioni rimane lontano dal fronte. Questa angosciante verità è perfettamente rappresentata nel verso cantato a squarciagola “Why don’t presidents fight the war? / Why do they always send the poor?” [Perché le guerre non le combattono i Presidenti? / Perché mandano sempre i poveri?].

Deer Dance parla della violenza delle forze dell’ordine durante le manifestazioni, evidente nella seguente strofa Pushing little children with their fully automatics, / They like to push the weak around” [Spintonano i bambini piccoli con i loro fucili automatici, / Amano opprimere i deboli].

Boom! è una durissima critica alla guerra in Iraq e al complesso militare-industriale, nel testo l’onomatopea “Boom” viene ripetuta molto frequentemente.

“P.L.U.C.K.” è dedicata proprio al genocidio armeno e rappresenta uno dei primi tentativi della band di trasformare una tragedia storica in un messaggio musicale. Il titolo della canzone è l’acronimo di “Politically Lying, Unholy, Cowardly Killers” [Assassini codardi, profani e politicamente bugiardi], che esprime in pochissime parole una durissima condanna nei confronti degli artefici del genocidio armeno e di chi, per motivi politici, ne ha negato l’esistenza.

Il Frontman Serj Tankian

Parlare dei SOAD significa anche e soprattutto parlare del loro cantante e frontman, Serj Tankian.

Oltre alla carriera musicale di grande successo, grazie alla popolarità acquisita con il suo inestimabile contributo alla band e anche con i suoi progetti da solista, Tankian è uno degli attivisti più conosciuti nella scena rock internazionale.

Ha scritto libri, pubblicato articoli e partecipato a numerose campagne sui diritti umani, sulla tutela dell’ambiente, sulla pace e sul riconoscimento del genocidio armeno; e non si trattiene mai dall’esprimersi sulle questioni di attualità e condannare pubblicamente fatti che ritiene scandalosi: recentemente, il Governo israeliano per un calcolo politico ha riconosciuto il genocidio armeno. Questa cosa Tankian l’ha trovata a dir poco disgustosa e sui social ha condannato la strumentalizzazione del massacro del popolo armeno da parte di Israele dicendo “…il fatto che questo Governo, che sta già commettendo un genocidio in Gaza e in Libano, ha deciso di riconoscere il genocidio dei miei nonni, è la cosa peggiore che avrebbero potuto fare agli armeni, usando la nostra storia, il nostro genocidio, il nostro dolore per i loro vantaggi politici.” (2)

Riflessioni personali

Qualcuno sostiene che gli artisti dovrebbero limitarsi a fare musica senza parlare di politica.

Eppure, osservando ciò che accade oggi, è evidente che musica e politica continuano a intrecciarsi.

Anche grandi eventi internazionali come il Super Bowl, gli Eurovision o importanti festival musicali diventano luoghi in cui ogni gesto, ogni messaggio e perfino ogni scelta artistica può assumere un significato politico (come accaduto per esempio nello halftime show del Super Bowl del 2026, quando il cantautore naturalizzato statunitense Bad Bunny ha tenuto lo show interamente in spagnolo e criticato l’attuale narrativa statunitense). Questo dimostra come sia praticamente impossibile separare completamente la musica dal contesto sociale e politico in cui nasce.

Personalmente ritengo che ascoltare una canzone significa spesso fare molto più che seguire una melodia: dietro un testo possono nascondersi eventi storici, tragedie, proteste e richieste di cambiamento e interessarsi a ciò è una scelta in tutto e per tutto.

Ovviamente purtroppo la musica non può risolvere da sola i problemi del mondo. Tuttavia può fare qualcosa di altrettanto importante: spingere le persone a informarsi, a porsi delle domande e a sviluppare uno spirito critico.

Il motivo per cui ho scelto di parlare dei System of a Down è perché, oltre ad apprezzare molto la loro musica, rappresentano uno degli esempi più evidenti di come un gruppo musicale possa trasformare il proprio successo in uno strumento di informazione. Grazie alle loro canzoni milioni di persone hanno scoperto l’esistenza del genocidio armeno o hanno iniziato a riflettere su temi come la guerra, la propaganda e le disuguaglianze: sono riusciti a trasformare il metal in un mezzo di memoria storica e di impegno civile, dimostrando che anche una canzone può contribuire a mantenere viva la coscienza collettiva.

Per concludere, per chi volesse approfondire l’argomento, o semplicemente per chi vuole godersi un po’ di ottima musica, non posso che consigliare l’ascolto di “Toxicity”, il loro album di maggior successo.

Note

N.B.: Le citazioni dai testi delle canzoni, frutto di ascolto personale, sono riprodotte a scopo di analisi critica e culturale, conformemente all’art. 70 della Legge sul diritto d’autore. Le traduzioni sono originali e realizzate appositamente per questa pubblicazione. Tutti i nomi, titoli di brani e marchi citati appartengono ai rispettivi proprietari. L’uso che se ne fa in questo articolo ha esclusivo scopo culturale e informativo, tutti i brani citati sono reperibili online, in videoclip sulle principali piattaforme multimediali.

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio_armeno

(2) https://www.facebook.com/VocalPolitics/videos/armenian-american-serj-tankian-lead-singer-of-the-grammy-award-winning-heavy-met/1908009169881653/