L’aggressività americana
L’America di Donald Trump è senza dubbio la protagonista assoluta sulla scena internazionale di questo inizio 2026. La sua aggressività si è manifestata con pressioni su alcuni paesi dell’America Latina, dichiarazioni provocatorie nei confronti dell’Europa e minacce di annessione della Groenlandia. Washington ha accantonato l’approccio multilaterale degli ultimi decenni, virando verso una strategia unilaterale incentrata sulla personalità del suo presidente.
Gli organizzatori della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera, il principale appuntamento annuale per la difesa europea (che si tiene a metà febbraio di ogni anno), hanno scritto nel loro rapporto introduttivo all’evento che Trump sta dando un contributo importante alla distruzione dell’ordine internazionale nato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il suo stesso segretario di stato, Marco Rubio, arrivando in Germania ha ammesso esplicitamente che la geopolitica è ormai entrata in una nuova era.
Non solo. Sotto la guida di Trump sono state stravolte anche le regole della diplomazia. Per esempio con l’uso sistematico di canali di comunicazione non tradizionali (Trump e l’utilizzo dei social), oppure con la marginalizzazione dei diplomatici in carriera e l’utilizzo di uomini d’affari legati al presidente (il caso di Steve Witkoff, l’immobiliarista amico di Trump diventato il suo inviato speciale sui dossier più delicati).
La nuova gestione della politica estera americana ha portato a tensioni che non riguardano solo gli Stati Uniti, i loro avversari, e i loro alleati o ex-alleati, ma anche gli equilibri politici, economici e di sicurezza di tutto il mondo.
Il 3 gennaio scorso, per esempio, ci siamo svegliati con una notizia dirompente: gli Stati Uniti hanno attaccato Caracas e altre zone del Venezuela per catturare il presidente Nicolas Maduro. L’annuncio è arrivato direttamente da Donald Trump tramite il suo social Truth. Il presidente americano ha pubblicato un’immagine di Maduro in manette a bordo di un aereo e poco dopo ha rivendicato il successo di quella che in una telefonata con il New York Times ha definito “un’operazione brillante”.
Successivamente ha dichiarato che il Venezuela sarà amministrato dai suoi fedelissimi, senza nemmeno provare a nascondere che l’obiettivo primario fosse il controllo delle infrastrutture petrolifere. Queste ultime, nazionalizzate ai tempi di Hugo Chavez, sono state dichiarate dalla Casa Bianca “proprietà privata degli Stati Uniti”, giustificando quell’occupazione con la necessità di mettere in sicurezza impianti considerati obsoleti e pericolosi.
Sebbene Trump accusasse da tempo Maduro (così come il presidente colombiano Gustavo Petro) di favorire il traffico di droga, tale motivazione appare ormai come uno stratagemma per nascondere semplicemente mire economiche. Attraverso questa chiara violazione della sovranità nazionale del Venezuela, Trump ha avviato il processo di trasformazione del paese nel perfetto vicino di casa, che abbassa la testa di fronte alla legge del più forte. Tutto il vicinato è avvisato.
Poco dopo l’attenzione internazionale si è spostata sulla Groenlandia. Il presidente americano ha infatti dichiarato di voler acquistare l’isola dalla Danimarca per questioni di sicurezza, considerandola una regione strategica e di vitale importanza per gli Stati Uniti, soprattutto di fronte agli interessi di Cina e Russia. In realtà la Groenlandia è un tesoro galleggiante. Il sottosuolo dell’isola contiene infatti grandi quantità di petrolio e gas naturale, ma soprattutto di terre rare.
Ma cosa sono le terre rare, di cui abbiamo già sentito parlare per esempio in Ucraina? Si tratta di materiali primari in settori strategici con una crescente possibilità d’investimento: informatica e transizione ecologica (litio, nichel, titanio, ecc).
Però la questione più importante per cui Trump è così interessato alla Groenlandia riguarderebbe il riscaldamento globale. Con l’innalzamento delle temperature la calotta artica si sta sciogliendo e questo renderà nel giro di qualche anno le rotte artiche pienamente percorribili. Questo preoccupa gli Stati Uniti perché l’altra potenza che sta investendo sulle rotte artiche è la Cina, che potrebbe trarre un enorme vantaggio dalla navigazione intorno alle coste di un’isola che potrebbe rappresentare il futuro del commercio.
La comunicazione come strumento diplomatico
Donald Trump incarna perfettamente anche il mutamento radicale della comunicazione politica a livello internazionale, caratterizzato dalla scomparsa dei mediatori tradizionali e dei protocolli diplomatici.
Il presidente americano ha dichiarato per esempio di avere in mano un accordo che gli consentirà di avere il controllo dell’isola. Ma in realtà l’accordo menzionato non è altro che una bozza e la sovranità della Groenlandia viene tutelata dagli altri attori della comunità internazionali, a partire dalla Groenlandia stessa che da anni gode di una certa indipendenza anche dalla Danimarca. Trump ha così deciso di postare sul social Truth uno screenshot di un messaggio ricevuto da Mark Rutte, nel quale il segretario generale della NATO si congratulava per i successi ottenuti in Siria e si impegnava a trovare una soluzione per la Groenlandia. Stessa cosa con Emmanuel Macron, che poco prima gli aveva chiesto spiegazioni proprio sulla Groenlandia e lo aveva invitato a cena a Parigi.
La strategia comunicativa di Trump è stata molto evidente nel suo lungo intervento al World Economic Forum di Davos.
Ha affermato che gli Stati Uniti avevano restituito la Groenlandia alla Danimarca dopo la Seconda Guerra Mondiale, anche se in realtà la Groenlandia non è mai stata sotto il controllo americano. Al massimo si può parlare di qualche base militare.
La sovranità danese sull’isola è stata riconosciuta da parte degli Stati Uniti nel 1916. Questo esempio è l’emblema di un revisionismo storico caratteristico del capo della Casa Bianca, un revisionismo che negli ultimi anni è diventato l’arma principale delle destre sovraniste in tutto il mondo. Eliminare la memoria storica comune per sostituirla con teorie che toccano la pancia e quindi le emozioni dell’opinione pubblica. Sostanzialmente confezionare delle storie basate sulle paure e sulle preoccupazioni dei cittadini, che spesso dimenticano il passato e sono disposti a barattare un segmento di democrazia con un maggiore livello di sicurezza. Questo accade anche quando la sicurezza di cui si parla è in realtà una strategia per coprire i veri obiettivi, come nel caso della Groenlandia.
Nel suo intervento a Davos Trump ha anche attaccato apertamente e a livello personale Jerome Powell, il governatore della Federal Reserve (FED), la banca centrale americana, che sui social ha definito too late, in quanto a suo avviso sempre in ritardo rispetto alle azioni operative. Ciò che il presidente però ha omesso è il fatto che i dazi da lui introdotti hanno contribuito all’aumento dell’inflazione, spingendo verso l’alto i prezzi al consumo, manovra che ha costretto la FED ad alzare i tassi di interesse.
Trump utilizza il potere politico e la forza dello Stato per intimidire gli attori interni (pensate al caso di Harvard) ma la stessa strategia viene costantemente utilizzata anche a livello internazionale. La sua politica estera si nutre di intimidazioni e minacce: dal possibile recupero del Canale di Panama all’introduzione di dazi punitivi del 100% ai paesi BRICS e del 25% al Messico. La sua agenda include tra le altre cose la sospensione degli aiuti militari all’Ucraina e i piani controversi per trasformare la Striscia di Gaza in un residence per ricchi. Chiunque ostacoli i piani americani, che si tratti di petrolio venezuelano o di mire sulla Groenlandia, viene minacciato di pesanti sanzioni.
Questo modo di fare diplomazia si discosta totalmente dalle relazioni internazionali a cui eravamo abituati fino a pochi anni fa. E siamo sicuri che sia il modo migliore per mantenere la pace tra gli stati? Trasformare uno stato in un’azienda privata e gestirlo come tale ha sicuramente dei vantaggi, ma solo per chi si trova ai vertici. Se invece consideriamo ancora la politica come l’azione fondamentale per migliorare gli standard di vita comuni, allora probabilmente quest’aggressività non è la migliore strategia per stipulare accordi e trattati. Abituarsi alla semplificazione ci porta a credere che il diritto internazionale non serva, quando effettivamente è così solamente perché l’utilizzo della forza a proprio vantaggio crea leve di potere in grado di ribaltare l’ordine costituito. Gli Stati Uniti però non sono più la prima potenza mondiale, le sfere d’influenza sono cambiate e forse questi giochi di potere potrebbero presentare il conto prima di quanto si pensi.
Le conseguenze inevitabili: Washington e Pechino ai ferri corti
In un quadro internazionale così imprevedibile e con un attore statale di peso – l’America – che come abbiamo detto ha adottato una politica estera molto aggressiva, è lecito chiedersi quali possano essere le conseguenze a livello globale.
Donald Trump non è la causa dell’attuale disordine internazionale, ma con le sue scelte ha sicuramente accelerato le dinamiche che rendono il mondo di oggi così imponderabile.
Il presidente americano si vanta di aver risolto una serie di guerre, ma in realtà con le sue politiche ha aperto o accentuato diverse altre crisi. Alcune le abbiamo già citate – il Venezuela e la Groenlandia – e al momento in cui chiudiamo questo articolo altre potrebbero esplodere da un momento all’altro – l’Iran per esempio. Il tutto ovviamente con il rischio di aggiungere ulteriore instabilità al sistema.
Questo vuol dire che a un certo il mondo si troverà di fronte a una nuova guerra mondiale?
Nessuno ha la sfera di cristallo, ma alcune considerazioni, alcune ipotesi, si possono fare.
La prima. Un eventuale nuovo conflitto mondiale dovrebbe coinvolgere i principali attori internazionali. In questo caso i principali attori statali: Stati Uniti, Cina, Russia.
Da questo punto di vista alcuni fatti degli ultimi mesi sembrano indicare una sorta di accordo implicito tra loro. Ognuno, seppur in modo diverso, è libero di far valere la legge del più forte nella propria sfera di influenza, nella sua area geografica di riferimento. Quello che conta è la forza, che si può usare ma “a casa propria”.
Da qui l’aggressività di Trump nell’emisfero occidentale, dal Venezuela alla Groenlandia, sulla carta contro gli interessi delle altre due potenze ma senza avvicinarsi a loro.
Da qui la prepotenza russa nell’ex-spazio sovietico, ma anche la cautela degli Stati Uniti nei confronti di Mosca per l’invasione dell’Ucraina.
Da qui le dichiarazioni sempre più frequenti della Cina sul diritto di riprendersi Taiwan, ma ancora una volta anche la prudenza degli Stati Uniti nei confronti di Pechino.
Insomma mano libera ma senza disturbare troppo gli altri potenti di turno.
Se così fosse, e in parte le cose stanno andando proprio così, un conflitto globale non sembra imminente.
La seconda considerazione. Nonostante il disordine ci sono anche dinamiche piuttosto chiare e lineari. I due attori più potenti, decisamente più potenti di tutti gli altri, sono Stati Uniti e Cina. Se ci dovesse essere una nuova guerra mondiale non potrebbe essere che tra Washington e Pechino. Possibile? Nonostante i dazi e lo scontro commerciale, nonostante gli interessi contrapposti nel Pacifico, nonostante il supporto militare americano a Taiwan è molto difficile immaginare che si possa arrivare sul serio a uno scontro aperto. Anche se l’aggressività di Trump è piuttosto lontana dall’equilibrio del presidente cinese Xi Jinping – da anni impegnato a trasmettere l’immagine del leader responsabile e affidabile – entrambi i leader sanno molto bene come l’impatto di un conflitto globale possa essere per loro stessi devastante. Anche perché nel mondo di oggi anche avversari come Stati Uniti e Cina sono legati a doppio filo da dinamiche economiche, finanziarie e commerciali. La contrapposizione tra Washington e Pechino è cosa ben diversa rispetto a quella tra Stati Uniti e Unione Sovietica ai tempi della Guerra Fredda. Detto questo i rischi di una contrapposizione ancora più marcata ci sono. Uno è rappresentato da un possibile nuovo attacco militare americano all’Iran in Medio Oriente. Pechino è il principale compratore di petrolio iraniano, e le importazioni da Tehran sono aumentate ulteriormente dopo il blitz americano in Venezuela.
La terza e ultima ipotesi. Nel giro di pochi mesi Trump ha fatto capire molto chiaramente come il suo “America First”, prima di tutto l’America, non fosse un inno all’isolazionismo come sembrava indicare la sua prima presidenza, ma piuttosto una specie di appello agli americani affinché si riprendano quel primato a livello mondiale che alla fine della Guerra Fredda sembrava destinato a durare all’infinito ma che in realtà è poi svanito in meno di 20 anni. In questa prospettiva l’aggressività nell’emisfero occidentale – l’uso della forza in America Latina e la minaccia di prendersi il territorio di un alleato all’interno della NATO – rappresenterebbe una strategia estrema di chi in realtà si sente molto debole, privo appunto di quella superiorità che aveva in passato. Nei momenti di estrema difficoltà, vale anche per la natura umana, si possono fare gesti estremi, si possono prendere decisioni avventate. In questo caso l’amministrazione Trump potrebbe fare mosse molto più invasive anche nei confronti della Cina, che in fondo rappresenta l’ostacolo principale sul cammino verso la ripresa della leadership globale. Ma la consapevolezza dei propri limiti dovrebbe anche funzionare da deterrente di fronte al desiderio di avventurarsi in imprese dall’esito incerto. La prepotenza verso i suoi stessi alleati europei sembra indicare che la scelta sia proprio quella di alzare la voce nel suo storico ambiente di riferimento – l’Occidente – o comunque con chi non può controbattere e invece di non voler provocare troppo gli altri potenti di turno, Cina e Russia. Anche questa ipotesi ci fa dire che forse il mondo non sia sull’orlo di un nuovo conflitto globale.
L’Europa nell’angolo e la fine delle relazioni transatlantiche?
L’ultima riflessione non può che riguardare l’Europa, visto che si tratta del nostro punto di osservazione sul mondo.
Il Vecchio Continente aveva già perso peso globale prima del ritorno di Donald Trump. Ma ora il presidente americano lo ha messo ulteriormente in crisi. Prima con la minaccia di abbandonare la NATO e di lasciare gli europei da soli di fronte all’aggressività della Russia in Ucraina e al desiderio di Putin di restituire a Mosca il ruolo di potenza che aveva ai tempi dell’Unione Sovietica. Poi con l’annuncio di voler prendere il controllo della Groenlandia. Un dossier quest’ultimo che se gestito male potrebbe portare addirittura alla fine della NATO.
A un certo punto la seconda presidenza Trump finirà e sulla base delle attuali regole della democrazia americana non ce ne sarà una terza. Ma le relazioni tra Stati Uniti ed Europa sono destinate a rimanere ai minimi storici per parecchio tempo. Oltretutto negli anni scorsi l’Unione Europea, che raccoglie la maggior parte dei paesi europei, ha già perso uno dei suoi membri più importanti il Regno Unito (Brexit).
Le difficoltà non sono solo politiche. I problemi non sono solo il poco peso geopolitico e i rischi alla sicurezza vista l’aggressività russa. Dato l’allontanamento degli Stati Uniti la questione centrale è l’economia. Non è un caso che in questi mesi l’Europa abbia cercato di aprire o di consolidare mercati lontani ma molto promettenti. C’è stato per esempio un importante accordo di libero scambio tra Unione Europea e India. E allo stesso tempo c’è un rinnovato interesse a fare affari con la Cina, nonostante le frizioni su altri fronti. Anche se non esplicitamente sembra chiaro come in un momento così complesso gli europei siano disposti a chiudere un occhio sulle violazioni dei diritti umani in Cina. Viste le intemperie sulle relazioni transatlantiche la priorità assoluta è mantenere agganci internazionali e mercati aperti. Tutto il resto passa in secondo piano. Lo sta facendo anche il Canada, in prima linea nel tentativo di contenere l’effetto Trump, e lo sta facendo proprio con la Cina.
Oggi come oggi all’Europa, che noi consideriamo ancora il centro del mondo, mantiene forse un ultimo e unico ruolo guida, quello legato alla democrazia e ai diritti umani. Ma con equilibri globali in continua e rapida trasformazione anche questa posizione potrebbe presto saltare.












