Un capitolo dimenticato: il culmine delle tensioni

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In quanti conoscono davvero, o hanno almeno sentito nominare, la storia del confine orientale italiano, le foibe o l’esodo istriano? 

Esistono intere pagine del nostro passato che sembrano essere state strappate dai libri di storia, quasi si volesse cancellarle. Sono eventi rimasti a lungo nell’ombra, rimossi dalla memoria collettiva, eppure fondamentali per comprendere la realtà che ci circonda.

Questo articolo nasce per esplorare un capitolo complesso e doloroso, troppo spesso trascurato: l’esodo istriano. 

Lo scopo non è alimentare polemiche, ma offrire una ricostruzione storica onesta, libera da strumentalizzazioni di parte, per restituire dignità a una memoria necessaria, nella convinzione che la conoscenza sia l’unico antidoto all’indifferenza.

Per comprendere appieno la complessità e la brutalità dell’accaduto, è necessario analizzare il contesto storico e geografico dell’area interessata.

La regione dell’Adriatico orientale (Venezia Giulia, Istria, Dalmazia, Fiume, Quarnaro) è storicamente un territorio complesso. Il lungo dominio romano e veneziano vi favorì una convivenza multiculturale tra la popolazione italiana, che risiedeva prevalentemente nella zona costiera, nelle città dalmate e in Istria, e le varie popolazioni slave, che erano insediate nell’entroterra, rendendo l’area un crocevia millenario di italiani, sloveni e croati.

Tuttavia, questa eterogeneità comportò evidenti divisioni sociali ed economiche. 

Con il tempo, l’emergere dei nazionalismi trasformò queste differenze nella cosiddetta “questione adriatica“: un conflitto tra le aspirazioni irredentiste italiane e il nascente nazionalismo slavo, che culminò poi nella Prima guerra mondiale.

Nel XIX secolo il mondo slavo era frammentato sotto grandi imperi multinazionali: l’Impero russo a est, l’Impero ottomano e l’Impero asburgico, che controllavano sloveni, croati, ungheresi, tedeschi e italiani nei Balcani. L’Italia post-unitaria, invece, ambiva all’unificazione di regioni come l’Istria e la Dalmazia nei confini nazionali: terre a maggioranza slava nelle campagne (principalmente in Dalmazia), ma con centri urbani, come Trieste, Fiume, Zara e Pola, storicamente e culturalmente italiani, allora ancora sotto il dominio asburgico.

Jean Matal, Public domain, via Wikimedia Commons

Un punto di svolta fondamentale fu il 1866. Dopo la sconfitta nella Terza guerra d’indipendenza contro l’Italia, l’Impero asburgico temette nuove perdite territoriali. Per rafforzare la propria coesione interna, Vienna emanò decreti volti a una “slavizzazione” e “germanizzazione” forzata, penalizzando l’elemento italiano e utilizzando la stampa e la Chiesa per imporre la cultura slava. Questa politica discriminatoria alimentò profondi rancori che, nei decenni successivi, sfociarono in duri scontri etnici, attentati, aggressioni e violenze reciproche, soprattutto a Trieste, come l’assalto alla Ginnastica Triestina.

La città di Trieste divenne, infatti, un focolaio di tensioni culturali e teatro di lotte per l’autonomia e l’identità nazionale. Le autorità imperiali austriache risposero con la repressione poliziesca e lo scioglimento di amministrazioni locali a guida italiana, in modo particolare in Dalmazia.

Con l’inizio del primo conflitto mondiale, le tensioni raggiunsero l’apice e il timore di repressioni si fece ancora più acuto. In questo periodo migliaia di abitanti, specialmente del Trentino e dell’Istria, furono deportati in campi di concentramento austro-ungarici dove le condizioni di vita erano terribili. Fame, malattie, lavoro forzato e punizioni causarono un’alta mortalità. Le condizioni furono ulteriormente aggravate dalle “marce della morte” che precedevano l’internamento, spesso fatali, non solo per i civili italiani, ma anche per i soldati serbi catturati.

Tutte queste repressioni e azioni nei confronti degli italiani prepararono il terreno per l’intervento dell’Italia.

La stipulazione del Patto di Londra (1915), accordo segreto tra Italia, Gran Bretagna, Francia e Russia, prevedeva l’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’intesa contro gli Imperi centrali, ricevendo in cambio, solo in caso di vittoria, territori come il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia (compresa l’intera Istria, esclusa Fiume), parti della Dalmazia (comprendendo Zara, Sebenico e le isole di Lissa, Lesina e Curzola).

Questo accordo, a termine del conflitto, non fu totalmente rispettato. Le potenze vincitrici, sotto la pressione del presidente americano Woodrow Wilson e dei suoi “Quattordici punti“, si opposero alle richieste italiane di annessione di territori come la Dalmazia, abitata per la maggior parte da slavi, in modo da non compromettere il principio di autodeterminazione dei popoli e non permettere all’Italia di ottenere un eccessivo controllo sull’area adriatica. Fu nettamente rifiutata anche la richiesta aggiuntiva italiana di annettere la città di Fiume, rivendicata in base al diritto di autodeterminazione dei popoli poiché, secondo un censimento del 1919, risultava una maggioranza italiana tra gli abitanti.

Il 12 settembre del 1919, Gabriele D’Annunzio, figura importante nel panorama italiano di quegli anni, e i suoi legionari occuparono Fiume, rivendicando la città come “vittoria mutilata” dell’Italia e ignorando le decisioni internazionali. Questa città era strategicamente importante e veniva contesa tra gli interessi italiani e quelli del neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS).

D’Annunzio istituì un governo provvisorio, ma questo tentativo di annessione fallì. Il 12 novembre del 1920 venne firmato il Trattato di Rapallo, un accordo tra Italia e la futura Jugoslavia (letteralmente “Terra degli slavi del sud”, si tratta di un’entità statale balcanica, nata dopo la dissoluzione dell’Impero austroungarico, che fino agli anni Novanta ha riunito i popoli slavi e altre minoranze) per stabilire definitivamente e consensualmente i confini. 

È necessario chiarire che già agli inizi del Novecento nell’ambito della prima Assemblea Generale della Società delle Nazioni (predecessore dell’ONU) furono gettate le basi per la nazionalizzazione delle minoranze, aspetto che viene spesso trascurato dalla storiografia.

Al fine di evitare contrasti interstatali, come poi avvenne in tutta Europa in seguito alla nuova geografia disegnata dai trattati di pace e dalla scomparsa degli imperi centrali, presero corpo in questa prima Assemblea, e successivamente nelle sedute del Consiglio, le raccomandazioni per le potenze vincitrici (tra cui l’Italia) di procedere ad una “rapida assimilazione” delle minoranze etniche presenti all’interno dei propri confini (come fece la Francia in Alsazia e Lorena). Viceversa, ai nuovi stati nati dalla dissoluzione dell’Austria-Ungheria veniva raccomandato di tutelare le minoranze etniche inglobate. 

Va precisato che tali raccomandazioni erano già contenute nei trattati di pace come principi generali. La Società delle Nazioni non fece altro che richiamarli ed enunciarli con maggiore precisione. 

Con la firma del Trattato di Rapallo tra Italia e Regno SHS, se per l’Italia non fu stabilito alcun obbligo di tutela delle minoranze slave e tedesche, incorporate con i nuovi confini, per la controparte, al contrario, venne imposta la tutela della minoranza italiana, tedesca e ungherese (principio che fu in ogni caso disatteso, come dimostra la Domenica di sangue di Marburgo, ora nota come Maribor, del 1919).

Al concludersi della prima guerra mondiale, comunque, le tensioni crebbero per innumerevoli ragioni.

L’Italia ottenne la quasi totalità della Venezia Giulia (esclusa Fiume), Zara e l’Isola di Lagosta (inglobando circa 300 mila slavi), mentre il Regno di SHS assunse il controllo della maggior parte della Dalmazia (inglobando circa 100 mila italiani).

Oltre a questo, si stabilì che la città di Fiume diventasse uno Stato Libero, autonomo e indipendente, con il fine di alleviare le tensioni. Successivamente il governo italiano, sotto la pressione internazionale, intervenne militarmente contro i legionari di D’Annunzio. 

Questa decisione destò malcontento dell’opinione pubblica italiana che aveva già subito la perdita della Dalmazia.

I successivi rapporti tra il Governo italiano e quello jugoslavo, seppur tesi per la difficile situazione politica del nuovo Stato fiumano, permisero il 27 gennaio del 1924 di giungere ad una spartizione della città con la firma del Trattato di Roma. 

L’Italia ottenne la città di Fiume e una fascia costiera, mentre il Regno Jugoslavo assunse il controllo dell’entroterra con Porto Baros e il delta del fiume Eneo. Nonostante la decisione dei confini, furono ugualmente concesse garanzie per le minoranze jugoslave nella città.

Questa annessione apparentemente pacifica, ma che lasciava irrisolti i contrasti etnici, si concluse con l’avviamento da parte del regime fascista di una politica di “italianizzazione” forzata. Essa prevedeva un processo di omogeneizzazione culturale e linguistica, imponendo l’italiano e sopprimendo le altre lingue e culture, specialmente nelle zone di confine, non solo nelle regioni dell’Adriatico, ma anche in Alto Adige. 

Il regime fascista varò numerosissimi provvedimenti che miravano alla snazionalizzazione delle minoranze sul territorio italiano, in un clima inasprito dalle misure totalitarie della dittatura, valide anche per gli italiani stessi.

Entrarono in vigore diverse leggi che proibivano di parlare dialetti e lingue minoritarie (sloveno, tedesco e croato) nelle scuole, negli uffici e in ogni aspetto della vita pubblica e privata, con sanzioni per chi non si conformava. I toponimi (principalmente in Alto Adige), i nomi e i cognomi stranieri vennero sostituiti con una versione italiana, con l’obiettivo di osteggiare e cancellare ogni espressione di identità locale minoritaria.

Furono strumentalizzate diverse istituzioni culturali, come la Società Dante Alighieri, per promuovere l’identità nazionale e esaltare la lingua italiana. 

Questa politica repressiva, se da un lato consolidò il controllo italiano sul territorio, dall’altro alimentò un profondo risentimento nelle minoranze, come in Alto Adige. I risultati di tale campagna, però, non furono raggiunti totalmente come sperato dalle autorità fasciste: per esempio, in Venezia Giulia le popolazioni slovene e croate continuarono a parlare la propria lingua nella sfera privata e rimasero insediate nella regione, in Alto Adige la lingua tedesca rimase ben radicata, come lo è tutt’oggi.

A dimostrazione di ciò, secondo un censimento segreto del 1936, il numero di sloveni e croati presenti nella zona non era diminuito rispetto al 1921.

Allo scoppio del secondo conflitto mondiale la situazione si fece più drammatica. 

Nel 1941 le forze dell’Asse decisero di invadere il Regno di Jugoslavia. L’azione fu una risposta al colpo di stato anti-tedesco del 27 marzo a Belgrado, che rovesciò il governo firmatario del Patto Tripartito. In questo modo i territori del confine orientale d’Italia si trovarono coinvolti direttamente nel conflitto che da lì a poco sarebbe diventato mondiale.

Il 6 aprile 1941 le truppe tedesche iniziarono l’attacco, seguite dalle altre forze alleate, in modo particolare da quelle italiane e ungheresi. L’esercito jugoslavo si trovò circondato e si dissolse rapidamente, e quattro giorni più tardi Ante Pavelić, capo degli “Ustascia” (movimento politico croato filo-fascista), proclamò l’indipendenza della Croazia. Questo segnò la fine del Regno di Jugoslavia.

A questo punto l’Italia colse l’opportunità di questa debolezza e annesse una buona parte della costa dalmata con le relative isole, costituendo il Governatorato della Dalmazia e riuscendo, inoltre, a ottenere il controllo delle sponde orientali del Mar Adriatico. Successivamente incorporò anche parte della Slovenia (la provincia di Lubiana), abitata interamente da sloveni, che confinava con il territorio orientale della Venezia Giulia. La restante parte del Regno Jugoslavo fu annessa alla Grande Croazia di Ante Pavelić.

In generale le potenze dell’Asse puntarono ad assumere il controllo solo delle principali vie di comunicazione, disinteressandosi del resto della zona orientale. Questo permise a numerosi reparti dell’esercito jugoslavo di darsi alla macchia, dando vita ai primi nuclei di resistenza organizzata, che divenne imponente rispetto a quella degli altri Paesi europei occupati dall’Asse. 

I principali movimenti resistenziali si concentrarono attorno a due figure: il colonnello Dragoljub Mihailović, noto come “Draža”, capo dell’armata nazionale jugoslava, e Josip Broz Tito, segretario del P.C.J. (Partito Comunista Jugoslavo), che puntava a creare uno stato comunista sul modello sovietico.

Queste organizzazioni di resistenza agivano attraverso sabotaggi e attentati contro gli occupanti, causando, però, azioni di controguerriglia che si estesero agli strati più ampi della popolazione civile, sospettata, a torto o a ragione, di favorire la resistenza.

Villaggi incendiati, civili fucilati e deportati. Tutto questo alimentò la paura e l’odio nei confronti dei militari italiani e tedeschi, inducendo molte persone a schierarsi con i partigiani. Nonostante ciò è importante sapere che seppur da una parte vi era una radicalizzazione della lotta partigiana, dall’altra ci fu un analogo aumento delle milizie di volontari anticomunisti che parteciparono attivamente alla repressione del movimento partigiano. Pertanto le truppe italiane presenti nell’area balcanica si trovarono ad affrontare una guerra “globale”, in quanto in qualsiasi zona si trovassero potevano restare vittime di un agguato.

Dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, la popolazione aveva sperato in una rapida conclusione del conflitto. Tuttavia, all’annuncio dell’armistizio non si registrarono particolari entusiasmi: l’evento segnava soltanto la fine di tre anni di guerra che buona parte della gente aveva sopportato con rassegnazione.

In Venezia Giulia i reparti militari italiani, privi di collegamenti e direttive dai comandi superiori, iniziarono a sfaldarsi, provocando il collasso generale dell’apparato statale sul territorio. 

Ma quella che molti speravano fosse la fine delle ostilità si rivelò essere solo una tragica illusione. Nel vuoto lasciato dalle istituzioni, alimentato da anni di rancori repressi, un altro orrore doveva ancora manifestarsi. Mentre l’esercito si dissolveva, un’ombra minacciosa calava sui confini orientali: l’inizio di un incubo, fatto di sparizioni e vendette, un’oscurità pronta a emergere dalle profondità della terra per inghiottire migliaia di vite.

Fonti

Archivio Storico Unione degli Istriani (*¹)

*¹L’Unione degli Istriani è una storica associazione apartitica senza scopo di lucro di esuli italiani dall’Istria. Fondata a Trieste nel 1954 per difendere i loro diritti, preservare la memoria storica e culturale dell’Istria italiana, e assistere gli esuli e i loro discendenti, rappresentando la più grande organizzazione di esuli in Italia e promuovendo attività culturali e di solidarietà.