Spavento e vergogna
di Pascale Kramer

È una sera di agosto inoltrato, in una Parigi abbandonata, sul quai des Célestins. Un uomo è disteso di traverso sul marciapiede. Da lontano lo si direbbe morto o privo di sensi. In realtà sonnecchia, ubriaco. Avvertendo la mia presenza socchiude gli occhi, mi rivolge un sorriso di una dolcezza inverosimile, biascica qualcosa che non capisco. Avrà trent’anni, è biondo, un bel ragazzo. «È pericoloso stare lì, sei sulla pista ciclabile». Penso che mi tenda la mano perché lo aiuti ad alzarsi, ma quando la afferro, lui la ritrae. Vuole accarezzarmi la guancia, non per ringraziarmi, ma piuttosto per consolarmi, o così sembra, vedendomi addolorata e china su di lui. La situazione ha dell’incredibile, non so più esattamente cosa fare. Si è avvicinato un altro uomo, amico di quello a terra. Anche lui ha bevuto parecchio. Gli dico che dovremmo allertare il 112, che non possiamo lasciarlo lì. È d’accordo. «Ma poi come faccio? Non posso portarmelo in spalla». Certo.  

Si ferma anche una coppia, sono abitanti del quartiere che come me fanno una passeggiata dopo cena. «Bisogna chiamare i pompieri», insorge la donna. Parla a voce alta, come se avesse bisogno di sentirsi agire. Dalla soglia di un negozio di alimentari a due passi da noi un adolescente ci osserva, poi ci raggiunge. Gli spiego la situazione, che lui conosce a memoria. Quell’uomo dorme lì tutte le sere, praticamente sulla porta dell’attività di famiglia, sempre in quel punto preciso, con la schiena ben appoggiata sul soffio caldo di una grata che non avevamo notato. Il ragazzo esita a frenare il nostro ardore, il fatto è che loro i pompieri li hanno già chiamati spesso, e invano. «O si rifiutano di prenderlo, o gli fanno smaltire la sbornia e poi lo riportano qui la mattina». È dispiaciuto, perché evidentemente si sente responsabile nei confronti di quell’uomo che crolla tutte le sere sotto i suoi occhi. Lui si è informato, e sa che viene dalla Polonia, dallo stesso paesino del suo amico, che ha dei figli e che per via di un ictus non riesce più a reggersi in piedi da solo. Che sfortuna, ripete più volte. 

Scartata l’opzione pompieri, la coppia si è congedata. Restiamo solo noi tre: il figlio del negoziante, il secondo polacco e io, davanti all’uomo sdraiato che si è rotolato sul fianco e sorride al calore della grata, sprofondato lontano, lontano dai noi in una profonda beatitudine. Dopo tutto quello sfoggio di buona volontà, la consapevolezza che non possiamo fare altro che abbandonarlo lì ci lascia nell’imbarazzo. A quel punto ci presentiamo, per poi augurarci molto cortesemente buona serata. 

Non è così frequente che residenti parigini e commercianti arabi collaborino tra loro, o che ci si preoccupi insieme di questi uomini e queste donne venuti a uccidersi lentamente nei nostri quartieri. Una preoccupazione quasi sempre vana, ma che compensa tutte quelle volte, incalcolabili, in cui ci siamo scansati senza nemmeno uno sguardo, più o meno indifferenti, a volte tormentati. 

Penso a quell’uomo in rue Rataud, nel V arrondissement. Un giorno porto Rose, una bambina di tre anni, al Jardin des Plantes. L’uomo, sdraiato su un fianco, ha le convulsioni e gli occhi che sono due biglie nere allucinate in un viso sporcato da barba e lividi. Impossibile dire se quello sguardo folle mi vede, ma mi fissa. È la mia coscienza sporca a farmi pensare che mi sta implorando? Non ho figli, è la prima volta che cammino per le strade di Parigi con un passeggino. Tutto a un tratto la prospettiva mi appare ben diversa. Con gli occhi della piccola Rose, occhi nuovi che si sono aperti al mondo in un appartamento borghese del V arrondissement, riscopro quest’indecenza, l’indecenza sociale di trovarsi ad avere le convulsioni (probabilmente fino a morirne) da soli, su un marciapiede, davanti ai passanti. La riscopro anche con l’istinto di una nonna, e non mi fermo. Temo che la piccola s’impaurisca, mi vergogno di quest’uomo, mi vergogno del suo degrado nei confronti di Rose. Mi sarei fermata se fosse stata mia figlia? Non è sicuro, ma forse sì, dicendomi che dovrà pur prendere confidenza con questa nuova realtà: sempre più persone senza un tetto che ogni giorno occupano portici e strade. Noi per primi, nell’arco di una generazione, ci siamo abituati a questo; certo, con grande disagio, ma ci siamo comunque abituati, abituati a tutto. 

Ricordo molto bene il mio spavento quando scoprii per la prima volta un’intera famiglia ammassata sopra un mucchio di coperte, in uno spazio seminascosto vicino al Monoprix di République. Vedere bambini che dormono all’aperto, al freddo! Ormai sotto casa incontro ogni giorno una, due, tre famiglie con bambini, a volte neonati che una madre allatta o cambia al riparo di una pensilina, bambini che giocano o vengono rimproverati, che prendono ceffoni. Lo spavento è passato, sostituito da un miscuglio di sentimenti contrastanti che preferiamo non districare. Ci abituiamo a non stupirci più, nemmeno delle cose più inverosimili. 

In un’altra occasione mi trovo in Place de Clichy, la mattina di un giorno feriale. Saranno intorno alle dieci, una coppia molto giovane dorme profondamente su un materasso matrimoniale steso direttamente sul marciapiede, in mezzo alla strada. Sono tranquilli, due amanti che il sonno ha sciolto da un abbraccio. A nessuno verrebbe in mente di svegliarli, molti li guardano, e dal loro sguardo traspare perplessità, fatica, a volte disprezzo e anche scandalo, perché come si fa a non essere offesi da queste situazioni che aggrediscono così duramente i nostri pudori? 

Ho poi in mente un’altra scena, in un convoglio della metropolitana. Un uomo ubriaco è sdraiato di traverso sui sedili. Probabilmente non si cambia da mesi, puzza e ha creato il vuoto intorno a sé. Dalla distanza che abbiamo messo tra noi e il suo odore, lo guardiamo di nascosto. E tutto a un tratto lui cerca a tastoni con la mano la cerniera, che apre per pisciare. Il getto di urina sprizza a lungo sopra di lui e lo inonda. Sul suo viso leggiamo la soddisfazione di chi si è svuotato la vescica. Un abbandono simile ci lascia attoniti, in un certo senso anche commossi. Alcuni scoppiano a ridere, ma un uomo in particolare attira la mia attenzione. Deve avere sessant’anni, ha un bel viso premuroso da medico di famiglia, ed è nero, proprio come il tipo che piscia davanti ai nostri occhi. Lo choc si moltiplica nel suo sguardo: quello spettacolo lo colpisce personalmente, è un po’ come se fosse la sua stessa dignità a essere messa a nudo. La sofferenza che prova è palpabile. Dovremmo dirgli che è la follia della strada a fare questo, che sono molti i senzatetto gravemente malati, che tutti soffrono psicologicamente e fisicamente. La strada distrugge, fa perdere il senso di se stessi.

Xavier Emmanuelli, fondatore di Samu Social, servizio di assistenza sociale per i senzatetto, parla del rapporto distorto che questi hanno con il corpo, lo spazio e il tempo. A furia di non essere guardati e di non vedersi più si dimenticano di loro stessi, si rinchiudono in una bolla dove si sentono a casa. Quell’uomo che faceva pipì era a casa sua, eravamo noi a non dover essere lì. Tutti quei senzatetto, quei tanti malati, quelle persone che hanno messo radici in strada da troppo tempo stanno diventando poco alla volta irraggiungibili. E pongono all’interno delle nostre società degli interrogativi che cerchiamo invano di risolvere colmando le carenze materiali. Thierry des Lauriers, direttore di Aux captifs, la libération, associazione che ha creato nel 1981 ronde di assistenza notturna ai senzatetto di Parigi, conosce bene il problema. «Si fa fatica a trovare un alloggio per loro, ed è ancora più difficile farli vivere lì. Alcuni non sono mai in casa, e quelli che ci stanno continuano comunque a dormire per terra». Il reinserimento è un concetto di chi è già inserito. André Lacroix, che è stato direttore di Emmaüs per quindici anni, distingue diverse categorie di senzatetto: c’è il classico barbone che rimane tranquillo sotto il suo portico e si accontenta della benevolenza dei vicini, c’è il suicida che dorme all’aperto con venti gradi sottozero, e poi c’è quello che lui definisce “il nomade immaginario”, che non va nei centri d’accoglienza e non vuole reintegrarsi nella società.

E come potrebbero risultare adeguati i vincoli di un centro di accoglienza, l’obbligo di proiettarsi nel futuro, di costruire un progetto di vita, e tutte le imposizioni logiche dell’assistenza a persone che non hanno orari, obblighi, nulla di cui rendere conto? 

La strada non è mai una scelta, ma può diventarlo. Pierrot ha vagabondato per anni, quasi trenta, prima di ottenere una camera in un centro di accoglienza. Arrivato dal Belgio nell’85, ha vissuto a Parigi senza avere una casa. Il 1985 è lontanissimo nella storia di chi vive per strada; erano i tempi d’oro di Coluche e dei Restos du cœur, quelli di Guy Gilbert e Patrick Giros, i preti motociclisti che conoscevano per nome quasi tutti i senzatetto. D’altra parte nell’85 non si diceva ancora “senzatetto”, ma “barbone”. Era quasi dieci anni prima della depenalizzazione del vagabondaggio e dell’accattonaggio, che si è tradotta in un’esplosione del numero di persone finite per strada, nella creazione del Samu Social e dei centri di accoglienza diurni. Era prima della caduta del Muro e dell’arrivo dei primi esuli dall’Est, prima dell’apertura dello Spazio Schengen, prima della crisi economica e del boom della disoccupazione che hanno improvvisamente messo per strada giovani senza lavoro, anziani, lavoratori poveri. Prima della guerra del Golfo e della serie di conflitti che si sono susseguiti… 

Pierrot parla con un certo piacere del folklore di quegli anni: «C’erano delle bande. La banda delle Halles, quella del Châtelet, di Rambuteau. Posso farvi i loro nomi, sono tutti morti. Io non ho mai fatto parte di nessuna banda e non sono mai caduto nell’alcolismo, è questo che mi ha tenuto in vita. È un mondo duro, non ne hai idea. Questo è l’esercito più efficiente del mondo, ci si ammazza per un sì o per un no, per un telefono da quaranta euro». Un mondo duro che lo Stato tratta senza la minima coscienza. «Sotto Chirac, gli sbirri venivano a svegliarci in piena notte per il solo piacere di romperci le scatole. Dobbiamo dire grazie a Delanoë che ha fatto una legge perché ci lascino almeno dormire».

Oggi, la Guide solidarité Paris, disponibile nei municipi e aggiornata due volte all’anno, elenca gli innumerevoli centri di accoglienza e di raccolta indumenti, le docce pubbliche, i vari centri di consulenza e cura messi a disposizione dei senzatetto. Ovunque emergono nuove iniziative: ad esempio Le Carillon è una rete di commercianti che mettono a disposizione un bar, un gabinetto, una presa di corrente; è stata poi creata Entourage, l’applicazione per smartphone con una mappa interattiva che permette di individuare in ogni quartiere le attività di assistenza notturna. Thierry des Lauriers sorride, perché si ritrova a lamentarsi della generosità dei parigini. «Se è simpatico, il senzatetto che si stabilisce in un quartiere non ha quasi più bisogno di spostarsi dal suo cartone, la gente gli porta cibo e vestiti.  Un giorno stavo parlando con uno di loro quando è arrivata una signora a stringergli la mano: “Hai il cappotto logoro, che taglia porti?”. E poco dopo è tornata con una camicia, dei pantaloni e delle scarpe. È bello, ma così le persone rimangono in strada». 

Per contro, quello che inizia brutalmente a scarseggiare a Parigi è lo spazio. In Place de la République, lungo le strade a ridosso del fiume e così via. Abbellendosi, la città spinge i senzatetto sempre più lontano. Possiamo percorrere a piedi il lungosenna per chilometri e chilometri senza più vedere neanche un materasso, un vecchio divano, una costruzione di cartone, un carrello della spesa pieno di roba. Sophie Ladegaillerie, presidentessa del centro di accoglienza Péniche du cœur, fa la stessa constatazione: «A poco a poco gli arrondissement si rinnovano e si costruisce su ogni metro quadrato. Così la distribuzione dei pasti inizia a diventare un problema. Prima le municipalità mettevano a disposizione terreni abbandonati o edifici in disuso, ma posti del genere stanno diventando una rarità e le associazioni se li contendono. Ormai stiamo esaurendo lo spazio parigino, che a poco a poco si sta riempiendo».

Così, un giorno, mentre stiamo andando a prendere un aereo a Roissy, ci rendiamo conto che alle porte di Parigi ormai è il caso di parlare di baraccopoli. Ce ne sono lungo le tangenziali, sotto gli svincoli, lungo i binari della RER, nei boschi e fino alla foresta di Rambouillet. Altre sono molto ben strutturate, come quelle dei Rom, con comunità organizzate sempre in movimento e ingegnose.  Sgombrato da poco, l’agglomerato di baracche perfettamente allineate ai lati di un binario dismesso lungo il Boulevard Ney è di nuovo abitato. A indicarlo, solo una scala appoggiata a un muro, una scala fatta di pezzi di legno recuperati e tenuti insieme da un cavo elettrico: un fragile punto di passaggio tra due mondi che si ignorano a vicenda. Sotto una pioggia leggera, da dietro il muro si alza il fumo di un falò. Non devo aspettare a lungo prima di vedere apparire un uomo con un carrello della spesa, poi una madre e una figlia che portano enormi taniche di plastica vuote legate in vita. Mentre vado via, incrocio due donne anziane che scendono da un tram con dei trolley. Si arrampicano sulla scala con le loro gonne lunghe e vengono subito fagocitate dal campo. Una sorta di gioco di prestigio che ho la sensazione di essere l’unica, tra i passanti, ad aver notato. Sui cartelloni pubblicitari che ricoprono i cancelli poco oltre, a Porte de la Chapelle, si intravedono quasi a grandezza naturale i giardini e gli edifici pieni di balconi del quartiere Chapelle International che sarà costruito sull’ex sito ferroviario. Più che la polizia, sarà questo a distruggere l’agglomerato di baracche. 

Rimangono, in Parigi, quegli spazi che poi spazi non sono, e che vediamo solo se abbiamo bisogno di ripararci, come dice Pierrot. Lui mi porta in una strada sotto il Forum des Halles dove si era sistemato con altre persone: un angolo di un tunnel illuminato da luci al neon da cui di tanto in tanto sbuca una macchina. «Qui almeno fa caldo, e non troppo lontano ci sono acqua e prese elettriche. È anche vicino a una discarica ingombranti di Parigi; lì ho addirittura trovato un’aspirapolvere per pulire il nostro cunicolo, perché comunque c’è di tutto nella spazzatura. Avevo delle casse acustiche enormi, ho messo la musica così forte che si sentiva fin dentro al Forum; la gente si chiedeva da dove venisse». Ora, di tutto questo rimangono solo dei pezzi di cartone, una coperta ammassata, una maschera da saldatore che potrebbe ancora tornare utile. Mentre camminiamo lungo il muro di cemento, vediamo un buco che si apre su una profonda cavità buia. Pierrot dice che non si stupirebbe affatto se lì dentro ci fosse qualcuno. E mi viene in mente una scena straordinaria del bellissimo documentario di Claus Drexel Au bord du monde: un uomo con dei larghissimi abiti stracciati cammina lungo lo stretto marciapiede di un sottopassaggio, una sorta di uccello arruffato che all’improvviso si intrufola nel muro.

Tra quelli che si nascondono e quelli che durante il giorno vagano nei centri di accoglienza, la popolazione dei senzatetto raggiunge le dimensioni di una città media. Per farsene un’idea bisogna uscire dopo la chiusura della metropolitana, quando fagotti e cartoni vengono stesi un po’ ovunque attorno agli edifici. «Le cifre sono impressionanti e tengono conto solo parzialmente della realtà» spiega Sophie Ladegaillerie. «Perché ci sono tutti quelli che non vediamo, che non cercano aiuto, che se la cavano da soli, che passano qualche notte dagli amici, qualcun’altra per strada. A constatarlo sono soprattutto le squadre che distribuiscono pasti e pacchi. Non riescono più assolutamente a far fronte alla domanda. E da un anno vedono anche i bambini». I figli dei rifugiati, gli ultimi a essere arrivati sulle strade di Parigi, almeno in queste proporzioni. 

Arrivato dall’Afghanistan a 19 anni, Zabiullah Mohammadi è rimasto senza casa per otto mesi. Oggi ha avuto il riconoscimento di rifugiato, ha un lavoro, è ospite in una famiglia, parla bene francese e l’anno prossimo spera di iscriversi a Scienze Politiche. La comunità afgana gli aveva indicato il parco dell’ospedale militare Villemin, vicino alla Gare de l’Est, dove i viali di ghiaia erano disseminati di tende disposte un po’ ovunque intorno a scivoli e altalene. Lui si era scelto un angolino sotto i portici di Place Raoul-Follereau. Oggi quei portici sono chiusi da alte barriere di legno. C’erano afgani, africani, ma neanche un siriano: loro, come le donne e i bambini, vengono alloggiati direttamente nei centri di accoglienza, almeno per quel che ne sa lui. Allontanato dai portici, l’accampamento si è spostato intorno alla fermata Jaurès, lungo il canale e sotto la metro sopraelevata, dove l’area non è ancora stata recintata. Il campo afgano è a sud della fermata, quello etiope a nord. È una distesa di tende sistemate su pallet e materassi, e rivestite di plastica o di coperte termiche per proteggersi dai recenti acquazzoni. Agli occupanti delle tende si mescola chi ha già una sistemazione nei vari centri di accoglienza o negli hotel di periferia e viene qui per ammazzare il tempo nell’interminabile attesa di una risposta dalla prefettura. 

È una città quasi esclusivamente di uomini, giovani e di colore, con gli occhi arrossati dalla mancanza di sonno, che gironzolano per le strade, parlano con la famiglia tramite Viber, vendono pacchetti di sigarette, un giubbotto, stazionano in gruppo nelle piazze o da soli nella metropolitana. È un mondo come deprivato di tutte le consuete regole delle società umane, che non dev’essere facile da comprendere se sei quella ragazzina con gli occhiali che si avvicina al campo in bicicletta, con il violino in spalla. Ed è facile immaginare la violenza che potrebbe scaturire dalla somma di tutte queste frustrazioni e di tutta quell’inoperosità, che si va a sommare alla paradossale libertà in cui si trovano questi uomini privi di documenti, lontano dagli sguardi dei loro cari. Zabiullah è così dispiaciuto di vedere riprodursi qui gli stessi conflitti del suo paese, di sentire che il giorno prima la polizia ha saccheggiato alcune tende, buttando via dei vestiti e anche un giubbotto con dentro una ricevuta preziosa. 

Appena si inizia a parlare con questi uomini, le personalità si delineano, si riescono a immaginare le possibili complicità e anche l’inquietante ostilità, rimasta in secondo piano, degli animi più cupi, di persone sconvolte da una vita intera passata in guerra. Alcuni hanno già sostenuto il colloquio all’Ufficio per la protezione dei rifugiati, a certi sono state prese le impronte digitali in altri paesi europei e hanno ricevuto l’ordine di tornarci. Qualcuno riceve i 350 euro che spettano ai richiedenti asilo, qualcun altro non vede nemmeno un centesimo, come Musa che vive in un hotel a Torcy. Mentre aspettano, questi ultimi devono accontentarsi dei tramezzini o dei vestiti invernali offerti dai residenti che danno una mano a rimontare le tende con il generoso contributo di studentesse di legge venute dall’altro capo di Parigi per dare il loro sostegno. L’impulso ad aiutare i propri simili appartiene agli esseri umani quanto la diffidenza. Zabiullah, e io con lui, vorremmo tanto fare qualcosa, ma cosa, per quanto tempo, per quanti di loro? Ce ne andiamo con l’amaro in bocca e il cuore schiacciato dallo sconforto.   

Milano, 15 aprile 2019

TRADUTTRICI  

Studentesse del corso di Saggistica Letteraria francese 2018/2109 II° anno Laurea Magistrale in Traduzione:  

Manon Neubour  

Giada Pierin  

Chiara Ponti  

Chiara Selva  

Martina Stabiumi  

Claudia Villella  

Revisione e curatela: Luciana Cisbani  

BIOGRAFIA AUTRICE  

Pascale Kramer nasce a Ginevra nel 1961; nel 1987 si trasferisce a Parigi, dove lavora come pubblicista. Autrice di tredici romanzi, nel 1996 vince il Premio Michel-Dentan con Manù, edito in Italia da Cronopio. Tra le opere più rilevanti della sua produzione, il pluripremiato L’implacable brutalité du réveil (2009, in traduzione per Tunuè). Nel 2017 riceve il Gran premio svizzero di letteratura per la sua produzione letteraria.

COMMENTO AL TESTO E ALLA TRADUZIONE  

Con l’articolo L’effroi et la honte, pubblicato nel 2016 sulla rivista on line Le 1, l’autrice scuote i nostri pudori mostrandoci una Parigi invisibile: la Parigi contemporanea dei senzatetto. Grazie a uno stile scabro da reporter la Kramer mostra qui con lucidità una faccia inedita della ville lumière, quella sconfitta dalla crisi economica, dalla disoccupazione, da un’immigrazione senza speranza e da una povertà ormai endemica. Con lo sguardo impietoso che caratterizza la sua scrittura, l’autrice traccia una mappa desolante di una città dentro la città, tratteggiando una cruda realtà, certo ormai diffusa in molte metropoli mondiali, ma davanti a cui ci ritroviamo comunque con il cuore schiacciato dallo sconforto. E forse, come l’autrice, anche noi con la stessa frustrazione di chi, passeggiando per Parigi con occhi sgranati, si sforza di comprendere l’incomprensibile.   

La traduzione del testo è il frutto di un intenso e stimolante lavoro di collaborazione e continuo confronto tra noi studentesse e la docente. In L’effroi et la honte lo stile giornalistico e letterario si fondono, mostrandoci la complessa realtà descritta attraverso l’acuta sensibilità dell’autrice. Un doppio stile e una sensibilità a cui abbiamo cercato di dare voce orientandoci verso una traduzione non appropriante, rispettosa delle scelte autoriali e soprattutto capace di far giungere al lettore il respiro straziato che sottende a tutto l’articolo.