Russia: Erasmus fai da te (1/3)

Mi chiamo Silvia, ho 25 anni e per un anno ho insegnato inglese e italiano in Russia. Per capire come queste tre informazioni si incastrino fra loro toccherà leggere l’articolo fino in fondo.

In principio era il verbo perfettivo e imperfettivo

Studiare la lingua e soprattutto la cultura russa porta a sviluppare una capacità fondamentale alla sopravvivenza dello studente: l’arte dell’arrangiarsi. Questo è un aspetto che l’aspirante russista capisce immediatamente da due fatti significativi:

  1. Nonostante il corso di lingua russa del primo anno (nello specifico: della facoltà di lingue e letterature straniere dell’Università Statale di Milano) sia indirizzato a studenti che iniziano dallo zero assoluto, il libro proposto è integralmente, ineluttabilmente in russo;
  2. La Russia non rientra nel programma Erasmus: bisogna trovarsi qualcos’altro da fare per implementare le proprie conoscenze.

L’autrice dell’articolo, nonostante l’innegabile natura di testa di vitello, si è adattata in tempi relativamente brevi alla prima condizione: la deprivazione della lingua madre può rappresentare un’esperienza traumatica, ma tutto sommato affrontabile senza troppi danni collaterali.

Per quanto riguarda la seconda condizione, invece, l’arte dell’arrangiarsi di cui si parlava sopra la portò a trovare una via secondaria, di cui si discuterà a breve.

Erasmus? Thank you, next

Io non sono andata in Erasmus. Non è certo mia intenzione sminuire le università di Tallinn e Riga, città che colmano la grave carenza di Russia nell’Unione Europea offrendo sia corsi di lingua russa sia corsi in russo; cionondimeno io non ero disposta ad accettare alcuna offerta che non fosse autenticamente sovietica. Volevo dire russa, scusate il lapsus.

Ebbene, io ho continuato dritta per la mia strada nonostante la costante presenza dello stuolo di parenti e familiari che per tre anni mi hanno fatto pesare che: “ma come è possibile, studi lingue e non vai in Erasmus?! Perfino il mio elettrauto che non ha finito la scuola dell’obbligo ha fatto in tempo ad andare in Erasmus. Ma ti rendi conto?! A Bilbao!!”. Come è naturale che sia, questo genere di affermazioni non mancano mai della sempreverde aggiunta: “e io comunque alla tua età saltavo i fossi per il lungo”.

Io non so come sarebbe cambiata la mia vita trascorrendo in Estonia o in Lettonia una parte della triennale: sarei potuta diventare un eurodeputato, o un’ambasciatrice dell’ONU…! Oppure, per quanto ci è concesso sapere, sarei anche potuta rimanere lì sulle rive del Baltico a scrostare il ghiaccio dalle grondaie. Fatto sta che qualche tempo dopo aver conseguito la laurea triennale in lingue e letterature straniere ho fatto buon uso di quella famosa arte dell’arrangiarsi e su questo non ci piove: ho deciso di andare a fare l’insegnante di inglese e italiano in Ciuvascia. “E dove acciderboli è la Ciuvascia?” direte voi.

Come sono capitata in Russia

Eccovela: la Ciuvascia

Tutto è accaduto in tempi relativamente brevi: a giugno ho ricevuto e soppesato la proposta di lavoro giuntami da una mia ex compagna di corso, la quale aveva trovato l’annuncio tramite una pagina facebook; a luglio ho intrapreso la corrispondenza con la direttrice della scuola per sapere i dettagli dell’operazione e del contratto (dettagli che, come si vedrà nelle prossime puntate, non erano esattamente fedeli allo stato delle cose); ad agosto ho di nuovo esaminato il caso sotto il sole della Sicilia (al tempo lavoravo in un negozio del centro di Milano e mi stavo godendo le mie meritate vacanze) giungendo alla conclusione che sì, sarei andata in Ciuvascia; infine a settembre avevo già comunicato le mie dimissioni, avevo già fatto la domanda in questura per il passaporto, avevo già preso appuntamento al consolato russo per il visto e stavo già prendendo la rincorsa per lanciarmi all’avventura.

E la famiglia?

Piccola parentesi familiare. Si sappia che i genitori fanno tanto i grossi spingendo fuori di casa i figli; quando poi i figli, fuori di casa, ci devono andare veramente, ecco che diventa inaspettatamente una questione di vita o di morte. Se esistono famiglie in grado di perdere la testa per una delocalizzazione da Bergamo bassa a Bergamo alta, potete solo immaginare cosa voglia dire annunciare che si sta andando nel paese dei rossi diavoli comunisti. E non a San Pietroburgo, non a Mosca: bensì a Čeboksary, che chissà in quale orifizio della steppa si troverà mai! Se non è né San Pietroburgo e nemmeno Mosca… Allora deve necessariamente trovarsi in Siberia, è chiaro! Oppure non esiste nemmeno: forse è tutta una montatura del governo per rapire la nostra figliola!!

E invece io ci sono stata veramente, a Čeboksary: garantisco che tutte le diapositive che potrete trovare su internet digitando il nome della città non sono un set in cartonato fatto per ingannare le spie occidentali. E nonostante la Ciuvascia, per la precisione la “soleggiata Ciuvascia” (non scherzo, è il vero epiteto di cui si vanta la repubblica), non sia esattamente sfavillante e attraente come le due capitali della Federazione Russa, non l’avrei cambiata con nulla al mondo. Né San Pietroburgo né Mosca mi avrebbero accolto con lo stesso calore che mi hanno dato gli abitanti di questa piccola repubblica e, soprattutto, nessuna delle due città mi avrebbe saputo battezzare a fuoco con il russo come Čeboksary. Qualunque cosa serva, che sia fare la spesa, che sia comprare dei buonissimi pirozhkì ripieni di patate e funghi o delle medicine per il mal di gola, che si debba prendere un autobus oppure cambiare dei soldi in banca, ogni speranza di parlare in inglese va abbandonata all’entrata: le persone parleranno in russo nella migliore delle ipotesi, mentre nella peggiore parleranno in ciuvascio, che come mi è stato immediatamente fatto presente non è un dialetto ma una lingua vera e propria di cui i ciuvasci vanno molto fieri. Si pensi al ciuvascio come ad un ibrido tra russo e turco. Lo so, è inspiegabile come una lingua così accessibile non sia diventata la lingua della globalizzazione: purtroppo nemmeno io sono ancora riuscita a darmi una risposta.


Le fermate dei mezzi pubblici: a sinistra in ciuvascio (“Rassej” khana surče), a destra in russo (gostinitsa “Rossija”). In italiano: hotel Russia. Foto presa da Google street view

Questi sono solo alcuni dei motivi per cui non potrei essere più felice del mio “Erasmus fai da te”: per la lista completa, tuttavia, toccherà aspettare la seconda parte della storia.

(Ed eventualmente anche la terza, lo si anticipa qui e ci si mette il cuore in pace). (1. Continua)