L’importanza di chiamarsi Dominique 2/3

È difficile trovare una casa in una città distante dalla propria, specie se in un altro Stato, specie se in una lingua diversa dalla tua, specie se, come avrete notato dal precedente articolo, in una lingua diversa dalla tua di cui conosci poco o nulla.
Ricordo, in particolare, una conversazione meravigliosa. Era al telefono, e dalla parte ilare della cornetta c’era mio padre. Ha lasciato il messaggio vocale in una segreteria telefonica di qualche agenzia immobiliare, il messaggio vocale più divertente che abbia mai avuto il piacere di sentire. Suonava più o meno così: “Hallo – alla tedesca – je m’appelle Claudio. I want an home please call me… ehm… my number is tre tre otto uno sei quattro sei… grazie, bye… ehm… salut”. Il tutto interrotto dalle mie numerose risate:  almeno una per ogni suo cambio di lingua. E non passa giorno in cui non mi chieda se quell’audio sia mai stato ascoltato. Ad ogni modo, rendendomi conto di quanto poco funzionasse la ricerca remota dell’alloggio, ho deciso di andare in loco, proprio lì, a Nizza, la città che mi avrebbe ospitato per i sei mesi a venire. E con questa presa di coscienza, ecco il secondo momento di terrore.

La protagonista della vicenda, questa volta, sono io, io che entro in una agenzia immobiliare con esposto un cartello che pareva un raggio di sole in una buia giornata invernale: “Here we speak french, english and spanish”. English and spanish! Meraviglioso. Due su tre le so. Che aspettiamo? Entriamo e chiediamo. Ed ecco che nel giro di pochi istanti quel raggio di sole si trasforma in un raggio ultravioletto sfuggito all’ozono. “Désolé, le collègue qui parle anglais n’est pas au travail. Non, il n’y a pas de gens qui parlent espagnol”. Ottimo. Sorrisoni e via di francese. C’erano alternative? No. E allora: “On peut juste essayer”. E quando alla terza domanda non ho saputo dar risposta più proficua di un “ehm… quoi?”, ho stretto la mano e ho detto: forse se “essaiamo” un’altra volta è meglio, cari saluti e alla proscèn fuà.

Inutile parlarvi del mio sconforto. Mancava poco al mio trasferimento e ancora non sapevo dove avrei alloggiato. Ma poi il raggio ultravioletto che mi ha scottato la pelle è stato curato da una bellissima crema all’aloe vera – ok, avete ragione, basta metafore – la salvezza era nel portone a destra poco dopo la piazzetta di cui mai ricordo il nome e che si trova proprio lì, prima della famosa Place Masséna. In quella piccola agenzia, due persone: il signor Pasetti e la signora Laura. Parlavano fluentemente sia l’italiano che il francese e sono riusciti a trovarmi la casetta nel centre de la Ville più bella del mondo: una bomboniera, così la chiamavano. E la mia mamma era proprio d’accordo. È stata la mia prima casa, la prima volta in cui ho vissuto da sola, una delle prime volte in cui ho sentito davvero di camminare con le mie gambe e di crescere un po’. L’ultima volta che mi ero sentita così è stata quando ho preso la patente e questo mi fa pensare che, forse, “crescere un po’” vuol dire proprio questo: acquisire la nostra propria indipendenza. E l’Erasmus ti aiuta parecchio in questo, a camminare da solo. E anche a chiedere aiuto, delle volte. Perché sì, anche questo è un segno di maturità: saper riconoscere i propri limiti e chiedere aiuto per imparare a superarli. E nonostante abbia scelto di vivere sola, in un monolocale, nonostante mi sia trovata in un contesto poco “universitario” e coinvolgente, io sola non lo sono mai stata.

Ho conosciuto poche persone nel periodo in cui sono rimasta in una terra che prima consideravo straniera e che ora vedo come una seconda casa. Poche ma buone, come si suol dire. E, fra queste, proprio la signora Laura, con cui ho spesso passato le mie pause pranzo al So green di piazza Masséna e con cui ancora mi sento, nonostante siano ormai passati tre anni e abbia il doppio dei miei anni. Margherita, che vive nel triangolo vorticoso Torino-Milano-Boston, ha avuto un piccolo pargolo e si sta per sposare. Con lei e Sofia, l’amica con cui ho condiviso la mia esperienza Erasmus lasciando la Statale di Milano e il primo semestre del nostro terzo anno di Filosofia, infine, ci siamo tatuate una piccola palma sul corpo, un piccolo simbolo che ci riporta sempre lì, in quel magico posticino dove qualsiasi cosa ti serve puoi raggiungerla a piedi. Qualsiasi. Tranne l’università. Ma questa è tutta un’altra storia… forse quella della sezione 3/3. (2. Continua)