Intervista alla traduttrice ed “europea errante” Renata Colorni

L’8 marzo scorso, in occasione della Giornata della donna e dell’incontro Voci al Femminile, abbiamo avuto il piacere di intervistare Renata Colorni. Nata a Milano nel 1939 da Ursula Hirschmann (politica ed antifascista tedesca e militante del federalismo europeo) e Eugenio Colorni (uno degli ideatori e firmatari del Manifesto di Ventotene), è traduttrice dal tedesco. Dopo l’omicidio di Eugenio Colorni da parte di tre militi fascisti nel 1944, Hirschmann si sposò in seconde nozze con Altiero Spinelli, che diventò un secondo padre per Renata Colorni.

Un paio di anni fa aveva dichiarato che secondo Lei lo spirito del Manifesto di Ventotene era sparito in Europa o comunque non esisteva più. È cambiato qualcosa? Secondo lei come si potrebbe riportare questo spirito in Italia o fra i giovani in Europa?

La costruzione dell’Europa così com’è oggi, è una costruzione tecnocratica ed economicista. È stata fatta un’unificazione essenzialmente della moneta europea, che è la cosa fondamentale. Quello che manca è una dimensione politica, cioè quello che mio padre Spinelli ha sempre veramente predicato, se potessi usare questo verbo che forse non gli piacerebbe, è che l’Europa doveva diventare un’unità politica e quindi con un esercito europeo, con una banca centrale unica. Invece è stato fatto un lavoro parziale, un lavoro che non ha portato a quella conseguenza che lui auspicava, cioè che gli Stati nazionali cedessero parte della propria sovranità per delegare la soluzione di alcuni problemi di carattere generale ad un’autorità sovranazionale.

Sua madre diceva che si sentiva una “europea errante”. Lei come si sente a riguardo, visto che ha questa doppia radice in due paesi?

Io mi sento cittadina europea, mi sento cittadina del mondo. Sono terrorizzata dalla rinascita del nazionalismo, del particolarismo, dei muri, è una cosa che mi angoscia profondamente il momento storico che stiamo vivendo. La prevalenza che in certi momenti sembra affacciarsi nel nostro mondo di cose che pensavo sarebbero state superate per sempre, cioè gli egoismi, il nazionalismo, l’antisemitismo, lo vedete anche voi che siamo di nuovo in un momento veramente difficile.

Come ha fatto sua madre a tramandarle non solo la lingua, ma anche l’amore per la cultura e per la poesia tedesca?

Innanzitutto ho imparato il tedesco prima dell’italiano. Finché è stato in vita mio padre Colorni, che sapeva bene il tedesco, e benché vivessero a Trieste, e quindi in una città italiana, in famiglia parlavano il tedesco. Quando sono nata io nel 1939, mia madre l’italiano lo sapeva poco e quindi ho imparato il tedesco come prima lingua, fin dalla nascita, non ho mai studiato una grammatica. In secondo luogo, lei ha veramente tutelato in tutte le maniere l’amore per la poesia e la letteratura tedesca, non ha voluto separarsene. Tanto è vero che noi che siamo nate quando lei l’italiano lo sapeva poco, il tedesco l’abbiamo imparato direttamente da lei. Le mie sorelle Spinelli, che hanno vissuto in un’epoca in cui la mamma era con Spinelli e quindi in casa si parlava l’italiano e lei l’italiano lo aveva imparato bene, sono andate tutte alla scuola tedesca. Lei voleva che tutte e 6 le figlie ereditassero anche la sua lingua, quindi il mio amore per la lingua tedesca si mescola all’amore che ho per lei, deriva dalla figura di mia madre.

Come l’ha influenzata e come l’ha aiutata sua madre a diventare traduttrice?

Non m’ha aiutato per niente, si è fatta molto felicemente i cavoli suoi. Scherzo, era molto contenta, ho fatto dei lavori importanti quando lei era ancora in vita, come le Opere di Freud di cui ho curato l’edizione per Boringhieri. Era molto felice naturalmente.

Ci mancherebbe che non lo fosse!

No, anzi vi dirò di più! Ho fatto appunto questo grande lavoro per le Opere di Freud. Quando l’ho finito avevo 40 anni e mi era venuta la voglia di fare la psicoanalista, cioè ho detto “Smetto di fare il traduttore, ho studiato così tanto per tradurre Freud!”, ho dovuto studiare moltissimo come potete immaginare. Però per fare la psicoanalista dovevo smettere di guadagnare e cominciare a spendere, perché la formazione degli psicoanalisti è una cosa molto molto costosa e complicata, io ho una figlia che fa la psicoanalista quindi ne so qualcosa.

È rimasta un po’ in famiglia questa cosa!

Esatto! Quindi io volevo fare la psicoanalista e ho chiesto aiuto finanziario ai miei genitori perché ero ormai sposata coi figli, guadagnavo e avrei dovuto avere un aiuto. Mia madre ha detto “No assolutamente, hai un’ottima professione, fai la traduttrice e sei bravissima”.

Qui si vede la vena tedesca molto pratica!

E anche un po’ crudele!

Intervista di Eleonora Bruno, Margherita Ferrera, Letizia Pilotti