Il mio anno a Milano

Sono arrivata in Italia alla fine di agosto, e ho soggiornato a casa di un mio amico in Toscana. Era una bellissima villa su una collina, circondata da ulivi. Abbiamo trascorso le nostre giornate esplorando le acciottolate vie di Pistoia sotto il sole cocente di agosto e guardando classici film italiani come Johnny Stecchino. Ricordo la prima volta in cui ho assaggiato un autentico caffè italiano, sorseggiato nervosamente mentre fissavo con gli occhi sgranati il caotico viavai di un tipico bar italiano. Ogni cliente era come un uragano che tentava di farsi strada nella folla per poter abbaiare il proprio ordine, bere un ridicolo mezzo dito di caffè espresso in non più di tre secondi per poi fiondarsi fuori. Era tutto così distante dall’ambiente zen del mio adorato Starbucks a Manchester: lì potevo essere sicura che, se anche il gentile sottofondo di jazz non fosse riuscito a cullarmi fino a farmi addormentare con la faccia dentro il mio secchio di tè macchiato col latte, di sicuro ci sarebbe riuscita la più comoda delle poltrone immaginabili.

C’è una parola italiana che la mia esperienza in Toscana ha inciso nei meandri più profondi della mia mente: “zanzara”. Non avrei mai potuto immaginarmi, sbarcando dall’aereo carica di ottimismo, che ci fosse un esercito di piccoli, affamati mostri succhiasangue che stavano già progettando di lanciare il loro attacco proprio quella notte.

Le mie gambe avevano tutta l’aria di essere allo stadio terminale della peste bubbonica, e non esistono parole per poter descrivere il prurito che provavo. Ad ogni modo, il giorno dopo mi armai col più potente dei repellenti per insetti che si possano trovare legalmente sul mercato e aspettavo con ansia il momento in cui le zanzare avrebbero realizzato che avevano trovato pane per i loro denti. Anche nel sonno più profondo, l’inconfondibile ronzio di quelle ignobili creature era come una scarica elettrica al mio sistema nervoso: imparai ad alzarmi di soprassalto, accenderela luce con una mano e afferrare lo spray con l’altra e freneticamente setacciare attorno al mio letto, alla ricerca della perfida nemica. Posso solo immaginare l’ilarità di una scemata simile, vista da fuori.

Ma gradualmente, con l’avvicinarsi della fine dell’estate,iniziai a dimenticarmi dei miei piccoli e ormai defunti amici, e iniziai a focalizzarmi su nuove sfide. Sono venuta in Italia per intraprendere un percorso di approfondimento di violoncello barocco, e l’8 ottobre conobbi la mia nuova insegnante, Catherine. Sebbene sapessi che era una violoncellista fantastica, fui piacevolmente sorpresa nello scoprire che si trattava anche di una delle persone più affettuose, aperte e gentili che avessi mai incontrato. Essendo lei australiana, ci ritrovammo rapidamente a ridere delle particolarità della quotidianità in Italia: la mancanza di uno standard nelle prese della corrente, imparare a parlare con un’articolazione esagerata, e l’assurdo prezzo per una tazza di tè. Prima ancora di sapere di cosa si trattasse, mi fu offerto di suonare alla Pinacoteca di Brera assieme a un altro violoncellista, Giacomo. Capii ancora una volta che avevo incrociato, lungo il mio percorso, un’altra persona degna di nota. E’ raro trovare trovare delle persone così piene di determinazione nel provare a capire e migliorare il mondo che le circonda, dotato anche di quella vena di cinismo e ribellione di cui non posso fare a meno in un amico.

Al ritorno in Italia dopo le vacanze di Natale, non potei far altro che sentirmi il cuore pesante nel momento in cui l’aeroplano toccò il suolo del gelido e uggioso aeroporto di Bergamo. Dopo esser stata in mezzo alla mia famiglia e ai miei vecchi amici per due settimane, Milano mi sembrava una destinazione fredda e desolata. Dopo una serata passata a inebetirmi davanti ai miei programmi britannici preferiti, lamentando disperatamente il mio esilio, decisi di prendere la situazione in mano e di partecipare più attivamente al gruppo di studenti internazionali.

Milano è una città incredibilmente cosmopolita, che chiama a sè migliaia di studenti da tutti gli angoli della terra che vengono alla ricerca di scuole, di ispirazione e dei leggendari Erasmus party. Fino a quel momento guardavo a certi eventi con sospetto, preferendo sorseggiare un caffè alla luce del giorno con amici, piuttosto che infilarmi nei budelli della vita notturna. Ad ogni modo, nella mia nostalgia per casa, il timore di perdermi qualcosa ebbe la meglio su di me e così, armata di nuovi stivali dal tacco vertiginoso in segno di buon auspicio, mi diressi verso l’ignoto.

Sono così felice di averlo fatto! In un affascinante, elegante bar a Porta Nuova, presi posto per il mio primo “botellón” internazionale, e mi provai immediatamente un forte senso di cameratismo con gli altri ragazzi. Sebbene provenissimo da luoghi così distanti come il sud dell’India, il Perù, la Finlandia e l’Azerbaijan, stavamo tutti affrontando le stesse sfide. Una goffa e impari battaglia con una nuova lingua, la ricerca di luoghi dove vivere dove non bisognasse correre ai ripari dagli esorbitanti prezzi di Milano, il tentativo di ottenere un titolo di studio lontani da casa: tutto ciò non è facile, ma almeno sapevamo di essere in tanti sulla stessa barca.

Successivamente la nostalgia per casa venne meno, e non vedevo l’ora di raccontare le mie bravate col mio nuovo gruppo di amici. Fra le esperienze degne di nota, c’è sicuramente l’aver imparato a cucinare un autentico pollo Madras con un membro dell’elite indiana, l’essersi arrampicata sulle cime delle Alpi mentre un ingegnere etiope mi raccontava storie delle campagne africane, e l’aver ricevuto, alle prime luci del mattino, il parere esperto da parte di un bosniaco sull’assedio di Sarajevo.

In mezzo a tutte queste avventure, ad ogni modo, restavano alcuni aspetti dei miei studi che mi tormentavano. Forse avventatamente, mi ero iscritta a tutti i corsi di musica antica, fra i quali il violoncello barocco era solo uno dei tanti. Fra le altre materie: lo studio delle regole del contrappunto secentesco, l’antica notazione mensurale, la pratica dell’ornamentazione rinascimentale e lo studio del basso continuo (ma non sul violonello, bensì sul clavicembalo!). Inizialmente era una novità e mi applicai diligentemente in tutto, ma col passare del tempo è diventato troppo difficile. Decisi di compilare un cambiamento e così facendo, grazie anche all’aiuto degli amministratori delle due istituzioni, entrambi comprensivi e flessibili, riuscii a disiscrivermi da alcune delle materie ed evitare una condanna a morte, eseguita a mezzo di conferenze e lezioni. 

Ora ho praticamente completato il mio anno a Milano. L’anno ha compiuto il suo ciclo: gli esami sono finiti, il sole italiano splende e rende tutto insopportabilmente caldo (sono tornate anche le zanzare, ma pare abbiamo imparato la lezione, o forse il mio sangue non è più di loro gradimento). Sto fissando lo schermo del computer, meravigliata dal fatto che ciò che iniziai come un ultimo, vagamente irritante compito, si sia rivelato come qualcosa di molto significativo per me. Sono colma di nostalgia; una dolce nostalgia che questo bizzarro, faticoso ma meraviglioso anno sia giunto a una fine mi pervade.

Eliza Carew