Dutch Nazari – Ce lo chiede L’Europa

Quante volte negli ultimi anni abbiamo sentito parlare di “Europa”, “Brexit”, “Uscita dall’Europa” e “Zona Euro”? Innumerevoli. Ma quante volte ne abbiamo sentito parlare in una canzone? O, meglio ancora, in un intero  disco? Lo fa il ventinovenne padovano Dutch Nazari, nome d’arte di Edoardo Nazari, nel suo nuovo album “Ce lo chiede l’Europa”, uscito lo scorso 16 novembre per la casa discografica Undamento. Dutch Nazari si era già reso famoso per il suo “cantautorap”,il suo stile unico e irriverente di fare musica attraverso un cantautorato ritmato da basi flow e hip hop che lo rendono spigliato e veloce.

Il motivo di questo titolo lo spiega lui stesso:

“Ce lo chiede l’Europa” è una frase che è stata usata fino allo sfinimento dalla Politica negli ultimi otto/nove anni, di solito per giustificare scelte impopolari scaricandone la responsabilità. La foto di copertina è una raffigurazione simbolica del concetto di Europa: i ragazzi sorridenti rappresentano il capitale umano della cosiddetta“generazione Erasmus”, la prima a identificarsi come europea. Alle loro spalle un’edilizia orribile, simbolo di un altro aspetto di questa Europa, il modello di sviluppo economico liberista, che non tiene conto delle proprie risorse e spesso genera mostri.

I destinatari di questo disco siamo noi: ragazzi di vent’anni o poco più con sogni di evasione enormi, che trascorrono l’estate a Londra a fare i camerieri per imparare l’inglese, che vivono sei mesi all’estero attraverso il progetto Erasmus e che hanno amici sparsi per tutti i Paesi dell’Unione.

Il primo brano che apre l’album è Calma le onde. Questo pezzo si può inquadrare come un vero e proprio richiamo a tutti i cittadini dell’Unione europea. Infatti, vengono descritti diversi tipi di persone che, per un motivo o per l’altro, incontrano la difficoltà di dover abbandonare non solo il proprio Paese, ma anche la loro cultura, le loro abitudini e le loro tradizioni. Da un lato, donne, uomini e bambini che si trovano nella situazione di affidare totalmente la loro vita al Mediterraneo su un barcone nella speranza di raggiungere l’Europa; dall’altro, giovani che terminati gli studi vanno all’estero.

L’economia ha un movimento oscillante, ogni tanto dà un contraccolpo
Come un barcone nel mare con trecento persone a bordo
Qualcuno strilla “Chiudete il porto!”
E intanto suo figlio è in un aeroporto
E ha in una mano un biglietto di solo andata per Toronto
E nell’altra un passaporto

A seguire ascoltiamo Tutte le direzioni, il cui fulcro è la scelta tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra partire o restare, tra andare o venire. Insicurezze e instabilità che si riversano anche nelle relazioni personali e interpersonali: la sensazione di essere sempre un passo indietro agli amici e di non essere mai abbastanza al passo con i tempi.

E alcuni amici sono andati a Londra
Ma li trattano peggio di qua
Che lavorano senza sosta
Per poi fare la fame come qua

La terza traccia è Mirò che, come ci suggerisce il titolo,fotografa la realtà come fosse “un quadro astratto” dove capire le dinamiche è difficile, spesso impossibile.Immagini di turisti in piazza, signori anziani al bar, innamorati e scritte sul muro. Un quadro astratto del ventunesimo secolo filtrata dagli occhi della cosiddetta “generazione Erasmus”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, Fuori fuoco è la storia di un miope che ogni mattina si sveglia con l’incapacità di mettere a fuoco la realtà che lo circonda. Una metafora che ben descrive la perenne indecisione e la sensazione di instabilità che siamo chiamati a vivere in questo periodo storico sfocato,come è anche il nostro destino, le nostre certezze e i nostri punti di riferimento.

Guarda mamma senza money la possiamo vedere un po’ come lo status symbol di questa generazione: tasche e portafoglio sempre vuoto e testa piena di sogni; nessun posto dove andare ma tanta voglia di mettersi in marcia. Guarda mamma senza money fa più o meno così:

I poveri ammirano i miliardari
L’economia del mio paese arranca
Ma tranquilla mamma ho letto sui giornali
Che siamo tutti sulla stessa banca

E ho letto che la gente è stanca
E che i politici sono dei criminali
E bisogna mandarli a casa e metterne degli altri
Che facciano scelte uguali
Perché l’agenda la detta Bruxelles
E per potere avere mezza pensione
Bisognerà che prenotiamo in hotel
Una camera con cena e colazione

Temi politici ed economici si alternano e si intrecciano in maniera omogenea per tutto il disco, ma non mancano i riferimenti ai legami personali, agli amori lontani e agli amici sparsi per altri Paesi. È questo che racconta Lontana tu: un’epoca di paradossi in cui, pur strettamente collegati da media e social, siamo sempre lontani e distanti a livello fisico.

Quand’è che torni?
Da quando stai lontana tu
Passo più tempo al chiuso
Appendo foto al muro e poi
Poi conto i giorni
E vorrei sapere di te, tipo oggi che hai fatto?

Così così, la canzone di cui da poco è uscito il videoclip musicale, è il manifesto della generazione europea attuale. Nel video i protagonisti sono quattro ragazzi di quattro Paesi diversi che, dalla colazione al momento in cui entrano al lavoro, seguono rituali differenti: dalla colazione, alla scelta del mezzo per andare al lavoro, alla routine mattutina. Nel video vengono messi bene in luce gli aspetti del carattere europeista in cui viviamo: diversità, incontro, mobilità e multietnicità.

Non ti identifica il lavoro che fai
Perché quello cambia ogni sei mesi
Né i tuoi studi ché li odi e sei pure in ritardo con la tesi
E neanche lo Stato in cui sei nato
Perché hai i parenti in altri due Paesi
E la tua squadra del cuore l’hanno comprata i cinesi
E dimmi come ti va

[…]

La mia è l’ultima generazione che ha sperimentato la distanza
Quando tre mesi di vacanza eran tre mesi di mancanza
Mentre adesso bene o male sei connesso
La prof diceva “Studiare la storia vi aiuterà ad affrontare il futuro”
Io ho imparato un sacco di cose a memoria
E poi hanno inventato Google

Come ultima traccia c’è L’Europa, un brano che non solo chiude il disco, ma dà senso a tutte le canzoni precedenti. L’Europa interpretata sia come una grande istituzione al di sopra di noi e formato da noi, sia come spazio geografico in cui persone, capitali e informazioni si muovono ed entrano in contatto, sia come scusa, una pretesa per andare o per tornare, per partire o per restare, per agire o per resistere. È l’Europa che ce lo chiede.

Ma tu resta qui
E stringimi forte a te come fai solo tu
È l’Europa che ce lo chiede
Che poi quando sto con te
Sono più lucido e produco di più
Perciò lo vedi anche tu
Che è l’Europa che ce lo chiede