Sono un traduttore, non mi bias… imare


Valutazione delle traduzioni e distorsione cognitiva

A prima vista potrà apparire strano che in un titolo si accostino due contesti superficialmente remoti come la valutazione delle traduzioni e la distorsione cognitiva. Nel luglio del 2017 era uscito sempre qui sull’Altiero un mio articolo intitolato Ceci n’est pas un biais in cui introducevo l’argomento della distorsione cognitiva. La parola «distorsione» evoca persone malintenzionate, o magari scemi del paese, o persone che si dicono Napoleone appena calate col lenzuolo dal muro di un nosocomio psichiatrico. Ma almeno dal 1973 la scienza, recependo un insegnamento che risale a Kant, considera tale fenomeno profondamente radicato nella vita di tutti noi. È proprio la nostra intelligenza classificatoria a essere responsabile della distorsione cognitiva, o bias. Siamo spontaneamente portati a dividere le percezioni in categorie mentali che, se da un lato ci facilitano il compito, dall’altro ci rendono difficile recepire “per quello che è” un fenomeno che si colloca al confine tra due categorie, o al di fuori della struttura categoriale che ciascuno di noi si è formato con l’esperienza.

nell'immagine, in che modo il cervello deforma la realtà percepita mediante i bias

Questo riguarda qualsiasi nostra percezione. Ma questo non spiega ancora il nesso con la traduzione. Tradurre significa percepire un testo, elaborarlo mentalmente proiettandolo su una cultura ricevente diversa, e riscriverlo in quell’ottica. Quindi la percezione e la cognizione traduttive sono, da un punto di vista psichico, le stesse operazioni che svolgiamo quotidianamente migliaia di volte. Perciò non sono esenti da bias. Dal 2003 alla Civica «Altiero Spinelli» c’è un nucleo ufficioso di ricerca contrassegnato dal nome «Valutrad» che ha predisposto una tabella per aiutare i docenti che devono correggere traduzioni scritte o orali a classificare i translation shift, ossia i cambiamenti ricettivi apportati dall’operazione traduttiva. La prima edizione ufficiale della tabella risale a una pubblicazione del 2004, Traduzione e qualità (Hoepli). Una decina di anni dopo, dopo avere riscrontrato svariate analogie tra la cognizione tout court e la traduzione nello specifico, abbiamo provato a vedere se la preesistente teoria psicologica del bias cognitivi, con relative tabelle che si trovano per esempio qui, poteva aiutare la tabella Valutrad a diventare più versatile e comprensiva. Mano a mano che «traduzione» diventa, da disciplina marginale della linguistica (anni Sessanta), concetto nucleare della culturologia, dell’antropologia e della semiotica (anni Novanta), in proporzione anche le responsabilità dei teorici della traduzione aumentano, perché spesso sono implicitamente chiamati a spiegare fenomeni sociali come la ricezione degli stranieri, l’emarginazione, le modalità della mediazione anche non strettamente linguistica, le diverse modalità della globalizzazione, la comunicazione anche non interlinguistica, incomunicabilità. Nel 2017 è uscito un mio articolo scritto in collaborazione con una giovane neuroscienziata (LINK) nel quale si è provato questo incrocio tra (alcuni) tipi di bias cognitivo e le categorie della Valutrad 1.0. Da qui nasceva Valutrad 2.0, una tabella più snella, contenente solo dieci categorie, che negli ultimi due anni è in fase di collaudo come sempre coi nostri docenti volontari e coi nostri studenti che ‘subiscono’ nell’attribuzione di alcuni voti e la usano attivamente al secondo anno della LMT in un corso denominato proprio «traduzione comparata». Dato che uno studio empirico della traduzione può basarsi unicamente su quanto vi è di oggettivo nel processo traduttivo, questo materiale può essere soltanto il frutto delle fatiche traduttive, da un lato per ricostruire a ritroso (retruduttivamente, direbbe Peirce) cosa può essere stato nella mente della traduttrice a produrre questa o quella scelta, dall’altro per capire finalmente che cosa la traduzione è. I manuali di traduzione attualmente si basano, un po’ come i manuali di guida, su delle norme basate sulla pratica di generazioni di traduttori i più anziani dei quali non erano laureati in traduzione (non ne esisteva nemmeno la possibilità), e quindi del manuale hanno il carattere più tecnico-ingegneristico, e non hanno nulla di scientifico. Ma nulla ci impedisce di pensare a un domani nel quale un manuale di traduzione viene scritto basandosi proprio sulle differenze riscontrate tra prototesto e metatesto, catalogate e categorizzate in modo tale da dare un senso alla mediazione linguoculturale dal campo, dal basso, dalla zolla di terra dissodata dal singolo traduttore e trasformata, dopo settimane di cure, nel miracolo del frutto nuovo, nato da una nuova pianta, che però conserva in parte (solo in parte) caratteristiche nutrizionali e organolettiche del frutto originale. Saranno i gourmet e i gourmand assaggiatori, i sommelier traduttivi a spiegarci in che modo i sapori traduttivamente si trasformano.

Bruno Osimo
Bruno Osimo
Bruno Osimo è nato a Milano nel 1958 in una famiglia italiana ebraica laica. È sposato, ha due figli. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende (tra l’altro Babel’, Bulgakov, Čehov, Dostoevskij, Leskov, Puškin, Saltykov-Ŝedrin, Spender, Steinbeck, Tolstoj). Dal 1989 è docente di traduzione e scienza della traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano, dove coordina il corso triennale di mediazione linguistica. Ha insegnato alle università di Milano, Udine, Venezia e alle SSML di Padova e Misano. Ha scritto Manuale del traduttore per Hoepli e saggi sulla traduzione. Dal 2000 collabora con Sign Systems Studies (rivista di semiotica di Tartu fondata da Lotman). Ha tradotto e curato semiotici della traduzione come Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin-Rozencvejg, Jakobson, Lotman. Pubblica romanzi con Marcos y Marcos. Ha un PhD con Peeter Torop in semiotica della traduzione.