Utrum linguae latinae
studia retinenda sint
an abolenda

Leggo su Repubblica, il 13 febbraio 2017, “Il latino ora fa curriculum” di Ilaria Venturi. Vi si riferisce degli esami di certificazione che prossimamente coinvolgeranno tremila studenti, e si riportano i pareri di alcuni latinisti favorevoli all’iniziativa, che è destinata probabilmente a soppiantare la tradizionale prova di traduzione. Il latino, dichiarato morto o moribondo, ridà dunque segni di vita?

Strana vicenda quella della lingua latina. Morta all’uso parlato già in epoca classica, quando fu codificata nel canone retorico dei sommi scrittori fioriti tra Cesare e Augusto, e trasmessa come modello di chiarezza e profondità espressiva per oltre duemila anni sin quasi ai nostri giorni, nell’ultimo mezzo secolo ha suscitato la crescente avversione di alcune categorie sociali – politici anzitutto, giornalisti, imprenditori, appartenenti al clero, intellettuali di complemento – pur conservando nell’opinione comune il suo prestigio di bene culturale prezioso. Tuttavia, batti e ribatti, è stata inchiodata nelle teste dei più l’idea che lo studio delle lingue antiche fosse relitto inutile, di cui liberare al più presto le tenere menti degli adolescenti, per fare spazio a discipline ben più “spendibili” sul mercato del lavoro. Di qui nasce la proclamata antipatia verso il liceo classico, che addirittura un ministro della Repubblica arrivò ad accusare di corrompere i giovani (sic!); di qui gli ostinati e ripetuti progetti di riforma, che per gradi, ministro dopo ministro, ne hanno snaturato l’impostazione originaria, svuotandolo delle sue potenzialità eversive.

Uso a bella posta la parola eversivo, perché la cultura classica non solo è una delle matrici del pensiero critico, che di per sé è sovversore dei dogmi, ma è anche attraversata da una perenne vena antitirannica, che ha sempre inquietato i poteri costituiti. Questo discorso ci porterebbe lontano, ma non possiamo non constatare come l’avversione al latino, che della cultura occidentale è il principale veicolo e il simbolo più alto, nasconda sempre una forma di preoccupazione per la tenuta del Potere di fronte alla critica. Limitiamoci a questi tempi: la lotta al latino può esser vista come segno totalizzante del cosiddetto “inciucio”: collaborano infatti all’ostracismo la Sinistra, ancora convinta che lo studio dell’antica lingua sia elemento di discriminazione di classe, la Destra, che vi vede una sorta di totem ostile all’omologazione neoliberistica, i Cattolici, che paventano le valenze “sacre” sottese all’abolita ed aborrita lingua liturgica, e i nuovi estremismi identitari e xenofobi, che destestano ogni odore di cultura.

Per parte mia, che latinista di professione non sono, ma solo un cultor voluptarius, che non vorrebbe veder private le nuove generazioni d’un ottimo strumento di pensiero, mi sono persuaso che la cultura classica abbia oggi specialmente una funzione di verità. Se infatti verità è aletheia, etimologicamente non-nascondimento, rivelazione – la frequentazione degli autori che per più di due millenni si sono espressi in latino e in greco, e l’esercizio assiduo di queste lingue, nelle quali forma e contenuto s’identificano, forniscono un formidabile strumento per smascherare la bassa retorica dei politicanti e le menzogne mediatiche, sulle quali si fonda oggi come non mai la manipolazione del consenso popolare. Oso affermare, e in varie sedi credo di aver plausibilmente argomentato, che lo studio del latino sia un presidio di democrazia.

Joannes Carolus Rossi
Joannes Carolus Rossi
Joannes Carolus Rossi, architectus, Romanus natione, civitate Mediolanensis, aedificatoriam profitetur inde ab anno saeculi superioris LXIX, latinitatem voluptatis causa fere a pueritia colit. Munus architecti multifarium, ut hujus artis fert consuetudo testaturque Vitruvius (I,1,1), tuitus est, sed hoc non contentus, liberis hominum sodaliciis favit deditque operam: anno saeculi superioris LXXXV circulum, cui nomen Societas Civilis, una cum centum sodalibus constituit atque biennio rexit; anno post Sodalitatem Latinam Mediolanensem constituit, quam quidem Circulus Philologus Mediolanensis spatio viginti fere annorum fovit, anno autem MMXIV Bibliotheca Ambrosiana excepit; hic bis in mense et litterarum studiosi et tirones gymnasiorum lyceorumque cum magistris convenire solent, ut aures et linguas et mentes sermocinando exerceant. Sausore Carolo Egger abbate, Officii Latini Vaticani praeside, quinque et triginta annos operam dedit commentariis Latinitas inscriptis, donec vulgari sunt desiti, pluresque quam centum commentatiunculas edidit. Partem etiam habuit in conficiendo Lexico Recentis Latinitatis, typis Librariae Editoriae Vaticanae anno MCMLXXXII edito. In scenam etiam prodiit nonnumquam, ut causam latinitatis susciperet: quum in pago Brixio (Bresso), tum Romae in curia Riaria patronum egit in judicio de commodis atque incommodis linguae latinae; acroasibus televisificis operam dedit, quibus index Amor Roma, annis XCVIII saeculi superioris et I hujus saeculi in aethera emissis; eodem anno Plauti personam sustinuit Syracusiis in Amphitruone; Creontem in Medea Senecana Romae egit anno III; anno V saeculi Mantuae IV Aeneidos librum ad numeros recitavit. Coetibus conventiculisque interfuit innumeris, ubicumque de latinitate agebatur; plurima ex italico in latjnum est interpretatus; descendit septies in certamen vaticanum, quod quotannis indici solebat, unde praemia vel mentiones reportavit, semel, una cum Claudio Piga, in certamen de vino Barbera, quod indixerat magister vici Castaneolae in Subalpinis. Cum eodem amico Claudio Apologiam linguae latinae in vulgus anno MCMXCVI proposuit, composuit Colloquia Juliana, cura Operis Fundati Canusiani Foro Julii anno MMIII edita, scripta veterum -Petrarcae, Poggii, Casae, Piccolominei- mandato munere Aragno editoris ex latino in italicum interpretatus est notulisque atque commentario instruxit. Rude anno MMIX donatus, paulatim ab architectorum campo secedere coepit, ut se litteris abderet et latinitati. Anno MMXII in Academiam Latinitati Fovendae ut sodalis benemeritus ascitus est, anno XVI saeculi ejusdem Academiae Consilio Praesidiali adscriptus.