Vivere multilingue: essere interprete per l’UE

Negli anni ’50 erano quattro le lingue parlate all’interno dell’Unione Europea, ma oggi se ne contano ben 20. Per questo motivo, l’organizzazione è stata spesso paragonata alla torre di Babele, con una differenza: nell’Unione Europea gli interpreti fanno sì che i membri parlino la propria lingua e che vengano sempre compresi.
Ma in quanti davvero conoscono il ruolo dell’interprete?
Oggi vi raccontiamo la storia di Elia Rigolio, interprete dal 2006 presso la Commissione Europea, ex studente e ora professore alla Civica Scuola Interpreti e Traduttori, recentemente intitolata ad Altiero Spinelli.

 

Tra le varie professioni che si fondano sull’uso delle lingue, cosa l’ha spinta a intraprendere proprio la carriera di interprete?

«Mi affascina l’idea che agevolare la comunicazione significhi facilitare i rapporti tra le persone: la convivenza, la conoscenza, lo scambio e quindi la crescita degli individui. Per questo ho scelto una professione che mi permettesse di essere un tramite della comunicazione».

Cosa pensa della formazione offerta per questo settore, in Italia e all’estero?

«Per quel che riguarda la formazione degli interpreti, non mi sbilancerò e dirò solamente che la nostra scuola rappresenta una delle eccellenze in Italia e in Europa: il riconoscimento ottenuto dalle istituzioni europee, che dedicano tempo a seguire i nostri corsi e a presenziare ai nostri esami, ne è una prova evidente.
Che la formazione di un interprete poi possa dirsi conclusa nel momento in cui esce dalle aule scolastiche è illusorio: la formazione continua per molti anni sul fronte sia tecnico, sia linguistico».

A suo avviso, quali sono le qualità che deve avere un buon interprete?

«Quanto a doti caratteriali: l’autocontrollo, la curiosità, l’empatia, la capacità di leggere il contesto in cui sta avvenendo la comunicazione, di accettare i propri limiti e l’imperfezione del suo lavoro, senza però lasciarsi andare alla “sciatteria”. Dal punto di vista puramente tecnico: un controllo assoluto della lingua italiana nei suoi diversi registri, le conoscenze tecniche dell’interpretazione, e ovviamente le competenze linguistiche delle sue lingue di lavoro».

Qual è l’aspetto più difficile del suo lavoro? E quello che la appaga di più?

«È difficile essere sempre pronti ad affrontare argomenti e oratori diversi, e qualche volta spiace non essere riusciti a rendere onore a un certo stile, o a trasmettere come avremmo voluto il messaggio di chi parla. Credo che molti colleghi vivano come me la frustrazione di vedere questi casi amplificati dalle difficoltà create dalle condizioni in cui si lavora: oratori che leggono a tutta velocità, documenti tecnici che non sono stati forniti agli interpreti, condizioni audio o organizzative che ostacolano il lavoro. Quel che davvero più mi soddisfa sono le piccole riunioni in consecutiva: sento di avere il controllo di quello che sto facendo, e mettere fisicamente in contatto le persone che siedono al mio stesso tavolo per me è molto più appagante che non stare protetto dietro al vetro della cabina di simultanea, senza avere contatti con le persone per cui lavoro».

Nel mondo del lavoro l’inglese sembra essere la lingua più richiesta, nel contesto delle istituzioni europee, invece, quali combinazioni linguistiche si richiedono maggiormente?

«Dipende molto dalle singole istituzioni e riunioni. Credo non sia sbagliato dire che in Commissione prevale largamente l’inglese anche da parte di oratori non madrelingua, seguito con un certo distacco da francese e tedesco, mentre le altre lingue hanno un ruolo quantitativamente minoritario; al Consiglio dei Ministri vale più o meno lo stesso, con la variante che ogni semestre la lingua della presidenza di turno acquista un ruolo più centrale. Al Parlamento tutto dipende dagli eurodeputati presenti alle diverse riunioni. L’inglese conserva il suo ruolo predominante, ma le lingue che alle altre istituzioni sono usate più di rado qui si sentono più spesso, perché gli eurodeputati tendono a parlare la propria lingua ogniqualvolta ne hanno la possibilità».

Nell’ambito del suo lavoro ha sicuramente incontrato tantissime persone interessanti, ce n’è qualcuna a cui è legato un ricordo particolare?

«Ci sono stati momenti in cui mi sono commosso per quel che traducevo e per le persone che parlavano: ricordo il presidente Obama che parlava di diritti civili, il sindaco di Lampedusa che raccontava del lavoro incredibile fatto da tanti volontari per le operazioni di salvataggio e accoglienza dei naufraghi sui barconi, e disabili che hanno reso la loro testimonianza a conferenze sulle pari opportunità a cui sarei voluto correre incontro e dire grazie per la serena forza dei loro interventi. Sono momenti di una bellezza intensa, che danno la carica per affrontare la vita (e le riunioni più noiose) con uno slancio in più».

Quali crede che siano i vantaggi di poter lavorare per la Commissione Europea?

«Lavorare per le istituzioni europee è un indubbio vantaggio, perché ci consente di informarci in modo approfondito su quel che si fa in queste sedi. Forse questo può esser un contributo che chi lavora alle istituzioni può dare al progetto europeo: spiegare a chi non le conosce e magari ne diffida che le istituzioni sono preziose, nonostante tutte le loro imperfezioni».