Rinati dal mare, ovvero: due racconti dalla Siria

15 marzo, scuola civica Interpreti e Traduttori “Altiero Spinelli”

Mohammad e Hyad  hanno sedici anni e terranno oggi una lezione in università da noi. Per farlo Mohammed ha dovuto chiedere un permesso speciale per venire in Italia. Non così comune per un ragazzo di sedici anni, vero? Su di loro occorrerà dire qualcosa di più prima che inizino la lezione.

Per prima cosa, sono cugini, quasi fratelli. Seconda cosa, vanno d’accordo perché hanno gusti diversi: il primo gioca a basket, il secondo a calcio; Mohammad preferisce le camicie che lo fanno sembrare più grande, mentre Hyad oggi ha messo una felpa come farebbe la maggior parte dei suoi compagni di classe.

Infine, sono arrivati in Italia qualche anno fa attraversando il Mediterraneo e oggi sono qui con Judith Sunderland, direttrice della sezione europea di Human Rights Watch, invitati da Emanuele Valenti.

La classe è piena di studenti, soprattutto ragazze, tutti più grandi di loro ovviamente. Si guardano, Mohammad fa qualche battuta al cugino, che inizia a sentirsi un po’ nervoso.

Sarà proprio quest’ultimo a iniziare il racconto, e il racconto partirà da un’immagine proiettata dietro di loro. Una cartina della Siria.

Nel marzo 2011 iniziano i primi scontri a causa dell’arresto di alcuni giovani colpevoli di aver dipinto graffiti anti-Assad. Nel Paese c’è il caos, e sempre meno sicurezza. Loro sono dei bambini, hanno dieci anni.

Le due famiglie prendono coraggio, caricano i beni sull’auto e decidono di raggiungere i fratelli di Hyad, che erano già fuggiti in Libia, e vi rimangono due anni.

Nel frattempo nell’ottobre 2011 muore Gheddafi e la situazione inizia a precipitare. Il paese è preda dei gruppi armati, poi-qui Mohammad esita – si instaura il caos, “l’Anarchia”. All’ inizio “il dramma siriano” li aveva resi ben visti, ma ora questi immigrati che aprono ristoranti e cercano di inserirsi nella società iniziano a diventare scomodi.

Gli amici già partiti iniziano a mandare immagini e racconti, parlano di come sono arrivati in Sicilia. Le famiglie ci pensano, aspettano a dire di si, si chiedono se è davvero necessario. “Restare non era il nostro futuro, c’era solo molta paura”.

Infine raccolgono i beni più stretti e raggiungono Suara, vicino a Tripoli e parlano con i passatori. Il viaggio costerà loro 1500 dollari a persona. “Il mare è mosso, non potete partire stanotte” gli viene detto, e così si fermano a dormire in una tenda nel deserto, insieme ad altri.  Il giorno dopo il mare non è ancora adatto. Due giorni dopo neanche. Trascorrono così un mese, sopravvivendo con una razione da un panino bagnato e un po di acqua al giorno.

Finché un giorno arriva la buona notizia: “Siete fortunati, ogni avete la barca grande e pochi compagni di viaggio”. Mohammed sorride nervoso. “Eravamo 200, schiacciati in una barca che chissà se regge”. Cibo e zaini vengono gettati in mare. Intanto cala la notte e si può partire.

“Non si vedeva nulla, dopo due ore si rompe il motore. Avevamo un telefono satellitare con cui contattarli e li abbiamo chiamati.” Se tornate, rispondono, vi uccidiamo.

Non possono che andare avanti, “che almeno la morte non è certa”. I ragazzi giovani lavorano tutta la notte dandosi turni per togliere acqua da barca. Mohammad evita i nostri sguardi: “In vita mia non ho mai avuto paura come quella notte”.

Dopo diverse ore, il piccolo popolo sulla barca vede un elicottero avvicinarsi. Sono gli italiani, che chiamano gli aiuti. Prima i bambini, poi le donne e infine gli uomini vengono tratti in salvo su una nave della croce rossa che li porta a Catania.

Mohammad cerca un espressione per esprimere come ha vissuto quel momento: è stato come rinascere, come essere un neonato appena venuto alla vita. Non si fermano in Sicilia per evitare di dover lasciare le impronte digitali, il che significherebbe rimanere li. L’obiettivo e il nord, e infatti raggiungono Milano, poi Chiasso, infine la Svizzera.  A Berna fanno un colloquio per stabilire che tipo di visti possono ricevere. Mohammed riceve quello di tipo F Per i rifugiati temporanei. Hyad, che ha il visto di tipo B, può uscire dalla svizzera.

Hanno tredici anni.

La rotta percorsa dai ragazzi da Nord Africa verso Italia e Malta è una delle più frequentate.

Judith parla di una 《Crisi dei diritti umani, violenze e abusi》, e ci spiega che c’è poco impegno per aprire vie legali e per favorire il reinsediamento dei rifugiati riconosciuti.Tanti paesi europei usano nuove politiche e leggi per ridurre diritti dei richiedenti asilo.

La cosa migliore, ci dice, sarebbe la creazione di corridoi umanitari per sfavorire i passatori, cioè coloro che aiutano a viaggiare gente senza documento. Svolgono un servizio in assenza di canali legali, e nel frattempo rinchiudono la gente in tende provvisorie in mezzo al deserto oppure in case dove subiscono violenza e privazioni. Sì, conclude, le persone continuano ad affrontare quel viaggio in mare: sanno che è pericoloso ma anche di non avere altra scelta.

 Il racconto della notte in fuga di Hyad e Mohammad  racconta di migliaia di vite che hanno lasciato ciò che avevano inseguendo la stella polare di una vita migliore. Sta anche a noi raccontare la loro storia perché più persone possibili la ascoltino e ci sia più consapevolezza di che cosa affronta chi sceglie di attraversare il mare.

Ilaria Arghenini
Ilaria Arghenini
Vivo in un piccolo paese lombardo e studio Comunicazione Internazionale a Milano, ma tendo a scappare in treno, aereo o bici appena possibile, purché abbia con me uno zaino ed un bloc notes. Nel tempo libero faccio interviste per l'Altiero.