A.A.A. Riconoscimento per mediatori interculturali cercasi

Il mediatore interculturale: una professione tanto fondamentale per la nostra società, quanto poco conosciuta. Chi fa mediazione o studia per diventare mediatore sa bene quanto sia difficile far capire di che cosa si occupa. Spesso viene identificato come figura a metà tra l’interprete e l’assistente sociale e si sente rivolgere domande del tipo: “Ma studi le lingue, giusto? Quindi puoi fare anche l’interprete o il traduttore?” “Ma cosa puoi fare una volta laureato?” “Serve per lavorare nei centri di accoglienza?” “Potresti lavorare anche all’ONU?”.

In effetti non sempre esiste una risposta univoca a queste domande, nemmeno a quelle che possono sembrare più strampalate. La professione del mediatore interculturale ha moltissime sfaccettature e le stesse definizioni di mediazione sono spesso poco chiare o troppo generali. Secondo l’antropologo Carlos Giménez Romero, ad esempio, per mediazione si intende “una modalità di intervento di una terza parte, in situazione di multiculturalità significativa, orientata verso il riconoscimento dell’Altro e l’avvicinamento delle parti, la comunicazione e la comprensione reciproca, l’apprendimento e lo sviluppo della convivenza, la gestione dei conflitti e l’adeguamento istituzionale, tra attori sociali o istituzionali culturalmente differenziati

Una definizione molto ampia, che certamente fa capire quanto in un mondo in cui le culture entrano continuamente in contatto, ognuno di noi possa essere un potenziale mediatore nelle situazioni che affrontiamo ogni giorno, ma che rende la vita difficile a chi deve delineare un profilo ben definito della professione. Purtroppo, nemmeno gli esperti sembrano avere opinioni concordi. Questo è dovuto anche al fatto che si tratta di una disciplina piuttosto recente. Lo studio della mediazione in Italia, ad esempio, si è diffuso a partire dai primi anni novanta e da allora le modalità e gli ambiti di applicazione della materia sono cambiati moltissimo.

Se in un primo momento le azioni di mediazione si limitavano ad attività di traduzione, soprattutto negli uffici per stranieri, successivamente si è passati alla proliferazione di corsi di formazione. Si tratta, tuttavia, di percorsi didattici molto diversi sia quantitativamente che qualitativamente, senza nessun coordinamento né valutazione trasversale da parte delle istituzioni. Ancora oggi convivono sia corsi gestiti dagli enti locali e agenzie private, generalmente con un numero ridotto di ore, sia quelli gestiti dalle università con una review formazione più lunga, ma anche più teorica. Grazie a tutte queste offerte formative, le azioni di mediazione si sono allargate a nuovi settori e si sono inserite all’interno di nuovi contesti locali (come la scuola, la sanità, i centri di accoglienza e tutti quei contesti in le diversità culturale generano conflitti e discriminazioni), all’interno dei quali, però, i mediatori si trovano spesso a dover lavorare con estrema difficoltà in un clima di indeterminatezza, senza il supporto di azioni di coordinamento tramite valutazioni o lavori di equipe.

Oggi la sfida più grande dei mediatori interculturali è ottenere il riconoscimento professionale. Senza dubbio al giorno d’oggi la mediazione va oltre la figura specifica dei mediatori, ma è essenziale riconoscere e valorizzare la loro professione, perché essi sono ciò di cui abbiamo bisogno: sono coloro che facilitano tutti quei processi che, all’interno di una società sempre più plurale, porteranno alla libertà culturale e all’effettiva attuazione dei diritti di ogni singolo cittadino.

C’è bisogno, quindi, di una definizione univoca del ruolo del mediatore, del suo percorso formativo, delle sue competenze e degli ambiti di impiego. Ancora prima di questo però, i mediatori culturali sentono la necessità di avere una normativa a livello nazionale, per non vedersi costretti a riqualificare ogni volta il proprio lavoro, rischiando così di venire identificati come quella “figura jolly” che nel settore terziario funge perlopiù da tappabuchi. Oggi, infatti, il mediatore si trova a svolgere i compiti più disparati, che vanno dalle più sperimentate forme di servizio, fino ad arrivare a forme di consulenza e, persino, di docenza e progettazione.

Per fortuna sembra che le cose stiano iniziando a cambiare. Nel 2007 APIMEC, l’associazione italiana dei mediatori culturali, ha convocato un’assemblea nazionale durante la quale i mediatori e le mediatrici interculturali si sono riuniti per richiedere ufficialmente il riconoscimento giuridico della professionalità dei mediatori tramite l’istituzione di una legge che fissi a livello nazionale i requisiti, le regole d’accesso e il trattamento economico. È stata anche proposta la costruzione di un albo nazionale di categoria e un sindacato proprio.

Sicuramente non sarà un’impresa facile e sono ancora molti gli aspetti della professione da definire. Chi è il mediatore? Qual è il suo compito? È più importante il suo saper fare professionale o la sua appartenenza culturale? Quanto conta la conoscenza delle lingue straniere?
Anche noi dell’Altiero ce lo siamo chiesti e, per capirne di più, abbiamo deciso di rivolgerci al professor Bruno Osimo, che alla Civica Scuola Interpreti e Traduttori Altiero Spinelli è coordinatore del corso di Mediazione Linguistica.

Qui trovate il link alla videointervista

Sembra dunque che l’Italia faccia ancora fatica a capire l’importanza della professione e a riconoscerla, ma ci auguriamo che le università e le altre istituzioni collaborino per conferire ai mediatori il giusto riconoscimento che oggi manca.

Ci auguriamo che attraverso questo articolo, l’Altiero possa attirare l’attenzione su questioni spesso trascurate come questa e farsi promotore dei cambiamenti sperati. Concludiamo quindi, come dice anche il professor Osimo, con un: “lunga vita all’Altiero!”