Segni che s’inoltrano
nel crivello che s’annera

È notte, sei

tra le cose del mondo, le cose

solide, vaganti, che si sfanno

in altre cose: cose

su cose, nell’imo che fermenta,

e sprofondi

nella vita che è, nel tutto

che s’invasa in uno, prima

di sfarsi nel crivello della mente

stridi, becchi, blaterii

buchi di lingua, suoni

che si torcono, stipano,

si ammaccano.

Giancarlo Pontiggia è un poeta classico. In lui, la clarità del verso greco e latino si perfonde nel quotidiano anche attraverso l’uso di prefissi suffissi infissi d’ingresso applicati a parole altrove talora frequenti (inventano) talora molto meno (s’impaluda, s’infima, s’indedala, intrudono). Compie un’operazione nella poesia contemporanea azzardata: si tiene stretto al lessico e al registro storico della poesia, il poeta narrante non si mescola, non scende tra di noi formichine metropolitane – come invece fa con disarmante modestia Giancarlo Pontiggia di persona. Perché se lo può permettere.

In tutto questo, riesce a dire delle cose. Non sono esercizi formali fine a sé stessi, non è narcisismo che ha bisogno di soddisfazione, ma sono messaggi, proposti con levità ma decodificabili, come qui:

I segni che volarono, un giorno, fino a noi

e ci colpirono; le cose

che già erano prima di noi […] emozioni

che ci scossero, sensi

che ci turbarono, congiunzioni felici

che sembra quasi un manuale di semiotica in versi, e precisamente il capitolo sull’interpretante. Oppure qui:

come celare al mondo il tuo orribile segreto:

di stare, di stare più che puoi nel mondo

azzurro, tra i cieli e le terre, i fiori e gli asfalti,

starci comunque, anche tra gente che non ami,

in città tetre, apocalittiche,

malato, storpio, a mendicare

un po’ della loro vita

calda, inebriante

dove leggiamo direttamente nella nostra quotidianità e ci sembra di sentir parlare una confidente che ci racconta la sua crisi esistenziale senile. La solitudine dell’età, prima ancora che intesa come nucleo famigliare. L’apprezzamento del tepore altrui, che è anche un innamoramento non corrisposto per il proprio passato. Nel contempo l’innamoramento per la normalità altrui, collocata, come, al di là di uno spesso vetro.

Oppure qui:

un libro che stai leggendo

da troppo tempo, ormai, senti

che i nomi si sgretolano, uno per uno, ostinati,

in polvere di suoni e di niente, e implori

 

un senso

dove si legge l’esaustione della persona che lavora tutto il giorno con le parole, e che è talmente abituata a vedere i testi in un’ottica metatestuale, che ha momenti di sconforto, nei quali supplica un’autorità divina o paradivina (non esplicitata) di restituirle l’innocenza discorsuale, l’ingenuità ermeneutica, la verginità linguistica, una fase della vita nella quale si poteva leggere magari ‘sbagliando’, ma godendo anche per testi di poco conto.

Un’attenzione particolare e separata merita, inoltre, la struttura parcellizzata del libro. Le settantadue liriche presenti sono suddivise nella bellezza di 21 (ventuno!) capitoli o comunque ripartizioni, alcune delle quali contengono solo una lirica. In sostanza, circa metà delle pagine sono di contenuto, e l’altra metà sono di struttura, di ripartizione, di cesura. Questo fatto è collegato alla presenza, nelle prime pagine delle varie sezioni, di testo solo nella parte bassa della pagina, in modo da ripartirlo, anche all’interno di una stessa lirica, su due facciate della stessa pagina.

Se si tiene conto che la tecnica dell’enjambement è diffusa pressoché ovunque in queste liriche, a tale proposito occorre segnalare che in Giancarlo Pontiggia esistono enjambement di ben tre gradi diversi: quelli semplici, quelli con doppio a capo e riga in bianco in mezzo, e quelli con a capo e continuazione sul verso del foglio.

Nel panorama di overpublishing che caratterizza questi ultimi anni – penso che il 75% di quanto viene pubblicato in Italia sarebbe fin dal principio felicemente trascurabile – è bello trovare libri come questo che invece promettono di mantenere il loro valore nei decenni. Pubblicare troppo danneggia la cultura non soltanto perché si diffondono testi inutili, improduttivi, brutti, ma anche perché nella marea che ne deriva è ancora più difficile individuare i testi che valgono la pena.

 

Pontiggia, Giancarlo

Il moto delle cose

Milano: Mondadori, 2017

pagine 168; 20 centimetri

Collezione Lo specchio. I poeti del nostro tempo

ISBN 978-88-04-68143-4

Bruno Osimo
Bruno Osimo
Bruno Osimo è nato a Milano nel 1958 in una famiglia italiana ebraica laica. È sposato, ha due figli. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende (tra l’altro Babel’, Bulgakov, Čehov, Dostoevskij, Leskov, Puškin, Saltykov-Ŝedrin, Spender, Steinbeck, Tolstoj). Dal 1989 è docente di traduzione e scienza della traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano, dove coordina il corso triennale di mediazione linguistica. Ha insegnato alle università di Milano, Udine, Venezia e alle SSML di Padova e Misano. Ha scritto Manuale del traduttore per Hoepli e saggi sulla traduzione. Dal 2000 collabora con Sign Systems Studies (rivista di semiotica di Tartu fondata da Lotman). Ha tradotto e curato semiotici della traduzione come Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin-Rozencvejg, Jakobson, Lotman. Pubblica romanzi con Marcos y Marcos. Ha un PhD con Peeter Torop in semiotica della traduzione.