Se non a scuola, quando? Tutta la vita

Italian chemist and writer Primo Levi (1919-1987).

La retorica è una cosa brutta. Come lo è l’aggettivo «scolastico», inteso non come «della scuola», ma come «noioso, doveroso, controvoglia, nozionistico». Più un valore è importante, più abbiamo a cuore che non sia trattato in modo né scolastico né retorico. Dato che Primo Levi ci sta a cuore, detestiamo che venga volgarizzato da false citazioni scolastiche e retoriche che ricordano i bigliettini dei Baci Perugina, come questa: «L’@locaust@ è una pagina del libr@ dell’umanità da cui n@n d@vrem@ mai togliere il segnalibr@ della memòria» [l’ho deturpata per non aggiungere danno al danno], di cui si trovano ben 14.500 occorrenze: niente male, per essere inventata.

Sull’uso oltraggioso della parola ∅locaust∅ ho già scritto un articolo che si trova qui.

Cercherò di concentrarmi su alcuni punti dell’opera di Primo Levi che non sono particolarmente noti.

 

Primo Levi è un grande narratore e poeta, a prescindere dalla Shoah. Benché, con estrema modestia, Levi affermi di essere diventato scrittore grazie all’esperienza di Auschwitz, si fatica a credergli, perché il pungolo dell’esperienza stravolgente del Lager può averlo aiutato a generare Se questo è un uomo, La tregua, I sommersi e i salvati, ma di certo non capolavori come Il sistema periodico, La chiave a stella e molto altro. Anche le sue poesie sono strazianti, coinvolgenti e significative. Questa è intitolata «Buna» [le maiuscole e la punteggiatura sono dell’Autore):

 

Buna

Piedi piagati e terra maledetta,

Lunga la schiera nei grigi mattini.

Fuma la Buna dai mille camini,

Un giorno come ogni giorno ci aspetta.

Terribili nell’alba le sirene:

«Voi moltitudine dai visi spenti,

Sull’orrore monotono del fango

È nato un altro giorno di dolore».

 

Compagno stanco ti vedo nel cuore,

Ti leggo gli occhi compagno dolente:

Hai dentro il petto freddo fame niente

Hai rotto dentro l’ultimo valore.

Compagno grigio fosti un uomo forte,

Una donna ti camminava al fianco.

Compagno vuoto che non hai più nome,

Uomo deserto che non hai più pianto,

Così povero che non hai più male,

Così stanco che non hai più spavento,

Uomo spento che fosti un uomo forte:

Se ancora ci trovassimo davanti

Lassù nel dolce mondo sotto il sole,

Con quale viso ci staremmo a fronte?

(28 dicembre 1945)

Probabilmente il fatto stesso che Primo Levi non si considerasse un narratore e un poeta “se non per Auschwitz” – questa sua colossale sottovalutazione  di sé – è dovuto alla violenza messa in discussione della sua identità che è stata l’esperienza dell’arresto in Italia, della detenzione, di Fossoli e poi del campo di sterminio.

Per come traspare dall’opera di Primo Levi, l’aspetto più significativo della Shoah non è quantitativo, non è il numero di morti biologiche. Quello che Primo Levi mette in risalto è la progettazione scientifica della manipolazione delle menti anche dei prigionieri che si sono salvati. «Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti». Il regime psicofisico a cui erano sottoposti i prigionieri ha lasciato traccia indelebile in loro, costretti per tutto il resto della vita a fare i conti coi fantasmi generati dalla propria coscienza e memoria. Il Lager ha seminato nella loro mente un’angoscia inestirpabile che poi ha avuto modo di crescere e svilupparsi per sempre.

I princìpi morali come l’onestà, su cui si basa la concezione del mondo e la concezione di sé, venivano decostruiti a uno a uno. Macchiando di questi crimini i prigionieri, loro perdevano inevitabilmente senso d’identità e fiducia in sé stessi:

«il furto in Buna, punito dalla Direzione civile, è autorizzato e incoraggiato dalle SS; il furto in campo, represso severamente dalle SS, è considerato dai civili una normale operazione di scambio; il furto fra Häftlinge viene generalmente punito, ma la punizione colpisce con uguale gravità il ladro e il derubato. Vorremmo ora invitare il lettore a riflettere, che cosa potessero significare in Lager le nostre parole «bene» e «male, «giusto» e «ingiusto»; giudichi ognuno, in base al quadro che abbiamo delineato e agli esempi sopra esposti, quanto del nostro comune mondo morale potesse sussistere al di qua del filo spinato». Costringere premeditatamente una persona onesta e perbene a rubare e a macchiarsi di altri crimini per sopravvivere è un progetto non solo sadico: onnidistruttivo. È la programmazione di lungo termine della personalità della cavia umana in questione.

Veniva distrutto il senso del tempo, che è quello che ci permette di pensare, di progettare, di essere coscienti:

«Anche oggi, anche questo oggi che stamattina pareva invincibile ed eterno, l’abbiamo perforato attraverso tutti i suoi minuti; adesso giace conchiuso ed è subito dimenticato, già non è più un giorno, non ha lasciato traccia nella memoria di nessuno. Lo sappiamo, che domani sarà come oggi: forse pioverà un po’ di più o un po’ di meno, o forse invece di scavar terra andremo al Carburo a scaricar mattoni. O domani può anche finire la guerra, o noi essere tutti uccisi, o trasferiti in un altro campo, o capitare qualcuno di quei grandi rinnovamenti che, da che Lager è Lager, vengono infaticabilmente pronosticati imminenti e sicuri. Ma chi potrebbe seriamente pensare a domani?» Se manca il senso del tempo, una persona non esiste, non ha coscienza di sé. Non sa cos’è successo ieri, non può immaginare cosa succederà domani. L’essere umano è ridotto a uno stato mentale subumano, di orientamento cognitivo a tentoni.

Veniva inculcato il senso della vergogna, di una vergogna esistenziale, perenne, incancellabile:

«Di fronte alle ragazze del laboratorio, noi tre ci sentiamo sprofondare di vergogna e di imbarazzo. Noi sappiamo qual è il nostro aspetto: ci vediamo l’un l’altro, e talora ci accade di specchiarci in un vetro terso. Siamo ridicoli e ripugnanti. Il nostro cranio è calvo il lunedì, e coperto di una corta muffa brunastra il sabato. Abbiamo il viso gonfio e giallo, segnato in permanenza dai tagli del barbiere frettoloso, e spesso da lividure e piaghe torpide; abbiamo il collo lungo e nodoso come polli spennati. I nostri abiti sono incredibilmente sudici, macchiati di fango, sangue e untume; le brache di Kandel gli arrivano a metà polpacci, rivelando le caviglie ossute e pelose; la mia giacca mi spiove dalle spalle come da un attaccapanni di legno. Siamo pieni di pulci, e spesso ci grattiamo spudoratamente; siamo costretti a domandare di andare alla latrina con umiliante frequenza. I nostri zoccoli di legno sono insopportabilmente rumorosi, e incrostati di strati alterni di fango e del grasso regolamentare. E poi, al nostro odore noi siamo ormai avvezzi, ma le ragazze no, e non perdono occasione per manifestarcelo. Non è l’odore generico di mal lavato, ma l’odore di Häftling, scialbo e dolciastro, che ci ha accolti al nostro arrivo in Lager ed esala tenace dai dormitori, dalle cucine, dai lavatoi e dai cessi del Lager. Lo si acquista subito e non lo si perde più: «così giovane e già puzzi!», così si usa accogliere fra noi i nuovi arrivati». Questo è l’impatto di Primo Levi, che ha superato un difficile esame di chimica in tedesco da prigioniero ed è stato ammesso al laboratorio di chimica come chimico, con le inservienti polacche del laboratorio stesso.

Quella stessa vergogna che i tedeschi non riuscivano a provare, e che costringevano le loro vittime inermi a provare. Quando le prime ragazze polacche libere sono entrate nel Lager nel gennaio 1945, non avevano il coraggio di guardare i prigionieri, si vergognavano loro, innocenti, per conto dei carnefici:

«Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa».

Il 27 gennaio 1945 segna la data della “liberazione” dei prigionieri di Auschwitz. È giusto che sia così e che il 27 gennaio si ricordi la Shoah. Ma la parola «liberazione» non deve trarre in inganno. Chi ha fatto l’esperienza del Lager, non può più essere liberato davvero. È questa la cifra della spietatezza dei nazisti. Non dimentichiamocelo. Lasciamo che ancora una volta sia Primo Levi a raccontarcelo.

«All’uscita dal buio, si soffriva per la riacquistata consapevolezza di essere stati menomati. Non per volontà né per ignavia né per colpa, avevamo tuttavia vissuto per mesi o anni ad un livello animalesco: le nostre giornate erano state ingombrate dall’alba alla notte dalla fame, dalla fatica, dal freddo, dalla paura, e lo spazio di riflettere, per ragionare, per provare affetti, era annullato. Avevamo sopportato la sporcizia, la promiscuità e la destituzione soffrendone assai meno di quanto ne avremmo sofferto nella vita normale, perché il nostro metro morale era mutato. Inoltre, tutti avevamo rubato: alle cucine, alla fabbrica, al campo, insomma «agli altri», alla controparte, ma sempre furto era; alcuni (pochi) erano discesi fino a rubare il pane al proprio compagno. Avevamo dimenticato non solo il nostro paese e la nostra cultura, ma la famiglia, il passato, il futuro che ci eravamo rappresentato, perché, come gli animali, eravamo ristretti al momento presente. Da questa condizione di appiattimento eravamo usciti solo a rari intervalli, nelle pochissime domeniche di riposo, nei minuti fugaci prima di cadere nel sonno, durante la furia dei bombardamenti aerei, ma erano uscite dolorose, proprio perché ci davano occasione di misurare dal di fuori la nostra diminuzione».

L’11 aprile 1987 Primo è caduto dal pianerottolo di casa sua. La portinaia gli aveva appena portato la posta. Aveva appena scritto a Ferdinando Camon dandogli un appuntamento per la settimana dopo, per un lavoro che stavano facendo insieme. Non può essersi trattato di suicidio. Primo certamente ha avuto un giramento di testa ed è caduto. Perché lui era riuscito a vincere contro i nazisti. I nazisti volevano annientarlo, dentro e fuori, e lui è riuscito a vincere la lotta contro l’annientamento, fuori e dentro.

E, come dice Bulgàkov, «rùkopisi ne gorât», i manoscritti non bruciano.

L’esplosione causata dentro la persona di Primo Levi dal “bombardamento” nazista ha prodotto una forza reattiva creativa letteraria milioni di volte più potente del bombardamento stesso. Dopo Primo Levi l’umanità è molto più ricca. Se non ce lo lasciamo ricoprire da una coltre di retorica scolastica, il tesoro della sua opera è a disposizione di tutti:

 

1947 Se questo è un uomo, Torino, De Silva

1963 La tregua, Torino, Einaudi

1966 Storie naturali, Torino, Einaudi

1971 Vizio di forma, Torino, Einaudi

1975 Il sistema periodico, Torino, Einaudi

1975 L’osteria di Brema, Milano, All’insegna del pesce d’oro

1978 La chiave a stella, Torino, Einaudi

1981 La ricerca delle radici. Antologia personale, Torino, Einaudi

1981 Lilít e altri racconti, Torino, Einaudi

1982 Se non ora, quando?, Torino, Einaudi

1983 traduzione del Processo di Franz Kafka, Torino, Einaudi

1984 Ad ora incerta, Milano, Garzanti

1984 Dialogo, con Tullio Regge, Milano, Edizioni di Comunità

1985 L’altrui mestiere, Torino, Einaudi

1986 I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi

1986 L’ultimo Natale di guerra, Milano, Il triangolo rosso

Bruno Osimo
Bruno Osimo
Bruno Osimo è nato a Milano nel 1958 in una famiglia italiana ebraica laica. È sposato, ha due figli. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende (tra l’altro Babel’, Bulgakov, Čehov, Dostoevskij, Leskov, Puškin, Saltykov-Ŝedrin, Spender, Steinbeck, Tolstoj). Dal 1989 è docente di traduzione e scienza della traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano, dove coordina il corso triennale di mediazione linguistica. Ha insegnato alle università di Milano, Udine, Venezia e alle SSML di Padova e Misano. Ha scritto Manuale del traduttore per Hoepli e saggi sulla traduzione. Dal 2000 collabora con Sign Systems Studies (rivista di semiotica di Tartu fondata da Lotman). Ha tradotto e curato semiotici della traduzione come Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin-Rozencvejg, Jakobson, Lotman. Pubblica romanzi con Marcos y Marcos. Ha un PhD con Peeter Torop in semiotica della traduzione.