Non parlare!

Al di là della testimonianza sulla Shoah, Primo Levi ha da dirci qualcosa anche sulla nostra realtà contemporanea?

«la mancata diffusione della verità sui Lager costituisce una delle maggiori colpe collettive del popolo tedesco, e la più aperta dimostrazione della viltà a cui il terrore hitleriano lo aveva ridotto: una viltà entrata nel costume, e così profonda da trattenere i mariti dal raccontare alle mogli, i genitori ai figli; senza la quale, ai maggiori eccessi non si sarebbe giunti, e l’Europa ed il mondo oggi sarebbero diversi».

(Primo Levi, I sommersi e i salvati).

 

 

 

 

L’opera di Primo costituisce un trattato antropologico-filosofico di dimensioni e profondità enormi. In questo passo Primo correttamente stigmatizza la reticenza con cui i genitori non hanno detto ai figli, i mariti alle mogli. Nel contesto della sua narrazione, l’argomento è importante per l’emersione di una realtà storica sui campi di annientamento, per la formazione di una presa di coscienza nazionale.

Non parlare: per parlare occorre che quanto è contenuto in modo informe e disorganizzato nella mente prenda forma, si organizzi, trovi una linearità potenziale da attualizzare verbalmente. Ma per ottenere questo risultato bisogna fare uno sforzo, bisogna dare capo e coda a qualcosa – nuvola di vago senso malleabile – che, finché non è messa in parole, se nei momenti peggiori pesa come un macigno, nei momenti di distrazione – di negazione – riesce a non pesare nulla.

In altre parole, dire di avere commesso qualcosa di brutto consegna questo atto finora nebuloso alla realtà palpabile delle parole. Nella concezione del mondo di alcune persone, se una cosa non viene detta o scritta è meno vera. Ma la mente individuale nel suo complesso sa tutto, anche ciò che non viene confessato, nemmeno a sé stessi.

Nella nostra cultura attuale, non molto è cambiato da questo punto di vista. Come potrebbero succedere altrimenti fatti come coniugi che si uccidono, genitori che uccidono i bambini, figli che ammazzano i genitori, abusi sessuali su parenti e minori e così via. Soprattutto presso i maschi, parlare non è un’attività promossa. Nello stereotipo da bar – i bar hanno molto da rivelarci sul nondetto di una cultura – le ‘femminucce’ sono derise perché non fanno altro che parlare. Invece il maschio è tale nella nostra cultura solo se parla poco, o niente. Esprimersi bene in parole, dare luce, visibilità ai propri sentimenti, comunicare i propri stati d’animo è considerato una caratteristica femminile – e poco virile.

Peccato che chi invece lo fa riesca a mantenere una coerenza superiore tra ciò che pensa e come agisce rispetto a chi pensa e tace. I mediatori, scritti e orali, incarnano la cultura dell’espressione verbale, sono portatori della cultura della parola. Il cambiamento delle fondamenta marce della nostra società è in mano a loro, e alle donne, che insegnano ai figli maschi a parlare, che s’innamorano di maschi parlanti, e non taciturni, aggressivi passivi. Questo ci dice Primo.

Bruno Osimo
Bruno Osimo
Bruno Osimo è nato a Milano nel 1958 in una famiglia italiana ebraica laica. È sposato, ha due figli. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende (tra l’altro Babel’, Bulgakov, Čehov, Dostoevskij, Leskov, Puškin, Saltykov-Ŝedrin, Spender, Steinbeck, Tolstoj). Dal 1989 è docente di traduzione e scienza della traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano, dove coordina il corso triennale di mediazione linguistica. Ha insegnato alle università di Milano, Udine, Venezia e alle SSML di Padova e Misano. Ha scritto Manuale del traduttore per Hoepli e saggi sulla traduzione. Dal 2000 collabora con Sign Systems Studies (rivista di semiotica di Tartu fondata da Lotman). Ha tradotto e curato semiotici della traduzione come Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin-Rozencvejg, Jakobson, Lotman. Pubblica romanzi con Marcos y Marcos. Ha un PhD con Peeter Torop in semiotica della traduzione.