Intervista a Cristina Cattaneo

Il Festival dei Diritti Umani di Milano ha celebrato la sua prima edizione con successo nel 2016. Il Festival è organizzato da Reset-Diritti Umani, un’associazione non profit, nata a Milano nel 2015 per diffondere la conoscenza e la cultura dei diritti umani attraverso il Festival e altre iniziative. “Una. Per tutti. Non per pochi”: questo il titolo della terza edizione del Festival dei Diritti Umani, tenutosi alla Triennale di Milano dal 20 al 24 marzo 2018. La tematica scelta per questa edizione è stata “terra e diritti”, la devastazione della Terra e le sue conseguenze sui diritti umani. Come spiega nel manifesto dell’evento il direttore, Danilo De Biasio: «Il Festival dei Diritti Umani vuole alzare lo sguardo sulla distruzione ambientale del nostro pianeta, la più globalizzata delle violazioni dei diritti di tutti gli esseri viventi: minaccia la salute; non permette di nutrirsi e dissetarsi a sufficienza; genera guerre ed estinzioni; causa imponenti migrazioni». Quest’anno il Festival si è svolto in collaborazione con numerosi enti e organizzazioni tra cui: C40 Cities Climate Leadership Group, Cittadini reattivi, Civica Scuola Interpreti e Traduttori Altiero Spinelli, In Difesa Di, Mani Tese, Ordine degli Avvocati di Milano, Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli odontoiatri di Milano. Durante le conferenze si è a lungo dibattuto sui cambiamenti climatici e le loro conseguenze. Tra gli speaker che hanno partecipato ai dibattiti Cristina Cattaneo e Caterina Sarfatti si sono soffermate su queste tematiche.
Cristina Cattaneo è ricercatore senior presso la Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM) dove coordina il progetto PENNY (Psychological, social and financial barriers to energy efficiency). Inoltre in FEEM è responsabile per l’area di ricerca legata alle migrazioni e cambiamento climatico. Nella seguente intervista ci da il suo punto di vista in merito ai migranti climatici e alle conseguenze dei cambiamenti climatici sulle popolazioni dei paesi sottosviluppati.

Chi sono i migranti climatici ed esiste effettivamente un legame tra clima e migrazione?

Recentemente si è iniziato a studiare il legame tra i cambiamenti climatici e le migrazioni. Ci sono numerosi esempi di questo fenomeno verificati anche nel passato: 4000 anni fa alcune civiltà che vivevano nella Valle dell’Indo del Pakistan e L’India del Nord abbandonarono le loro terre per una siccità durata 200 anni. Questo ci fa pensare che il fenomeno delle migrazioni legate ai cambiamenti climatici sia sempre esistito. Un altro caso è quello dell’ American dust bowl nelle praterie statunitensi e canadesi, intorno al 1930, si verificarono tempeste di polvere che resero infertile il terreno e obbligarono la popolazione a spostarsi verso ovest negli stati dell’Oregon alla ricerca di terreni coltivabili. Ultimamente ci sono studi approfonditi che cercano il legame tra causa ed effetto, tra l’evento climatico e la migrazione.

C’è eccessivo allarmismo in merito a questo tema?

All’inizio degli studi che hanno approfondito la tematica sono stati prodotti dei report che prevedevano degli scenari apocalittici, ma molto probabilmente si tratta solo di sovrastime. La relazione tra clima e migrazione esiste senza dubbio però i numeri per ora non sono allarmanti. Migrare richiede numerose risorse economiche, in particolare se parliamo di migrazioni verso l’Europa o gli Stati Uniti. Per questo motivo in molti casi il cambiamento climatico provoca una riduzione delle migrazioni, piuttosto che un loro aumento.

Quali sono i principali fenomeni climatici che portano le persone a emigrare?

I cambiamenti climatici si possono distinguere in due gruppi: fast onset events, eventi a manifestazione rapida, come ad esempio un’inondazione, una pioggia torrenziale e slow onset events, manifestazioni non repentine, come la siccità, l’aumento delle temperature e l’innalzamento del livello del mare. Ogni tipologia di evento causa una risposta differente. Le inondazioni sembrano provocare perlopiù una migrazione a breve raggio all’interno dello stesso paese o nei paesi limitrofi. Molto spesso si tratta di migrazioni temporanee a cui segue un ritorno. Le persone non migrano in maniera permanente, ma tornano nelle loro terre per ricostruire le proprie attività. L’inondazione a volte migliora la fertilità dei terreni e quindi potrebbe costituire un motivo per il quale le popolazioni tornano. La siccità e il graduale aumento delle temperature impattano in maniera indiretta, perché interagiscono con altri fattori. La migrazione è un fenomeno multifattoriale, legato a motivi demografici, sociali, economici, politici.

Quali sono i principali paesi di provenienza dei migranti climatici?

Numerosi studi si focalizzano su specifici paesi, mentre altri su larga scala. Dalle analisi che utilizzano dati su un singolo paese è difficile fare una lista dei principali paesi di provenienza, per la mancanza di dati specifici su alcuni paesi. Utilizzando dati da vari paesi del mondo, in un mio lavoro, ho analizzato l’aumento delle temperature dal 1960 al 2000 e il conseguente impatto sulle migrazioni. Quest’analisi ha sottolineato come ci sia stato un aumento delle migrazioni dai paesi a reddito medio, mentre un ridotto flusso migratorio da parte di paesi poveri a causa del graduale aumento delle temperature. Si ipotizza ,infatti, che nei paesi più poveri la mancanza di risorse disponibili rende le persone meno capaci di emigrare; da qui il termine “popolazione intrappolata”. Inoltre queste popolazioni sono spesso prive delle conoscenze necessarie per poter affrontare e superare le difficoltà dei cambiamenti climatici, e rimangono quindi intrappolate nei loro paesi senza possibilità di miglioramento.

Qual è il valore dei migranti climatici per i paesi dove si stabiliscono? Sono visti come risorse?

I migranti sono senza dubbio delle risorse sia per il paese di destinazione sia per quello di origine. Aiutano il paese di origine attraverso le rimesse e le conoscenze e i contatti che portano con sé al ritorno. Essi sono risorse anche nei paesi di destinazione: la diversità è sempre considerata una risorsa. Per esempio diversi studi dimostrano che maggiore è la diversità culturale ed etnica, maggiore è l’innovazione che si produce in un paese. Purtroppo questa visione non è ancora condivisa tra la gente comune, che continua a pensare che le migrazioni portino maggiori rischi, violenza e instabilità. È ormai evidente che la verità sia ben diversa e che tutti i migranti, non solo quelli climatici, rechino vantaggi.

I paesi di destinazione come possono aiutare i paesi in difficoltà a fronteggiare questi problemi?

I paesi responsabili del cambiamento climatico non sono gli stessi dove si ripercuotono gli effetti del fenomeno stesso. L’effetto del cambiamento climatico è globale e spesso va a colpire territori che non sono responsabili di ciò. La mitigazione e l’utilizzo di strumenti che contengono e riducono il cambiamento climatico è senza dubbio necessario per tutti i paesi. Bisogna inoltre aiutare le popolazioni a trovare delle strategie di adattamento per far sì che non siano costrette a migrare ma possano scegliere di rimanere nei loro paesi di origine, ad esempio portando dei sistemi di irrigazione più sviluppati che permettano di usufruire delle risorse in modo più efficiente. Sviluppare migliori sistemi di adattamento in loco è sicuramente un modo per affrontare al meglio il cambiamento climatico e lasciare loro un maggior livello di libertà.

Sappiamo che in Siria la siccità ha contribuito alla guerra civile. C’è un legame tra clima e conflitti?

Il caso della Siria è stato a lungo dibattuto. Ci sono sia numerosi studi che dimostrano esserci una relazione tra clima e guerra e altri studi che contradicono questa relazione. per esempio la stessa siccità della Siria è avvenuta in altre zone, come ad esempio in Iraq, pur non scatenando alcun conflitto. In Siria la siccità ha contribuito ma sicuramente non è stata l’unica causa della guerra. Ci sono stati tanti altri fattori responsabili del conflitto. Nelle mie ricerche ho condotto un’analisi a livello globale con l’obiettivo di studiare la relazione tra le migrazioni e il rischio di conflitto nei paesi di destinazione dei flussi migratori. I risultati hanno dimostrato che i migranti climatici non aumentano il rischio di conflitto nei paesi riceventi. Dalle analisi svolte però è risultato che a volte il fatto di non poter migrare è una causa dei conflitti. Fra i paesi colpiti dal cambiamento climatico quelli che hanno registrato dei flussi emigratori minori, hanno riscontrato un maggior rischio di conflitto. In alcuni casi quindi la possibilità di migrare allevia quella tensione sulle risorse causata dal cambiamento climatico e riduce il rischio di conflitti.

Quale sarà lo scenario futuro delle migrazioni climatiche?

Esistono pochi studi che producono delle proiezioni. Quasi tutti gli studi si concentrano sul fenomeno attuale, e non predicono numericamente cosa ci aspetta in futuro. La difficoltà di questo tipo di anali è legata alle molteplici incertezze. C’è molta incertezza sulle manifestazioni future del cambiamento climatico. C’è inoltre una grande differenza tra la risposta di breve periodo e quella di lungo. Gli studiosi solitamente si limitano ad analizzare le risposte di breve periodo. Il cambiamento climatico però è un fenomeno che si manifesta sul lungo periodo e quindi è difficile utilizzare delle risposte di breve periodo per fare delle proiezioni di lungo periodo. L’unica certezza che abbiamo è quella relativa al fenomeno dell’innalzamento del livello del mare, per la quale ci sono numeri e dati che ci permettono di fare un’analisi precisa dello scenario futuro. Questo è l’unico caso in cui sicuramente ci sarà un aumento dei flussi migratori permanenti perché l’innalzamento del livello del mare è un evento irreversibile. E’ già possibile fare una stima delle persone che saranno costrette a emigrare grazie ai dati relativi alle popolazioni che vivono sulle coste o sul delta dei fiumi e che saranno colpite dall’innalzamento del livello delle acque.

L’Europa riconoscerà lo status di rifugiato climatico?

Estendere lo status di rifugiato anche a persone che non si spostano per motivi di guerra è un azzardo perché si rischia di mettere al collasso il sistema. Le risorse per tutelare il rifugiato politico sono limitate ed estenderle anche ad altri è rischioso.