Michael Zadoorian, Il cercatore di divertimento

Nella nostra cultura si pensa che la parola «vecchio» sia da evitare, e si preferisce la parola «anziano». E ciò è profondamente volgare. Mi fa venire in mente quella maestra di mia figlia che, quando scoprì che dei compagni le davano dell’ebrea per insultarla, anziché spiegare loro che “ebreo” non è un insulto, disse loro: “Non datele dell’ebrea!!!” Non usare la parola «vecchio» è il segno tangibile che la si considera una parolaccia. Non male per una società che in buona parte è composta da vecchi.

«Ecco, non posso crederci, ancora con questa storia. Ma se ne abbiamo parlato e riparlato, e si era deciso che una cosa simile era fuori discussione».

È proprio esasperata. Non mi piace che si scaldi così. Ha avuto problemi di pressione, ultimamente, e non le fa certo bene agitarsi in questo modo.

«Cindy. Datti una calmata. Io e tuo padre non avevamo deciso un bel niente. Tu, Kevin e i medici avevate deciso per noi. Si dà il caso che noi abbiamo deciso di partire lo stesso».

Il politically correct, forse l’ideologia più volgare che sia mai stata congegnata, prende i punti deboli della nostra cultura e li eleva a totem da adorare. In questo delizioso romanzo si capisce che essere vecchi può essere bello, a patto di scrollarsi di dosso tutte le incrostazioni politically correct che il concetto comporta.

E i ragazzi saranno senz’altro preoccupati del nostro benessere, ma non sono davvero affari loro.

I due protagonisti sono due VECCHI coniugi, menomati uno nella mente e una nel corpo. La moglie, con la mente ancora funzionante, decide di sottrarsi a tutte le cure dei figli e a tutte le cazzate che fanno sì che uno debba vivere più a lungo possibile a qualunque costo.

«Le sconsiglio, le sconsiglio vivamente ogni tipo di viaggio, Ella» ha detto il dottor Tomaszewski, uno dei cento medici che adesso si occupano di me, non appena ho accennato che mi sarebbe piaciuto partire con mio marito.

Il titolo originale, Leisure Seeker, fa pensare a un camper che ti porta chissà dove a caccia di miniere di divertimento. È un nome ironico, letto nel contesto di questo romanzo, che sa di vecchio, di anni Sessanta e di una fase di questa coppia e di questa famiglia ormai da tempo superata. L’attenzione di Zadoorian per gli oggetti non nuovi, per le marche e i modelli delle cose che la maggior parte della gente butterebbe via, fa qui rivivere una storia che è un tenero, ultimo sussulto di vita di una coppia malconcia sul piano fisico.

Nel giro di poco, rimaenere in vita è diventato un lavoro a tempo pieno. Naturale che avessimo bisogno di una vacanza.

La cultura statunitense, fatta di fabbriche di automobili, stazioni di servizio, ristoranti dove servono cibi che oggi ci appaiono improponibili, divertimenti finti e posticci come Disneyland, è sullo sfondo di queste vicende.

Unica compagnia la mia parrucca sul sostegno di polistirolo.

La cura per il dettaglio “second hand” di Zadoorian ci permette di apprezzare la decadente e restaurata Route 66 che simboleggia nel contempo lo spirito di conquista statunitense e il suo superamento.

Lo sapevate che ci sono sezioni di Route 66 sepolte sotto l’autostrada? È così. Ce l’hanno schiaffata sopra, bastardi senza cuore. Per questo la Route 66 è ormai una strada morta, fuori servizio, le decorazioni strappate dalle spalline come a un soldato in disgrazia.

La “conquista del West” ormai è affidata a una coppia “io non vedo tu non senti”, dove due persone insieme ne formano a malapena una sul piano funzionale.

I nostri amici della Publishers Clearing House […] Mi ci vuole un po’ ma alla fine capisco perché John tiene questa foto nel portafogli. Pensa che sia della famiglia!

Il paradosso è che il mito del consumismo da un lato ne risulta demolito, dall’altro ne esce commovente sotto forma di collezione di reperti. Ma un reperto è tale solo fino al momento in cui è in grado di raccontare qual è il passato da cui proviene, quali sono le sue coordinate cronotopiche: altrimenti si trasforma in cianfrusaglia. Il film che Virzì ha intrapreso su questo copione, distribuito in Italia come Ella & John, non potrà che essere meraviglioso.

Michael Zadoorian, In viaggio contromano, traduzione di Claudia Tarolo, Milano, Marcos y Marcos. Edizione originale: The Leisure Seeker, New York, William Morrow and Company, 2009

Bruno Osimo
Bruno Osimo
Bruno Osimo è nato a Milano nel 1958 in una famiglia italiana ebraica laica. È sposato, ha due figli. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende (tra l’altro Babel’, Bulgakov, Čehov, Dostoevskij, Leskov, Puškin, Saltykov-Ŝedrin, Spender, Steinbeck, Tolstoj). Dal 1989 è docente di traduzione e scienza della traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano, dove coordina il corso triennale di mediazione linguistica. Ha insegnato alle università di Milano, Udine, Venezia e alle SSML di Padova e Misano. Ha scritto Manuale del traduttore per Hoepli e saggi sulla traduzione. Dal 2000 collabora con Sign Systems Studies (rivista di semiotica di Tartu fondata da Lotman). Ha tradotto e curato semiotici della traduzione come Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin-Rozencvejg, Jakobson, Lotman. Pubblica romanzi con Marcos y Marcos. Ha un PhD con Peeter Torop in semiotica della traduzione.