L’inglese all’università. Istruzioni per litigare sul nulla

Il 29 gennaio 2018 il Consiglio di Stato ha definitivamente stabilito l’invalidità della delibera del Politecnico di Milano del 21 maggio 2012 che istituiva corsi di laurea in lingua inglese. L’unico motivo di questa sentenza è che la delibera prevedeva l’uso esclusivo della lingua inglese: se fosse stato parziale, non ci sarebbe stato nessun ostacolo di legge, a quanto pare. Infatti il Politecnico ha potuto continuare a erogare corsi in lingua inglese, come si vede dalla foto, solo evitando di usare la parola «esclusivamente».

Questi i nudi fatti.

Ma il dibattito sui giornali e sul web imperversa da anni e s’incentra su dati non reali con argomentazioni infondate. L’inglese in Italia, tutti sono chissà perché convinti di saperlo discretamente bene, e allo stesso modo produce in molti di noi anche la certezza di essere titolati a prendere parte al dibattito su inglese sì/inglese no nelle università italiane. Reggiamoci agli appositi sostegni e vediamo di fare un po’ di chiarezza su alcuni concetti di base.

  • L’uso di una lingua franca della scienza e della tecnica in parallelo a lingue locali non ha mai messo in crisi nessuna lingua locale. Pensate se nel Medioevo qualcuno si fosse preoccupato che l’uso del latino da parte di filosofi e uomini di cultura avrebbe potuto scalzare l’uso delle lingue dei paesi interessati, come inglese, francese, nederlandese, castigliano, tedesco, italiano e così via.
  • Una semiosfera (sistema semiotico) può esistere solo a patto che al suo interno convivano DUE culture, DUE linguaggi. Un sistema culturale non è un frullatore, se metti nel quale la cultura italiana (pomodoro) e la cultura inglese (burro) esce un amalgama di burro e pomodoro. Al contrario, il pomodoro, al contatto del burro scopre meglio cosa significa essere pomodori, e il burro lo stesso. Quindi il bilinguismo inglese-italiano, ove c’è, rafforza le identità reciproche delle due linguoculture.
  • L’eventuale prevalere di modi di dire, costrutti sintattici, calchi sulla lingua inglese in italiano non è materia regolamentabile con una legge. Se determinate parole o espressioni inglesi dovessero democraticamente risultare comode per esprimere determinati concetti, verrebbero usate comunque, in presenza o no di corsi di laurea interamente in inglese. Porto un esempio banale: il verbo «disrompere» (e l’aggettivo «disruttivo»). Noi in questi anni lo stiamo “riimportando” dall’inglese disrupt/disruptive, e qualcuno potrebbe pensare all’espansionismo culturale anglofono, ma nel dizionario della Crusca del 1729 questo verbo compare, ed è da noi che gli inglesi hanno preso spunto per coniare il loro. A volte le influenze culturali giocano a ping pong, e questo avviene a prescindere dalle grida di scandalo e di orrore di questo o quel giornalista o accademico.
  • Le lingue nazionali si sono formate – o, nel caso dell’italiano, si sono agglomerate – col nascere delle nazioni – o delle province, in Italia. Le potenzialità comunicative che esistono oggi creano però ecosistemi culturali un tempo impensabili. Accanto ai confini verticali in stati, ci sono quelli orizzontali in membri di una medesima collegialità professionale: medici, psicologi, biologi, fisici, matematici, traduttologi… In virtù di questo fenomeno, due colleghi di linguocultura diversa si capiscono anche se sanno male entrambi l’inglese perché quello che parlano tra loro è in realtà un sottolinguaggio settoriale ricavato all’interno dell’universo anglofono. Quindi è perfettamente evidente che due ingegneri aerospaziali di linguocultura diversa si capiscono benone parlando inglese, e che anche se il professor Rossi non ha un accento di Cambridge è meglio che tenga il suo corso in inglese, perché l’ingegneria aerospaziale in italiano serve più o meno quanto un corso per sommelier in arabo.
  • La purezza della lingua italiana. Ci sono ancora persone che tirano fuori frasi di questo genere. Sarebbe come parlare della purezza batteriologica della bocca. Il motivo per cui siamo vivi non è che la nostra bocca è priva di batteri, ma che il nostro sistema immunitario è in grado di creare difese da alcuni batteri e di accettare che altri invece s’insedino e mettano su casa nel nostro corpo. Se esistiamo come individui biologici non è perché non siamo esposti a influenze batteriche esterne, ma perché tale esposizione non manda in crisi la nostra biosfera individuale. Stesso discorso per la linguocultura: la linguocultura non si evolve in pattern culturospecifici perché non sia esposta ad altre lingue, ma perché pur essendovi esposta sopravvive e anzi rafforza la propria identità per contrasto con le culture altre. Il confronto c’è, produce modifiche, evoluzioni, sviluppi, ma l’identità linguoculturale sopravvive, modificata.
  • In questa faccenda, il gruppo di docenti che ha fatto ricorso contro la delibera del rettore non ci fa una figura bellissima. Dubito proprio che ciò che stava loro a cuore vergando il ricorso fosse la preservazione della presunta purezza della lingua italiana (avete mai sentito parlare un ingegnere italiano?). Il ricorso ha piuttosto volgarizzato il dibattito, spostando l’attenzione generale dai doveri dei docenti ai diritti dei docenti: mentre i primi vanno a salvaguardia dell’utenza – gli studenti – i secondi vanno a salvaguardia dei docenti stessi, che non sono, mi pare, una categoria particolarmente bisognosa di protezione corporativa.

Perciò, facciamo i bravi: questo dibattito non s’ha da fare, né domani, né mai. Perlomeno non in questi termini.

Bruno Osimo
Bruno Osimo
Bruno Osimo è nato a Milano nel 1958 in una famiglia italiana ebraica laica. È sposato, ha due figli. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende (tra l’altro Babel’, Bulgakov, Čehov, Dostoevskij, Leskov, Puškin, Saltykov-Ŝedrin, Spender, Steinbeck, Tolstoj). Dal 1989 è docente di traduzione e scienza della traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano, dove coordina il corso triennale di mediazione linguistica. Ha insegnato alle università di Milano, Udine, Venezia e alle SSML di Padova e Misano. Ha scritto Manuale del traduttore per Hoepli e saggi sulla traduzione. Dal 2000 collabora con Sign Systems Studies (rivista di semiotica di Tartu fondata da Lotman). Ha tradotto e curato semiotici della traduzione come Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin-Rozencvejg, Jakobson, Lotman. Pubblica romanzi con Marcos y Marcos. Ha un PhD con Peeter Torop in semiotica della traduzione.