La “volgarità” del consueto

La realtà che percepiamo – che i più ingenui tra noi chiamano «oggettiva» – è filtrata dalla presenza e dalla genericità delle categorie che il nostro sistema culturale ha deciso di creare per noi. Si tende a non vedere ciò che non è previsto e a vedere ciò che è previsto. Anche noi mediatori linguistici e culturali a volte subiamo questo malinteso quando ci prendono per esperti di lingue.
La categoria «lingue» è presente nel nostro sistema culturale nella categoria degli accessori di comunicazione. Abbiamo il citofono, le cartoline, le lingue: intorno al tribunale ci sono negozi che riportano sull’insegna «copisteria traduzioni fax». Ma la categoria «mediazione» manca, o meglio c’è ma in altri campi, come la giurisprudenza e la psicologia, settori apparentemente remoti e non pertinenti.
La mediazione linguoculturale da noi apparentemente non è prevista. Se si osserva la pedissequa catalogazione dello scibile umano che è la tipologia dei settori disciplinari stilata dal Ministero dell’Università e della Ricerca, si può notare l’assenza di mediazione e semiotica, la disciplina che descrive il formarsi del senso nel contesto.
La nostra scuola civica «Altiero Spinelli» non si caratterizza tanto per lo studio delle lingue, quanto per lo studio semiotico della mediazione. Perlopiù gli studenti vengono da noi quando le lingue le “sanno” già, e da noi acquisiscono soprattutto la capacità di comprendere l’altrui (l’estraneo, lo straniero) nel suo contesto, e di riproporlo in un contesto diverso.
Come si vede da quanto stiamo dicendo, la nostra prima fatica è quella di esistere benché non previsti da alcuna categoria, e di raccontarci agli altri per quello che siamo, spingendo per la creazione e diffusione dell’identità della mediazione linguoculturale. Far prendere coscienza della nostra esistenza, che non è quella di una scuola di lingue.
La Spinelli è un embrione di questa coscienza, e L’Altiero è l’embrione di questo embrione. Da queste pagine racconteremo a noi stessi e alla società che ci circonda che la vita sociale è una continua mediazione, e che noi siamo i tecnici di questa mediazione. Che sia linguistica, o culturale, o entrambe le cose, in fondo non fa molta differenza.
Secondo Čehov, la volgarità non sta nello scatologico o nel pornografico, ma nell’accettazione passiva del quotidiano, del consueto, del consunto. La nostra speranza è di combattere la volgarità čehoviana aggiungendo al quotidiano la dimensione mediativa, la presenza di altre realtà esotiche.

Bruno Osimo
Bruno Osimo
Bruno Osimo è nato a Milano nel 1958 in una famiglia italiana ebraica laica. È sposato, ha due figli. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende (tra l’altro Babel’, Bulgakov, Čehov, Dostoevskij, Leskov, Puškin, Saltykov-Ŝedrin, Spender, Steinbeck, Tolstoj). Dal 1989 è docente di traduzione e scienza della traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano, dove coordina il corso triennale di mediazione linguistica. Ha insegnato alle università di Milano, Udine, Venezia e alle SSML di Padova e Misano. Ha scritto Manuale del traduttore per Hoepli e saggi sulla traduzione. Dal 2000 collabora con Sign Systems Studies (rivista di semiotica di Tartu fondata da Lotman). Ha tradotto e curato semiotici della traduzione come Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin-Rozencvejg, Jakobson, Lotman. Pubblica romanzi con Marcos y Marcos. Ha un PhD con Peeter Torop in semiotica della traduzione.