Italiani rimpatriati dalla Libia nel 1970: intervista a Paolo Cason

La foto è una delle poche testimonianze visive dell'espulsione degli italiani dalla Libia. L'immagine ritrae il ritorno in patria di molti italiani, avvenuto in nave. In particolare, le persone sono immortalate nell'atto di scendere dalla scaletta della nave attraccata ad un porto.

Testimonianza fotografica degli italiani rimpatriati dalla Libia nel 1970

Sono passati quasi 50 anni da quando il 9 luglio 1970 Gheddafi teneva a Misurata un discorso dai fortissimi toni anti italiani; il 21 luglio veniva emanato un decreto per la confisca dei beni degli italiani che travolgeva 273 proprietari di aziende agricole e 720 proprietari di beni immobili o aree fabbricabili, dando il via all’espulsione della comunità italiana in Libia.

Ma chi è Gheddafi? E come viene ricordato ancora oggi da tutti gli italiani rimpatriati dalla Libia? Facciamo un piccolo passo indietro e precisamente al I° settembre 1969.

Da anni la Libia era un Paese in cui convivevano diverse nazionalità (libici, italiani, americani, inglesi, maltesi, greci e altri) le quali, nonostante le differenze culturali, erano riuscite a integrarsi l’una con l’altra sotto il governo di Re Idris I°, uomo illuminato, di pace e rispettato da tutti. Almeno questa era la percezione degli italiani. In realtà, gli ultimi anni che videro al potere la monarchia, furono caratterizzati dal sorgere di un sentimento di malcontento da parte della popolazione autoctona e in particolar modo di quelle minoranze le cui condizioni di povertà permanevano a fronte di un’eccessiva corruzione della casta dirigenziale libica. Mu’ammar Gheddafi, militare e politico libico, intuendolo, cavalcò il malumore, facendo leva sul nazionalismo panarabo che serpeggiava in tutte le nazioni che si affacciavano sul Mediterraneo costringendo quasi 20.000 italiani a rientrare in Patria.

Tra questi, Paolo Cason che ha dovuto lasciare in Libia il proprio passato, i propri affetti e i propri amici. È il racconto di un uomo che all’epoca era un ragazzo di 22 anni, abbastanza grande da ricordare le sensazioni, i luoghi, gli avvenimenti e la vita tripolina e, allo stesso tempo, non abbastanza da capire perché aveva dovuto abbandonare quella che per lui era casa.

 

Lei è nato e cresciuto a Tripoli. Che ricordi ha della sua infanzia e della sua adolescenza in Libia?

Sono nato nel quartiere Dahra, dove risiedevano buona parte degli italiani di Tripoli. I miei primi ricordi risalgono al 1951 quando, a seguito di un problema di salute,  mio padre si recò in Italia e ci rimase per oltre un anno, mia madre lo accompagnava e per tutto quel periodo vissi al Villaggio Tazzoli, un villaggio italiano che oggi si chiama Sidi Said, si trova vicino Tarhuna città berbera situata in una zona montagnosa a sud di Tripoli. Mi ospitarono i coloni Ada e Amedeo Speranza dei quali ho un affettuoso ricordo, una famiglia italiana di agricoltori che aveva perso i propri figli durante la seconda guerra mondiale e che, nonostante la loro mancanza, continuavano a coltivare quella terra ingrata, arida e sassosa piantando olivi e vigne tuttora esistenti.

Ho frequentato le scuole elementari a Sidi Masri, un sobborgo di Tripoli, e gli alunni erano sia italiani che libici. Le scuole italiane seguivano i programmi del Ministero dell’Istruzione italiano, includendo anche l’insegnamento della lingua araba. Oltre a quelli nell’ambito scolastico, avevo tantissimi amici libici con cui giocavo in strada, scambiavo con loro caramelle, giochi e persino malattie infantili! Durante le scuole medie e l’avviamento commerciale, le classi erano miste con ragazze e ragazzi anche libici ed altri di religione diversa ma non sono mai stato vittima di razzismo né di bullismo. Ho il ricordo di un ottimo rapporto sia con gli altri studenti che con gli insegnanti.

Si ricorda che tipo di rapporto intratteneva la popolazione italiana con quella autoctona?

Inizialmente, durante e subito dopo la guerra, i libici non avevano molta simpatia per gli italiani in quanto, grazie ad Italo Balbo, numerose famiglie italiane si stabilirono a Tripoli e territori circostanti, per cui eravamo visti come dei colonialisti usurpatori. In seguito tutto cambiò, i libici riconobbero negli italiani un popolo che si adoperava per rilanciare l’economia libica in collaborazione con la popolazione del luogo ed i risultati furono evidenti. Gli Italiani costruirono villaggi per italiani e per libici, con moschea e mercato cercando di rendere stanziali le popolazioni nomadi delle zone rurali, fondarono aziende e industrie e diedero un grande contributo allo sviluppo del territorio e dell’economia locale.

Sono cresciuto in un’atmosfera di condivisione, sia dal punto di vista lavorativo che culturale. C’era molto rispetto e questo ci portava anche a partecipare alle feste religiose e civile libiche. A loro volta gli arabi partecipavano alle tradizioni italiane: infatti, ci facevano gli auguri sia a Natale che a Pasqua. Eravamo una società multietnica avanzata e amalgamata, persino ebrei e arabi andavano d’accordo. Dalla guerra di Israele (Guerra dei sei giorni-giugno 1967) in poi, iniziarono le prime incomprensioni. All’inizio degli anni ‘60 furono costruite le prime università libiche nelle quali i docenti che provenivano dall’Egitto, da sempre considerata patria delle università e di una cultura avanzata, educavano i giovani all’intolleranza nei confronti degli stranieri, in special modo verso i britannici i quali durante l’amministrazione militare della Libia dal 1943 al 1951, anno dell’indipendenza della Libia, avevano trattato i libici e gli italiani con angherie e con pugno molto duro.

Un’avversione che, prima del colpo di Stato, non aveva minimamente riguardato la comunità italiana.

Com’era la vita a Tripoli prima del colpo di Stato da parte di Gheddafi?

Dal punto di vista economico stavamo quasi tutti bene poiché lavoravamo tutti. Gli italiani erano una piccola borghesia che viveva in condizioni agiate. Vi erano famosi professionisti italiani (avvocati, notai, medici etc) ed in più vi erano alcuni possidenti terrieri che avevano grandi aziende operanti su mercati locali ed esteri. Anche i libici vivevano in maniera agiata a seconda delle fasce di reddito; vi erano contadini, artigiani e industriali in condizioni economiche soddisfacenti anche se un po’ meno degli italiani.

Per il resto era una vita molto regolare e tranquilla. Il sabato sera noi giovani andavamo nei locali a ballare o a giocare a bowling mentre gli adulti frequentavano o circoli associativi come il Circolo Italia o chi poteva i night club dell’epoca. La domenica mattina invece, dopo la Messa, andavamo lungo il Corso Vittorio Emanuele III, la via principale,  e si andava in pasticceria, al bar, nei negozi di dischi ecc. e poi ci si dedicava a corteggiare le ragazze italiane durante le passeggiate (le ragazze libiche non avevano la libertà di circolare nelle strade).

Alcune zone della città, come i quartieri della città vecchia vicino al porto, non le visitavamo frequentemente un po’ per pregiudizio e un po’ perché sapevamo di doverle evitare.  Sai, durante il secondo dopoguerra, il territorio era gestito dalle truppe d’occupazione inglesi che erano sempre state severe usando il pugno di ferro nei confronti della popolazione e molti libici avevano dovuto subire anche punizioni corporali. Il risentimento della popolazione nei confronti dei britannici aveva portato alla creazione di alcune zone segnalate da cartelli gialli con sopra la scritta nera “This area is out of bound”. Erano zone che gli stranieri era meglio non frequentassero per non dover subire insulti o violenza gratuita, in genere commessa ai danni di militari britannici e alleati. Negli anni la situazione migliorò notevolmente anche perché i militari inglesi rimasero confinati nelle diverse caserme sul territorio.

Per il resto, come dicevo, era tutto molto piacevole e tranquillo.

Lei e la sua famiglia avete dovuto abbandonare Tripoli nel 1970 sebbene il colpo di Stato sia avvenuto quasi un anno prima. Cosa è successo in questo lasso di tempo?

Dal 1 settembre 1969 Gheddafi aveva indotto i britannici ad abbandonare la Libia. In seguito, tramite accordi con gli Stati Uniti, gli americani lasciarono la base aerea del Wheelus Field. Qualche mese prima del luglio 1970 vennero alcuni giornalisti italiani ad intervistare Gheddafi, questi si complimentarono con lui per essere riuscito, nonostante la giovane età, a conquistare e abbattere un governo così corrotto, poi, tra le varie domande gli chiesero come mai nonostante avesse mandato via gli americani e gli inglesi, non  avesse mandato cacciato anche i discendenti del cancro fascista e colonialista residenti in Libia. Gheddafi rispose dicendo di non aver nulla contro gli italiani e che in realtà si erano comportati bene poiché durante il colpo di Stato si erano dimostrati neutrali continuando le attività senza interrompere i normali servizi alla città.

Questo fa capire quanto fosse inatteso per noi il discorso di Misurata del 9 luglio 1970. Ricordo che quel giorno Gheddafi annunciò pubblicamente che avrebbe sequestrato tutti i beni degli italiani e che in realtà quelle proprietà non erano mai state nostre per cui sarebbero solo ritornate ai legittimi proprietari. Da quel momento non potemmo più accedere ai nostri conti bancari, i grandi proprietari terrieri persero le loro piantagioni, le aziende con a capo dirigenti italiani passarono nelle mani di libici, altri furono privati delle loro attività commerciali. Mia madre aveva un emporio a Tripoli, poi una mattina entrarono dei militari, si fecero consegnare le chiavi del negozio e lo chiusero.

Da quel giorno di luglio fino a metà agosto, mia madre fece giornate e nottate assieme ad altri connazionali presso una importante agenzia di navigazione italiana per poter comprare i biglietti per la nave che ci avrebbe portato a Napoli il 31 agosto.

Ritornando all’agosto del 1970, si ricorda com’è avvenuto il rientro? Sapevate già in quale città andare?

Il 29 agosto era una giornata di un caldo infernale. Prima di arrivare alla scaletta dell’imbarco eravamo tutti in fila sotto il sole cocente ad aspettare che ci perquisissero e che ci facessero salire e ricordo che eravamo sottovento di una nave jugoslava che scaricava cemento e, tra vento e sudore, eravamo diventati per metà grigi. Durante l’attesa i militari ci controllavano i bagagli. In realtà non cercavano nulla in particolare, sequestravano solo ciò che ritenevano non dovesse essere imbarcato, anche con qualche abuso. Non trovarono soldi in quanto l’ordine di Gheddafi agli italiani fu quello di non poter né prelevare né portare denaro in Italia. Per questo motivo cercammo di spendere tutti i contanti di cui disponevamo prima di partire. All’ingresso c’erano due militari che chiedevano la carta d’identità che strappavano in segno di disprezzo cancellando così fisicamente la nostra residenza in Libia. A me la strapparono insieme alla patente. Ricordo che fino a prima di salire sulla scaletta, credevo davvero che sarebbe successo qualcosa che ci avrebbe fatti rimanere; anche i miei amici che erano venuti lì per salutarmi mi dicevano di stare tranquillo che tanto sarebbe stata solo una situazione temporanea. Appena la nave si staccò dal molo mi resi conto di quanto fosse reale quello che mi stava accadendo.

La nave attraccò a Napoli, dove appena arrivati ci diedero una bottiglia d’acqua e un panino all’olio così stantio che era diventato secco, farcito con  una fetta di formaggio che il calore e il tempo avevano fatto arricciare. Prima di scendere dalla nave salirono delle autorità che ci intimarono di tacere e di non rispondere alle domande dei giornali in quanto c’erano ancora italiani in Libia e qualsiasi affermazione avrebbe potuto ritorcersi contro di loro. A tarda sera ci chiesero se avevamo dove andare, se avevamo parenti dove appoggiarci o comunque una destinazione, altrimenti l’alternativa era il campo profughi. Scegliemmo Latina poiché avevo una sorella  che viveva lì con il marito, in realtà anche loro erano nati e cresciuti a Tripoli, solo che appena subito dopo il primo settembre mio cognato aveva capito come tirasse una brutta aria e quindi si sposarono il 20 settembre decidendo di partire subito per Italia. Devo dire col senno di poi che fu lungimirante!

Una volta arrivati in Italia,  quali sono state le tappe della vostra integrazione? Qualcuno vi ha aiutato?

Non appena arrivammo a Latina ci portarono in prefettura e ci consegnarono un foglio che fungeva da documento di identità. Lo Stato ci diede 500 mila lire, due materassi e due coperte ma personalmente non abbiamo mai ricevuto alcun tipo di indennizzo per le confische subite. In seguito fu emanata una legge grazie alla quale potevo essere esentato dal servizio militare in quanto considerato capo famiglia con madre a carico e una ulteriore legge dove si stabiliva che i profughi avevano diritto a dei posti di lavoro riservati nei concorsi pubblici (Corte d’Appello, Posta, Ferrovie dello Stato etc), questo in realtà non fece che peggiorare la non cordiale accoglienza che gli italiani ci riservarono, fummo molto contestati tant’è vero che urlandoci contro ci chiamavano fascisti e ci dicevano che se non fossimo tornati, loro avrebbero trovato lavoro più facilmente invece così ritardavamo le loro graduatorie nei posti pubblici facendo riferimento alla legge menzionata. Inoltre, nonostante molti italiani rimpatriati dalla Libia avessero messo in piedi aziende creando posti di lavoro, fummo sempre visti come coloro che se l’erano spassata all’estero e che adesso venivano a rubare il pane agli italiani. Quello che ci tengo a precisare è che la nostra comunità in Libia era fortemente coesa e l’orgoglio di essere italiani permeava la nostra vita sociale, nonostante l’essere nati in terra straniera ci sentivamo e ci sentiamo fortemente italiani e l’Italia e la bandiera italiana erano per noi un punto di riferimento, eravamo e siamo italiani nati e cresciuti in Libia

È mai tornato a Tripoli?

Sono tornato diverse volte a Tripoli dopo il 2008, quando Gheddafi revocò il divieto di rientro per gli ex residenti. Quando sono tornato in Libia dal 2008 al 2011, per portare i miei figli a conoscere i miei luoghi di infanzia e accompagnare altre persone, ho ricevuto una bellissima accoglienza. Appena i tassisti o i negozianti ai quali mi rivolgevo in arabo venivano a sapere che ero un italiano, nato e vissuto in Libia, mostravano cordialità e tanto affetto, a tal punto da offrirmi la corsa o gli oggetti chiesti! Andando in giro per la città ho ripercorso decine e decine di strade mai dimenticate e ho notato che le strade erano rimaste le stesse, solo con qualche costruzione sorta nell’espandersi della città. Il ritorno a Tripoli è stato fantastico perché ho accompagnato molti gruppi di ex residenti a rivedere le loro vecchie abitazioni e quando ci siamo trovati sul posto, i nuovi proprietari libici hanno dimostrato la loro benevolenza e la loro ospitalità spalancando le porte di casa permettendo a questi italiani di visitare quelle che cinquant’anni prima erano state le loro case.