Gli snecchini ovvero l’osceno in un segno alimentare

Il lettore modello – in questo caso spettatore modello – della Fiorentini Alimentari è un minotauro: il corpo della modella gli viene offerto in un volgare, prepotente rosso sangue rappreso, che le fascia le braccia sotto forma di guanti fin sopra il gomito, e nel quale si scioglie, dal seno compreso in giù, il corpo stesso. Della modella umana restano solo le spalle e la testa: sotto un andante fiocco-regalo, con un nastro sempre rosso sangue come il colore triviale del marchio. Questo nastro, oltre a mortificare le forme, trasformando la donna in un maschio senza fianchi, sembra sciogliere nell’acido la bellezza, dissolvendola in sangue. Come dire: se vuoi dimagrire, ti costerà sangue, e tanto anche.
La musica che accompagna la mostruosità della scena è un martellamento privo di qualsiasi altra pretesa: do-do re re, do-do mi mi, do-do re re do-do mi mi – do-do do-do do-do do-do do-do do-do do-do do-do re-re re-re re-re re-re re-re re-re re-re re-re. In sostanza è un chiodo che ci viene piantato in testa con violenza. Per essere sicuri che si capisca, ne viene piantato anche uno un centimetro più a destra e uno un centimetro più a sinistra.
Veniamo al testo verbale: si esordisce con «Fai un regalo alla tua vita, cambiala!» L’equazione della vita-esistenza come vita-parte del corpo sopra i fianchi. La vita di una donna per noi (quel noi che ci viene appiccicato addosso dal messaggio violento) coincide con la larghezza del suo punto-vita. La donna per noi è carne (donde il colore), ma è carne trita, perché in questo modo le possiamo dare una forma immaginaria dove al posto del seno, dei fianchi, delle gambe c’è lo sventolio di un insaccato che si restringe fino a scomparire. Il link logico è quello con un prodotto innaturale, artificioso, frutto di maciullazione della vita, come un Würstel.
Altro che «La pancia non c’è più» degli anni Sessanta: qui c’è la negazione del corpo, ottenuta mediante macellazione mutilante.
Se dunque negli anni Settanta si diceva che il corpo della donna viene offerto come una merce, qui si assiste alla fase successiva, in cui la donna ci piace purché non abbia corpo, ma solo sangue per far infoiare quel che resta del toro, infiocchettata in rosso come un regalo di natale.
Questo capolavoro mitologico anoressico come si ottiene? Ingerendo snecchini – ed è pretenzioso che nel sito li comunichino penosamente come snackini, parola obbrobriosa di per sé.
«Ci vuole Fiorentini le gallette  gli snecchini».
La sintassi che manca in questa sequenza di suoni è la stessa sintassi che manca nel noncorpo nastriforme, è una diarrea di parole, o di nonparole, come nel caso di «snecchini».
Vale la pena di soffermarsi su «snecchini» perché è un esempio di appropriazione culturale indebita. Già la parola inglese snack è pronunciata originariamente |snak|, mentre in italiano la pronunciamo impunemente |znɛk|: qui diventano addirittura |znɛkkini|, salvo poi in extremis ritentare un aggancio improvvido con l’ortografia del martoriato inglese (requiescat in pace). Gli snecchini sono volgari come la pizzata, forse di più. Anzi, se malauguratamente dovesse capitarvi di  farvi una pizzata, vedrete che ve li servono di sicuro.
Perché un messaggio pubblicitario punti così in basso, occorre almeno che uno studio di mercato certifichi che il target di questo mangime è una persona pressoché priva di istruzione, interessata ad attirare maschi-tori, disposta a vendere l’anima al diavolo pur di [illudersi di] non avere un punto vita troppo largo. O forse che, avendo un punto vita autogiudicato eccessivo, propende per la negazione della realtà, e quindi si infila nel tunnel dell’autolavaggio del cervello con rulli e spruzzi e detergenti che è questo spot, che poi diventa una macchina per tirare le sfoglie della pasta, nella quale il corpo virtuale – il Sé corporeo – viene steso come una sottiletta. Perciò che resti pure tale quale il corpo così autodenigrato-per-conto-terzi: tanto, nell’autoraffigurazione virtuale, l’ho fatto diventare una sogliola rossa e sento già muggiti e zoccoli che scalpitano…
Se vogliamo che nel mondo d’oggi concetti come «osceno» e «pornografia» continuino ad avere un senso analogo a quello di un tempo, vanno ampliati a fenomeni di questo tipo – che rientrano ampiamente nella definizione. L’unica salvezza da queste sabbie mobili mediatiche è lubrificare e tenere sempre efficiente la nostra arma naturale, il cervello.

 

Bruno Osimo
Bruno Osimo
Bruno Osimo è nato a Milano nel 1958 in una famiglia italiana ebraica laica. È sposato, ha due figli. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende (tra l’altro Babel’, Bulgakov, Čehov, Dostoevskij, Leskov, Puškin, Saltykov-Ŝedrin, Spender, Steinbeck, Tolstoj). Dal 1989 è docente di traduzione e scienza della traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano, dove coordina il corso triennale di mediazione linguistica. Ha insegnato alle università di Milano, Udine, Venezia e alle SSML di Padova e Misano. Ha scritto Manuale del traduttore per Hoepli e saggi sulla traduzione. Dal 2000 collabora con Sign Systems Studies (rivista di semiotica di Tartu fondata da Lotman). Ha tradotto e curato semiotici della traduzione come Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin-Rozencvejg, Jakobson, Lotman. Pubblica romanzi con Marcos y Marcos. Ha un PhD con Peeter Torop in semiotica della traduzione.