Film e telefilm: meglio
in lingua o doppiati?

Chissà cosa direbbero i grandi artisti del cinema muto patrio (“se potessero parlare!” vien da aggiungere) posti di fronte alla domanda che ormai da qualche anno tormenta tutti noi italiani fruitori di film e serie TV straniere: è più buono e giusto vederli in lingua originale o doppiati?

Be’, di certo i vari Alfredo Bertone, Lydia Novelli o Giovanni Pastrone non si porrebbero il problema, dato che ai tempi del muto le barriere linguistiche erano scarse e facilmente sormontabili: bastava sostituire qualche didascalia, poche decine di parole su sfondo bianco o nero e incorniciate da ghirigori variabili, e il gioco era fatto. (Chissà poi se qualcuno si curava di mantenere grafica e caratteri inalterati? Ma questo è un altro film, come suol dirsi.)

Certo, fare un confronto con quei tempi avrebbe poco senso. L’avvento del sonoro ha cambiato radicalmente il cinema, come l’invenzione della prospettiva ha stravolto la pittura, facendone un’imitazione più precisa, e meno immaginifica, della realtà. Il sonoro ha regalato all’umanità grandi capolavori di arte cinematografica, ma le ha tolto una certa dose di universalità, e facendo spesso leva sul dialogo ha creato non pochi problemi di traduzione e diffusione. Al punto che alcune importanti industrie cinematografiche dell’epoca del muto, come quella svedese o danese, con l’avvento del sonoro sono diventate cinematografie di nicchia; niente a che vedere con i successi distributivi di ormai cento anni fa.

Quegli anni furono d’oro anche per il cinema italiano: film passati alla storia come Cabiria o Quo Vadis compaiono nei i libri di storia del cinema di qualsiasi paese. Il Ventennio e la Seconda guerra mondiale cambiarono parecchio le cose: i film che arrivavano dall’estero, e soprattutto dalla fiorente industria cinematografia yankee, non erano più, per così dire, ben accolti. Oltre ai treni in orario e alle bonifiche, i nostalgici potrebbero tranquillamente introdurre tra i Suoi meriti anche l’impulso indiretto al doppiaggio italiano, che proprio in quegli anni di autarchia culturale si sviluppò moltissimo. L’industria del doppiaggio fiorì ancora dopo la guerra grazie al piano Marshall, che lo finanziò nell’ottica della famosa “colonizzazione culturale” americana di cui ancora oggi sentiamo prepotentemente gli effetti.

Ora, si potrebbe discutere sulla qualità del doppiaggio italiano, lodato da tutti (gli italiani) come il migliore al mondo, ma francamente sarebbe un po’ come discutere su argomenti d’altri tempi, che so, le donne più belle o il vino migliore: un po’ tutti i paesi si contendono il titolo, senza che il primato sia realmente quantificabile. Senza entrare nei dettagli, e tenuto conto che ogni traduzione è un tradimento (e non mi riferisco solo al testo in sé, ovviamente, ma anche alla recitazione e a tutto ciò che implica), credo che in generale non ci si possa lamentare del doppiaggio italiano. I suoi detrattori se ne facciano una ragione: volenti o nolenti, non solo è stato un elemento di unificazione e un motore di cambiamento per la nostra lingua, ma ormai è anche un pezzo di storia culturale del nostro paese che non si può ignorare e tantomeno demonizzare. Insomma, il doppiaggio italiano è un “Così parlavano” su cui sono stati scritti fior fiore di saggi e tesi di laurea e che è entrato a piè pari nell’italiano di tutti i giorni, quindi a questo punto è diventato un po’ ozioso stilare le Appendix probi che periodicamente qualcuno si prende la briga di compilare.

Comunque sia, la “questione doppiaggio” è un tema relativamente nuovo e ancora in parte da esplorare: i nostri nonni o genitori non si ponevano certo il problema dei film doppiati da un punto di vista artistico, perché comprendere il film e goderselo veniva ben prima di ogni altra considerazione. E se anche qualcuno aveva opinioni diverse era una mosca bianca… e soprattutto non aveva a disposizione Internet; e si sa che, senza social, non c’è polemica che tenga.

Se negli anni ’70 cominciano a diffondersi film indipendenti (i famosi lungometraggi cecoslovacchi incomprensibili, per fare un esempio), è tra gli anni ’80 e ’90, con i boom dei corsi di lingue e l’idea che studiarle non sia più appannaggio di un’élite privilegiata, che l’Italia scopre in massa un sistema di fruizione fino ad allora pressoché sconosciuto al di fuori dei festival: i sottotitoli. Compravate anche voi, su suggerimento dei prof di inglese, le riviste che davano in allegato i VHS con i film in lingua originale sottotitolati? Oppure li vedevate a scuola, o magari in qualche cinema all’avanguardia? Per molti di noi è stata una rivelazione: abbiamo scoperto che il film in originale magari risulta un po’ ostico, però ha tutto un altro sapore rispetto a quello doppiato. È un po’ come mangiare la mela del supermercato o quella colta dall’albero: con la prima sai cosa trovi (un prodotto senza asperità, buono e rassicurante); con la seconda non sai mai cosa ti aspetta, e il suo gusto può sorprenderti.

È già allora che nascono i primi sostenitori a oltranza della versione originale, ma ancora sono in netta minoranza; intanto però la conoscenza media delle lingue si innalza, e poco a poco si fa strada l’idea che le versioni originali non siano solo materiale didattico. La vera svolta sono gli anni 2000, con l’arrivo dei DVD multilingui  che Friends fa davvero, ma davvero ridere), e poi ancora dopo, con l’irruzione massiccia delle serie TV, la diffusione di Internet, la conseguente corsa a vedere gli episodi prima ancora che escano in Italia e la formazione di un pubblico più competente ed esigente. Questa tendenza ad apprezzare le versioni originali si diffonde anche grazie a una nuova cassa di risonanza: i social network, dove i movimenti di opinione corrono più veloci della lingua del doppiatore di Robin Williams e fioriscono gruppi di appassionati. Certo i social network hanno anche un lato scuro: lì la tendenza a formare fazioni opposte e belligeranti è notevole, e quando un tema è caldo la polemica non si fa attendere: vedi quella rovente tra Gabriele Muccino e Pino Insegno (acerrimi sostenitori della versione originale e del doppiaggio, rispettivamente) o le affermazioni contundenti di Vincent Cassel a proposito del doppiaggio nostrano, da lui definito, in modo piuttosto discutibile, “una mafia”.

Il problema in realtà non è nuovo e non riguarda solo il doppiaggio: qualsiasi traduzione si trascina dietro da secoli, se non millenni, l’annosa questione del lost in translation. Un problema che affligge da sempre la letteratura e che nel caso del cinema risulta certamente amplificato, perché la “voce del testo” ha un’ulteriore dimensione espressiva (la recitazione) che aggiunge un’importante variabile in più e  rende più immediato il confronto tra originale e traduzione .

La questione a mio parere si riassume tutta in una domanda: un film doppiato è diverso dalla versione originale approvata dal regista, così come una traduzione è intrinsecamente diversa dal libro uscito dalla penna dall’autore? La risposta è certamente sì. Chi guarda un prodotto doppiato – o legge un testo tradotto – dovrebbe avere la consapevolezza di non trovarsi di fronte a un’opera così come l’ha concepita il suo autore, bensì a un adattamento, un lavoro mediato – dalle voci, dalla recitazione, dalla traduzione con tutte le sue implicazioni –; insomma un testo imparentato, ma profondamente diverso.

Quest’opera simile è meno godibile o addirittura esecrabile? Credo che la risposta non sia semplice come la presentano certe polemiche, e dipenda invece da diversi fattori. Perché non tutti i film sono opere d’arte, quindi se I girasoli vanno visti dal vivo una volta nella vita, la natura morta dell’aspirante allievo di Tintoretto può avere il suo perché anche in una riproduzione o una foto Insomma: dipende da cosa si guarda, perché si guarda e non ultimo su quali mezzi di comprensione linguistica si può contare, fattore non certo trascurabile e che rende il doppiaggio un elemento di diffusione non da poco. Non dimentichiamo che, proprio come la traduzione, anche il doppiaggio è un’arte, che nel nostro paese ha una lunga tradizione e ha avuto (e ha ancora) un ruolo fondamentale nel mettere alla portata di tutti la fruizione di opere di qualità; un po’ come un catalogo d’arte così ben fatto che, sebbene non sia l’originale, ne trasmette comunque l’essenza in modo pregevole… e per molti diventa anche l’unica occasione di ammirare I girasoli di cui sopra.

Il vantaggio della nostra epoca è che, a differenza di qualche generazione fa, siamo più consapevoli della differenza tra originale e versione adattata e possiamo scegliere molto più facilmente non solo cosa guardare, ma anche la modalità in cui farlo, a seconda degli strumenti su cui contiamo, della qualità artistica del prodotto e delle preferenze personali. E in fin dei conti questo dovrebbe eliminare alla radice qualsiasi polemica.

Eleonora Cadelli
Eleonora Cadelli
Eleonora Cadelli è traduttrice e adattatrice freelance specializzata nel settore audiovisivo. Laureata in Lingue e letterature straniere a Padova nel 2004, di recente è tornata nell'Ateneo come docente di traduzione multimediale dallo spagnolo. Collabora da oltre un decennio con la casa editrice Giuseppe Principato come autrice di testi per l’insegnamento dello spagnolo e dal primo gennaio 2016 gestisce il blog di lingua e traduzione Linguaenauti. (www.linguaenauti.com)