Fake words, fake world

Lui, ritratto in pigiama e con le pantofole ai piedi: “Mi hanno rubato il profilo su Facebook”. Lei, ai fornelli, senza degnarlo di uno sguardo: “E che cazzo se ne fanno?”. Impietoso e chirurgico, Altan dice la sua in due battute, nel pieno dello scandalo Cambridge Analytica, proprio alla vigilia della testimonianza che Mark Zuckerberg renderà davanti al Congresso degli Stati Uniti: tenterà di spiegare come 87 milioni di dati privati siano stati succhiati a Facebook a loro insaputa e usati per influenzare gli elettori durante le ultime presidenziali. Il terremoto è totale e ancora non se ne conoscono le conseguenze. Ai lettori dell’Altiero.it proponiamo il dossier che gli studenti del secondo anno di e-communication della scuola “Altiero Spinelli” hanno scritto nelle settimane immediatamente precedenti lo scandalo internazionale. Il documento, che pubblicheremo a puntate, fa il punto sulle fake news, Paese per Paese. Quella che segue è l’introduzione, a cura di Anna Denim.

Le fake news sono le nuove verità 2.0?

Ogni secondo al giorno almeno una persona al mondo mente. Nulla di nuovo, le bugie esistono da sempre e fanno talmente parte della nostra vita che abbiamo dedicato loro detti, cartoni e telefilm.

Sembra, però, che anche i giornali da un po’ di tempo a questa parte siano entrati a far parte della squadra Pinocchio, facendo nascere un caso che continua a fare notizia e a generare dibattito nel mondo intero.

I giornalisti sono sempre stati (o hanno cercato di essere) i portabandiera della verità, impegnati nel rendere pubblici segreti, scandali, curiosità e novità.

Da qualche anno, benché si possa forse dare avvio a questo dalla campagna referendaria sulla Brexit, sembra che la vera notizia sia che non esiste più una verità assoluta, che i lettori non sappiano più a chi affidarsi per capire le cose e che le così dette bufale siano diventate talmente virali da essere considerate reali.

La nuova parola 2017, entrata di prepotenza nei dizionari nazionali e internazionali è fake news, notizia falsa o bufala in italiano.

Una fake news è un contenuto ingannevole, non veritiero, che distorce o falsifica un’informazione reale. Le bufale ci hanno accompagnato in tantissimi momenti negli ultimi anni anche se le più emblematiche sono state quelle che hanno coinvolto i due principali paesi anglofoni.

Durante la campagna della Brexit, i favorevoli all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue avevano fatto girare per le strade del Paese un autobus con disegnati caratteri cubitali che affermavano che il Regno Unito avrebbe potuto risparmiare 350 milioni di sterline a settimana dopo aver abbandonato l’Unione Europea. Il fatto è stato smentito dagli stessi autori, ma solo dopo la vittoria al referendum.

Risultato? Ora i cittadini britannici vogliono indire un nuovo referendum per fermare le “pratiche di divorzio” dall’Ue e continuare a godere di oneri e onori degli altri Stati membri.

Altro grande choc che ha fatto il giro del mondo e poi si è rivelato falso è stato quando si vociferava che Papa Francesco avesse deciso di appoggiare la candidatura e la campagna di Trump alle elezioni presidenziali statunitensi.

Le fake news stanno facendo il giro del mondo con risultati più o meno eclatanti e bizzarri.

Bisogna distinguere due tipi di notizia falsa tuttavia; si tratta di modi diversi di proporre l’informazione e di produrre bufale. Basandosi sulla consapevolezza o meno di diffondere una fake news si può incappare nella misinformazione, ovvero nella condivisione involontaria di notizie false o nella disinformazione cioè quando si creano e condividono volontariamente contenuti erronei e non veritieri. Non sempre c’è, dunque, l’obiettivo di ingannare le altre persone, a volte si tratta di errori umani che se sono fatti su una testata autorevole e professionale vengono smentiti non appena emergono nuovi contenuti. Altra storia, invece, è quando si è di fronte a un caso di disinformazione che ha lo scopo di condividere notizie false per raggiungere obiettivi politici o interessi personali.

Le notizie false non sono una cosa nuova, Collodi ha conosciuto il successo con un bambino di legno che diceva le bugie, ma ora interessano più o meno chiunque dai capi di stato ai motori di ricerca passando per i social network e i giornalisti.

Negli ultimi anni, il cambiamento della fruizione delle notizie e la velocità con cui queste devono essere pubblicate hanno fatto scivolare i mezzi d’informazione nella rete delle bugie. Come detto in precedenza, però, questo è un problema di pubblicazione di contenuti falsi fatto inconsapevolmente, che il più delle volte avviene perché non si controlla la fonte da cui si è appresa la notizia.

La bufala, quella creata per secondi fini, nasce dall’uso strategico e sistematico di piattaforme digitali come Facebook, Twitter e Google per raggiungere gruppi di utenti specifici.

Internet è uno strumento democratico dove chiunque può fare ciò che vuole se sa usare i mezzi che ha a disposizione. Accedendo alla rete si può creare un contenuto a basso costo e facilmente distribuibile, la classica minima spesa e massima resa.

Questo non solo ha consentito di moltiplicare le fonti di notizie e avere diverse opinioni su uno stesso argomento ma ha anche permesso alle persone di seguire interessi diversi. Nella più rosea delle aspettative le cose dovrebbero funzionare così ma vista l’ingente quantità di menzogne che si aggirano soprattutto sul web, quest’idea idilliaca è stata spazzata via dalla possibilità di ottenere soldi facili rendendo contenuti falsi, virali.

Condividere notizie facilmente e a poco costo ha fatto sì che i bravi smanettoni come Paul Horner promuovessero articoli completamente inventati sui social network, affidandosi a titoli accattivanti per guadagnare fino a 10.000 dollari al mese.

Il motivo economico spinge molti ma non tutti a pubblicare notizie false sulla rete. C’è chi propone fake news per influenzare l’opinione pubblica per scopi politici, come nel caso dell’autobus pro Brexit.

Le bufale diventano così un’arma per muovere la propaganda di un partito o di un attore politico specifico, in modo da ottenere l’attenzione pubblica facendo rimbalzare il proprio contenuto su piattaforme web e social.

In molti ci si è chiesti come sia possibile che un contenuto falso diventi così virale benché non sia poi così complicato.

Partendo dai contenuti inseriti in un blog o in un giornale online spesso risulta difficile già di primo acchito discernere tra una testata che propone notizie vere e una che invece racconta il falso.

I magazine oggigiorno sono impostati su strutture e modelli pre-impostati, il che rende la possibilità di distinguere una testata autorevole da una che non lo è ancora più difficile.

Queste storie poi vengono postate sui social media dove i post o i tweet pubblicati sono identici per qualunque utente. Questo elemento gioca a favore di siti che producono fake news con il solo scopo di avere più clic possibili e quindi di guadagnare di più o di aver raggiunto un numero di lettori sufficiente per cambiare le sorti di una campagna politica.

Tutte queste difficoltà iniziali si vanno ad aggiungere agli algoritmi dei social media, basati sulle nostre preferenze e sui nostri interessi.

Ognuno di noi ha degli hobby o segue pagine riguardanti uno specifico argomento che gli sta a cuore.Questo fa sì che si crei una filter bubble, un effetto bolla, in cui ciò che ciascuno di noi pensa, corretto o meno che sia, viene amplificato e provato attraverso la visione di contenuti personalizzati che confermano i nostri pregiudizi e su cui spesso clicchiamo senza nemmeno porci troppe domande.

Più una persona legge prodotti che dimostrano che ciò che pensa sia la verità e più questi contenuti vengono proposti creando un circolo vizioso per cui non si pensa più che il proprio pregiudizio sia solo un’ipotesi ma sia addirittura la verità.

Caso emblematico ed estremamente celebre di notizie false diventate virali è avvenuto durante l’ultima campagna presidenziale statunitense.

A Veles, cittadina della Macedonia, alcuni adolescenti inventavano ad arte notizie false che poi facevano girare sul web. Scrivevano articoli pro-Trump perché era più remunerativo; grazie agli introiti pubblicitari potevano guadagnare fino a 1800 euro al mese che in un paese in cui lo stipendio medio è di circa 350 euro, la possibilità di ottenere soldi facili era sicuramente allettante.

Le notizie false non sono state diffuse solo negli USA o nel Regno Unito poiché hanno contagiato mezzo, se non addirittura tutto, il mondo.

In Francia, durante le elezioni presidenziali, il Presidente Macron era stato preso di mira da voci di corridoio che lo vedevano coinvolto in uno scandalo di conti offshore alle Bahamas.

In Italia sembra che le cose non siano andate diversamente durante il Referendum Costituzionale e, allo stesso modo, la Spagna si è trovata coinvolta nella rete delle notizie false durante il Referendum indipendentista che ha visto la vittoria di coloro favorevoli all’uscita della Catalogna dalla Spagna.

Pare che l’intento fosse destabilizzare la regione per scopi politici e propagandistici.

Come in ogni storia c’è un nemico da battere quindi probabilmente anche nel marasma delle fake news c’è un lupo cattivo che vuole mangiare la nonna e fare fesso il cacciatore.
Pare che l’antagonista parli russo e provenga direttamente dal Cremlino. Non si sa ancora se questa accusa verrà poi smentita o se sia effettivamente veritiera ma i dubbi iniziano a farsi prepotenti anche a seguito del Russiagate.

Dopo scandali e notizie false i paesi hanno iniziato a legiferare per proteggersi dalle incursioni delle fake news.

Il primo gennaio 2018 in Germania è entrata in vigore una legge che ha lo scopo di punire penalmente la diffusione di fake news e l’hate speech con multe che arrivano fino a 50 mila euro. Questa legge fa appello a 20 principi del codice penale tedesco e definisce i crimini da punire.

In Francia è avvenuto lo stesso dopo che Macron ha preso le redini del Paese mentre nei Paesi Bassi le misure prese e la collaborazione con i giganti del web sembrano spingere gli esperti ad affermare che così la situazione potrebbe solo che peggiorare.

In Italia è stata presentata una proposta di legge contro le fake news, che non è mai passata al voto perché giudicata “pericolosa” sia da alcuni esponenti politici sia da attivisti per le libertà digitali.

Il primo tentativo di avere una legge nel Bel Paese risale al febbraio scorso mentre un mese prima il garante della concorrenza Giovanni Pitruzzella aveva auspicato l’istituzione di un ente pan-europeo. Una delle vittime politiche oggetto della crudeltà in rete, la presidente della Camera Laura Boldrini, aveva lanciato a febbraio l’appello #BastaBufale.Situazioni agli antipodi si hanno in altri paesi come Cuba e alcuni stati medio-orientali dove i regimi dittatoriali presenti hanno fatto sì che molte notizie venissero censurate e che l’ideologia politica del regime fosse quella primaria anche nelle informazioni della stampa.

L’uomo è ritenuto un animale dotato di capacità di ragionamento quindi, se capace di ragionare, come mai arriverebbe a credere anche alle cose più assurde se dovesse leggerle?

Pare che la risposta sia di tipo psicologico in quanto secondo alcune ricerche i nostri processi mentali subiscono una distorsione cognitiva chiamata “ragionamento motivato”. Si tratta di una tendenza naturale che ci porta a selezionare le informazioni e a credere solo a quelle che corrispondono alle nostre convinzioni. In qualche modo funzioniamo al contrario: non sono i fatti a convincerci, ma le convinzioni a selezionare i fatti sui quali ci basiamo.

Questo spiegherebbe il perché di diversi pregiudizi, da molto tempo screditati, che continuano a raccogliere persone tra le loro fila.

Matthew Hornsey, professore di psicologia alla University of Queensland in Australia porta due fatti conclamati e provati ma che ad oggi parte della popolazione mondiale non ritiene corretti. Egli asserisce che: «Malgrado il 97 per cento degli scienziati climatologi concordi sul fatto che il rilascio di emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera influenzi il nostro clima, circa un terzo della popolazione dubita che il cambiamento climatico sia causato primariamente dall’attività umana. Dopo una riduzione durata circa un secolo nel tasso di malattie infettive, c’è stato un recente aumento di morbillo, rosolia, parotite, pertosse, una tendenza in parte attribuibile all’errata convinzione che le vaccinazioni possano causare malattie piuttosto che prevenirle».

Spesso non vogliamo vedere la realtà perché pensiamo che le nostre convinzioni siano giuste e in buona fede. Lo stesso avviene con le fake news che leggiamo su internet o sui giornali. Se una notizia falsa sostiene la nostra tesi principale è probabile che crederemo a quella anziché affidarci ad altre notizie di fonti accertate che sarebbero in grado di smentire le nostre convinzioni e in qualche modo darci dei bugiardi. Questa può essere una delle ragioni per cui crediamo alle bufale ma a volte lo facciamo per ingenuità, senza pensare troppo ai contenuti che leggiamo, perché se qualcosa ci viene proposto dalla rete o da conoscenti probabilmente è vero.

Per evitare il diffondersi di questo effetto domino prodotto dalla disinformazione è necessario essere accorti e adottare alcune misure precauzionali.

Oltre a essere consapevoli dei mezzi di informazione che si usano è fondamentale adoperare qualche accorgimento per evitare di incappare in fake news:

Controllare l’URL: spesso senza accorgercene entriamo in un sito che è una copia di uno più famoso, tipo “La Gazzetta della Sera”, “Repubblica” o altri;

Leggere la pagina “Chi Siamo”: molti siti di “fake news” spesso hanno un disclaimer (clausola che esonera la pagina da ogni responsabilità) in cui indicano che si tratta di un sito di satira;

Attenzione alle dichiarazioni: se provengono da una persona nota, basta selezionare la frase e lanciare una ricerca su Google tra virgolette. In questo modo si può controllare se le stesse parole sono state riprese anche da altre fonti;

Seguire i link: per vedere se effettivamente porta alla fonte da cui l’articolo è tratto (i link esterni per meglio intenderci);

Fare una ricerca inversa delle immagini: basta andare su Google Immagini e caricare un’immagine sospetta per scoprire se è stata già pubblicata altrove o se si riferisce a un altro evento;

Cautela: Se una storia sembra troppo bella per essere vera probabilmente lo è. Meglio prendersi il proprio tempo per verificarla.

Agli strumenti che ognuno di noi dovrebbe usare per non incappare in informazioni false si aggiungono campagne perpetrate da altri enti e società al fine di vincere la guerra alle fake news, una delle quali tratta il tema del “diritto alla verità”.

Nelle scorse settimane, infatti, si è parlato di “diritti aletici” o “diritto alla verità”; diritti volti a garantire l’accessibilità ad informazioni attendibili e veridiche, nonché a promuoverne la circolazione. Queste garanzie, certamente auspicabili, ci mettono di fronte a molteplici problemi come la tutela della libertà di stampa e di parola. Per ovviare a tali questioni si è pensato di istruire le persone alla verità, usando un metodo interdisciplinare che inizi dalla filosofia e si concluda con il diritto, passando per la matematica e le scienze umanistiche. In questo modo le persone svilupperebbero un istinto naturale a suddividere le informazioni tra vere e false e forse non verrebbero più attirate dai titoli accattivanti delle bufale.

Nell’attesa che il “diritto alla verità” possa diventare una presenza reale nelle nostre vite i paesi di mezzo mondo continuano a legiferare per contrastare il fenomeno delle fake news.

A questi si aggiungono anche società e imprese che vogliono dare il proprio contributo in questa battaglia. Di recente, infatti, Facebook ha lanciato negli Stati Uniti un servizio di segnalazione delle notizie che sono state messe in dubbio da note testate che si occupano di controllare i contenuti (come Snopes o Associated Press che fanno parte dell’International Factchecking Network).

Google ha invece deciso di colpire le testate che diffondono fake news con lo scopo di ottenere clic, bloccando la propria pubblicità sui loro domini.

A livello globale si moltiplicano gli eventi dedicati all’educazione delle persone a controllare le fonti a cui si affidano per ricevere notizie.

È stato istituito l’International Fact-checking Day, il 2 aprile, giornata di sensibilizzazione creata per promuovere la cultura della verifica delle fonti in tutto il mondo. Si è sviluppato il News Literacy Project che invita giornalisti nelle scuole ed è stata introdotta un’applicazione ad hoc per i docenti.

Inoltre c’è il Center for News Literacy della Stony Brook University, USA, che effettua attività educativa sia sugli studenti che sui docenti.

Infine anche l’OCSE nei giorni scorsi ha lanciato un appello affinché si porti nelle scuole un corso che renda gli studenti competenti nel riconoscere le notizie false; questa competenza sarà valutata nel prossimo PISA Test, che valuta il grado di alfabetizzazione nelle scuole di più di 60 paesi.

Pare che gli strumenti siano già in atto. Ora spetta a noi decidere se continuare a farci raggirare dalle bufale o se invece essere dei pensatori attivi in grado di discernere il vero dal falso.

 

CONSIGLI DI LETTURA

http://tg24.sky.it/mondo/2017/03/28/faq-fake-news-post-verita.html

http://www.corriere.it/tecnologia/17_novembre_27/cosa-sono-fake-news-perche-ne-parlano-tutti-guida-essenziale-definitiva-326c94f4-d37a-11e7-8de2-d9fed093f9f2.shtm

https://www.theverge.com/2016/12/6/13850230/fake-news-sites-google-search-facebook-instant-articles

http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/17_giugno_28/perche-crediamo-bufale-non-vogliamo-mai-cambiare-idea-982d297a-5c10-11e7-9050-dbcde4ab4109.shtml

http://www.linkiesta.it/it/article/2017/04/01/perche-le-fake-news-si-chiamano-bufale-risponde-la-crusca/33723/

http://www.corriere.it/la-lettura/18_gennaio_30/diritti-aletici-fake-news-cultura-dibattito-politica-notizie-societa-39b08738-05c1-11e8-b2bd-b642cbae90d8.shtml

 

Fabio Zanchi
Fabio Zanchi
Giornalista professionista, ha lavorato all'Unità e a Repubblica, dove è stato più volte capocronista di Milano. Ha diretto l'Ufficio stampa di Expo e successivamente quello di Padiglione Italia a Expo. Ora è direttore dell'Altiero.