Fake words, fake world
Dossier Usa

Ci sono fotografie che segnano passaggi d’epoca. Per esempio, quella del miliziano che muore durante la guerra di Spagna, di Robert Capa. Oppure quella che ritrae Martin Luther King durante il discorso “I have a dream”. O quella dell’uccisione di JFK a Dallas. Nei giorni scorsi i media di tutto il mondo hanno diffuso un’altra di quelle foto che rimarranno nella memoria collettiva: ritrae una muraglia di fotografi e operatori tv che inquadrano una persona. Quella persona, di cui si vedono soltanto la nuca e il vestito di buon taglio (mentre di solito indossa una maglietta a maniche corte) è Mark Zuckerberg, pochi attimi prima della clamorosa confessione: “Facebook ha sbagliato e la responsabilità è mia. Chiedo scusa”. Da quel momento, nel mondo dei social, nulla sarà più come prima. Ma com’era prima dello scandalo Cambridge Analytica? Ce lo spiegano gli studenti di Comunicazione internazionale, della  Civica scuola per Traduttori e Interpreti “Altiero Spinelli”. In questa seconda puntata Dominique Di Iorio e Vera Uboldi raccontano il caso degli Stati Uniti.

 

Le “fake news” negli Stati Uniti sono sempre esistite, ma da due anni a questa parte hanno raggiunto una diffusione senza precedenti, grazie soprattutto all’utilizzo di social media.

Dopo la vincita di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016, molti giornalisti hanno iniziato ad accusare diversi siti web di aver pubblicato notizie false che avrebbero influenzato l’opinione pubblica e aiutato il candidato repubblicano a sconfiggere l’avversaria Hillary Clinton. Da allora sono in aumento le voci che chiedono al governo di intervenire per regolamentare in qualche modo il flusso di notizie, così da impedire la circolazione di fake news.

La vera domanda è: il governo dovrebbe intervenire per verificare la veridicità delle informazioni e per rimuovere le “fake news”?

La Inter-American Court of Human Rights ha affermato: “Un sistema che controlla il diritto di espressione in nome di una presunta garanzia di correttezza e verità delle informazioni che riceve la società può essere fonte di abuso e, da ultimo, violare il diritto di informazione che la stessa società ha.”[1]

La storia ci fornisce numerose prove sui pericoli derivanti da un controllo statale delle informazioni: tentativi di eliminare notizie false potevano velocemente trasformarsi in un meccanismo per silenziare le opinioni degli oppositori, anche nel caso si trattasse di un governo democratico. Nel pieno della Rivoluzione Francese, per esempio, veniva accusato di disseminare notizie false e poi giustiziato chiunque esprimesse dissenso nei confronti del regime del Terrore.

Un po’ di storia

Fin dalla nascita degli Stati Uniti d’America i Padri Fondatori avevano compreso la potenza dei media, sia nel bene che nel male. Per questo nel 1791la Costituzione venne emendata con l’aggiunta del Bill of Rights, che comprendeva il Primo Emendamento, che proteggeva i media e la libertà di espressione. Scelsero di tutelare una stampa decentralizzata, poiché avevano compreso che creare un organo governativo che avesse il potere di controllare la veridicità dei media sarebbe stato di gran lunga più pericoloso e avrebbe messo a repentaglio la libertà di stampa. Se il governo fosse stato l’arbitro della verità, questa avrebbe rischiato di essere manipolata dal governo stesso.

Fortunatamente, negli Stati Uniti si verificarono pochi episodi di tentativi di censura di notizie politiche, a differenza del resto del mondo. Un esempio avvenne durante la presidenza di John Adams(1797-1801), quando il Congresso passò nel 1798 il “Sedition Act” per punire chiunque diffondesse notizie false riguardanti il governo con intento malevolo. Adams usò però questo potere per silenziare le opinioni in contrasto con la sua linea politica, fino ad arrestare alcuni giornalisti. Il Sedition Act venne però revocato qualche anno dopo, quando John Adams fu sconfitto alle elezioni del 1800 da Thomas Jefferson. Per questo, negli Stati Uniti non sono più perseguibili dalla legge coloro che pubblicano notizie, anche false, sul governo.

Da allora la libertà di stampa sancita dal Primo Emendamento è diventata un elemento sacro per la cultura americana. Thomas Jefferson disse che l’unico modo per governare il popolo con “ragione e verità” era concedendo loro libertà di stampa.

Rapporto tra governo e media

I media in America sono quasi sempre stati lontani rispetto al governo. Tuttavia, a metà del ventesimo secolo, i giornalisti si avvicinarono di più al potere politico, raggiungendo l’apice durante la presidenza di John Fitzgerald Kennedy.

Kennedy, eroe di guerra, intelligente, affascinante e con uno spiccato senso dell’umorismo, faceva molta attenzione a quello che scrivevano su di lui i giornali e fin da subito instaurò rapporti di amicizia con alcuni dei giornalisti.[2]
Durante la crisi missilistica di Cuba nel 1962, JFK fece leva proprio sulla propria influenza sui media e riuscì a non far pubblicare notizie che potessero compromettere la situazione delicata. Pochi giorni prima che Kennedy pronunciasse il famoso discorso alla nazione in cui mise al corrente gli americani dell’esistenza di missili sovietici a Cuba, alcuni giornalisti avevano notato il vasto dispiegamento di forze americane[3]e sospettavano delle possibili tensioni a Cuba tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Temendo che una fuga di notizie potesse cambiare le carte in tavola, Kennedy chiamò personalmente i direttori del New York Times e del Washington Post per chiedere di non pubblicare articoli che riguardassero Cuba prima del suo discorso. I due giornali accolsero la richiesta e dopo il suo discorso televisivo espressero il loro pieno appoggio alla decisione del presidente di imporre il blocco navale.

Per tutta la durata della crisi, la Casa Bianca chiese a giornali e trasmissioni televisive e radiofoniche di non riportare notizie sull’argomento, anche qualora ne fossero entrati in possesso. Molti giornalisti reagirono con stupore a tali restrizioni: di fatto era quasi come se fosse stata messa in atto una censura. Per il Governo era però di fondamentale importanza mantenere la massima segretezza sulla faccenda, per evitare squilibri di potere o escalation di tensioni.

Successivamente, durante la Guerra in Vietnam, i media vennero strumentalizzati ancora una volta dal governo a scopo propagandistico per illudere gli americani sull’utilità della guerra contro i vietcong e sui successi militari ottenuti. I mass media all’inizio avevano come sempre accettato il linguaggio, le prospettive e l’agenda dell’establishment. Solo alla fine degli anni ’60 – inizio anni ’70 la televisione cominciò a documentare ciò che realmente stava succedendo in Vietnam, portando la verità cruda della guerra dentro le case delle famiglie americane in primo piano e a colori, causando la disillusione nei confronti delle istituzioni, il collasso morale della nazione e l’antimilitarismo dell’opinione pubblica.

A far luce sulla situazione disastrosa in Vietnam fu soprattutto la pubblicazione, avvenuta il 13 giugno 1971 sul New York Times e sul Washington Post, di una serie di documenti governativi top secret sull’impegno militare americano in Vietnam: i Pentagon Papers, uno studio confidenziale commissionato nel 1967 dal segretario alla difesa Robert McNamara.

Il New York Times aveva ricevuto un totale di 134 documenti top-secret da Ellsberg e dal ricercatore Antony Russo, che dall’ottobre del 1969 cominciarono a copiare questi documenti con l’intenzione di diffonderli al fine di rivelare le menzogne e gli omicidi di massa commessi nella guerra del Vietnam e nel sud-est asiatico.

Quando il presidente in carica Richard Nixon venne a sapere della loro pubblicazione, andò su tutte le furie, perché pensava che questo avrebbe ulteriormente danneggiato la fiducia pubblica nella sua leadership e mandò un’ingiunzione per bloccare la pubblicazione dei documenti, ma il New York Times fece appello portando il caso alla Corte suprema, che annullò l’ingiunzione, a favore della libertà di stampa.

I media americani, in seguito a queste esperienze, capirono l’importanza e la necessità di mantenere una posizione distante dal governo, di dover tornare a essere autonomi perché solo così avrebbero avuto massima libertà di espressione e avrebbero potuto presentare al pubblico tutte le informazioni nella loro completezza.

 

Elezioni presidenziali 2016: inchieste sulla Russia

Durante la passata campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti proliferarono le fake news sul conto dei candidati, divulgate prevalentemente da utenti oltreoceano per cercare di alterare i risultati elettorali.

In seguito alla vittoria di Trump nel novembre 2016 si è cominciato a porre maggiore attenzione sugli effetti generati dalla divulgazione di fake news sui social media. Sono stati condotti diversi studi negli USA che hanno infatti dimostrato che:
1) il 62% degli adulti negli USA prende informazioni dai social media[4];
2) le fake news più popolari vennero condivise su Facebook in misura notevolmente maggiore delle notizie verificate, al punto che è aumentato a dismisura il numero di coloro che ritenevano vere le bufale[5];
3) le fake news più diffuse erano pro Trump e ostili a Hillary Clinton[6].

In breve, ma ad elezioni concluse, è risultato evidente che gli Stati Uniti dovessero dotarsi di misure più efficaci per difendersi dalla propaganda artefatta, in particolar modo proveniente dalla Russia. Il 20 novembre 2016 è stato approvato il Countering Foreign Propaganda and Disinformation Act, scritto dal Senatore Repubblicano Rob Portman e dal Democratico Chris Murphy, un piano biennale da $160 milioni per agire contro la propaganda svolta oltreoceano. I Senatori Repubblicani annunciarono poi di voler condurre delle indagini per determinare fino a che punto la Russia avesse interferito nelle ultime elezioni presidenziali, andando contro la volontà del neo-eletto presidente Donald Trump, che aveva invece smentito le presunte interferenze russe.

Il Governo ha inoltre accusato Twitter, Facebook e Google di aver permesso l’inserimento di informazioni con l’intenzione di dividere l’elettorato e diffondere fake news e ora sono in molti a chiedere regolamentazioni statali sulle fake news. Ponendo però un controllo governativo sulle fake news si rischierebbe di minare la libertà di espressione, venendo dunque meno al Primo Emendamento.

I maggiori siti di fake news

Indagini condotte da BuzzFeed e The Guardian rivelarono che esistevano più di 100 siti che pubblicavano fake news gestiti da gruppi di adolescenti nella piccola cittadina di Veles, in Macedonia: pubblicavano notizie false sia su Trump che sulla Clinton, per scopi puramente economici (guadagnarono infatti decine di migliaia di dollari). Un altro sito, Endingthefed.com, responsabile della circolazione di alcune delle fake news più famose, era invece gestito da un ventiquattrenne romeno, che dichiarò di voler aiutare Trump a vincere le elezioni. Un’azienda statunitense, Disinformedia, possedeva molti siti web di fake news che avevano nomi che richiamavano testate giornalistiche, così da confondere il lettore (per esempio NationalReport.net, USAToday.com.co oppure WashingtonPost.com.co)

Una lista completa di siti che favoriscono la diffusione di fake news non esiste, ma esistono dei siti web che permettono di verificare la veridicità di una notizia, i più famosi dei quali sono snopes.com e politifact.com. Quest’ultimo ha inoltre stilato una lista (non ufficiale) di alcuni dei siti di fake news più influenti, tra cui:

  • com, che pubblicò la notizia secondo cui l’agente FBI sospettato di aver fatto trapelare le email di Hillary Clinton venne trovato morto, in un apparente suicidio; conteneva anche molti articoli di satira che venivano spesso scambiati come notizie reali;
  • com, che scrisse che Papa Francesco aveva appoggiato la candidatura di Donald Trump.

Come tutelarsi dalle fake news

Il Primo Emendamento protegge, negli Stati Uniti, il diritto di libera espressione – senza fare distinzione tra affermazioni vere o false. Se il governo approvasse una legge per regolamentare le fake news, sarebbe una chiara violazione della Costituzione oltre che un atto di censura.

Davanti all’assenza di disegni di legge che tutelino dalle fake news, l’unica possibilità rimane procedere per vie legali con una causa per diffamazione. La denuncia può essere sporta se una persona ha pubblicato informazioni false sul proprio conto, che hanno prodotto un danno (come la perdita del lavoro). Nel caso di un cittadino privato, dovrà dimostrare che il soggetto accusato di diffamazione abbia agito con negligenza. Nel caso invece la persona danneggiata sia un personaggio pubblico, dovrà invece dimostrare che il soggetto abbia agito con malizia, cioè che fosse a conoscenza che le informazioni erano false, ma questo è generalmente difficile da provare.

L’accusa di diffamazione può essere estesa a chiunque abbia ripubblicato o condiviso l’articolo basato su false informazioni sul proprio sito o blog. Per esempio, Melania Trump ha recentemente vinto una causa per diffamazione contro una blogger del Maryland, che aveva pubblicato nell’agosto 2016 un articolo falso su di lei, e contro il Daily Mail, che pubblicò a sua volta l’articolo senza verificarne le fonti e la veridicità.

L’unico modo per prevenire la diffusione di fake news potrebbe venire dai social media stessi, che potrebbero sviluppare algoritmi per identificare e rimuovere le notizie false, allo stesso modo in cui Twitter è riuscito in parte a rimuovere gli account responsabili di propaganda ISIS. Questi algoritmi verrebbero gestiti dai social media stessi, evitando l’interferenza da parte del governo

Oltre a questi interventi diretti da parte dei social network coinvolti, l’unica soluzione per combattere il problema è l’istruzione dei giovani. Come fa sapere la World Association of Newspapers and News Publishers, sono in via di sviluppo alcuni progetti che hanno come scopo quello di insegnare ai ragazzi come leggere le notizie in maniera critica, ricercandone le fonti, così da essere in grado di distinguere le notizie vere da quelle false.

Come recita John Milton nel suo“Areopagitica”, se si lasciano combattere verità e falsità nella piazza delle idee, la razionalità umana molto probabilmente sceglierà la verità. Ma le cose, ai tempi di Internet, sembrano essersi fatte molto complicate. Il problema della verifica della verità e della tutela del pubblico dalle versioni truffaldine rimane in tutta evidenza e drammaticità.

 

NOTE

[1]http://www.oas.org/en/iachr/expression/showarticle.asp?artID=154&lID=1

[2]Alcuni giornalisti, come James Reston (New York Times) vedevano la vicinanza del presidente ai media come un’arma a doppio taglio: Kennedy prestava troppe attenzioni alle opinioni dei giornalisti, così che loro si sentivano importanti e di conseguenza divennero troppo suscettibili al suo charm.

[3]Non appena scoperta l’esistenza di missili sovietici a Cuba, prima ancora di prendere una decisione sul da farsi, Kennedy aveva mobilitato tutte le forze armate americane: aerei, treni e camion trasportavano migliaia di soldati ed equipaggiamento militare nel sud della Florida; allo stesso tempo, la Marina Militare aveva raddoppiato gli uomini nella base americana di Guantanamo.

[4]Gottfried and Shearer 2016

[5]Silverman and Singer-Vine 2016

[6]Silverman 2016

(2. Continua)

Fabio Zanchi
Fabio Zanchi
Giornalista professionista, ha lavorato all'Unità e a Repubblica, dove è stato più volte capocronista di Milano. Ha diretto l'Ufficio stampa di Expo e successivamente quello di Padiglione Italia a Expo. Ora è direttore dell'Altiero.