Fake words, fake world
Dossier Medio Oriente

In questo saggio Nada Abd el Kader e Giulia Nervo, studentesse di Comunicazione internazionale alla Civica scuola per Traduttori e Interpreti “Altiero Spinelli” fanno il punto su una realtà sconosciuta ai più: lo stato della comunicazione in Medio Oriente, ai tempi delle fake news.

Fake news e comunicazione in Medio Oriente

Negli ultimi decenni, la maggior parte dei Paesi arabi ha assistito alla salita al potere di regimi dittatoriali. La libertà di espressione in questi Paesi è quasi inesistente, gran parte dei giornali così come i mezzi televisivi e radiofonici sono controllati scrupolosamente e censurati prima di entrare in contatto con il pubblico. Solo le informazioni che il governo voleva trasmettere riuscivano a fare breccia, così era facile manipolare l’opinione pubblica e contrastare qualsiasi forma di dissenso. Fino all’inizio degli anni Novanta, per leggere delle notizie non filtrate dalla censura o rimpinguate dalla propaganda dei vari organi di Stato si doveva ricorrere a network internazionali che trasmettevano programmi in lingua araba.

Questa situazione è continuata per parecchi anni finché non è nato Internet. La comunicazione via Internet ha permesso alle persone di entrare in contatto con qualsiasi tipo di informazione e a scoprire che esistono altre realtà oltre a quelle diffuse dai mezzi di comunicazione controllati dallo Stato. Ed è proprio così che sono scoppiate le prime rivolte durante la Primavera araba, che non a caso sono state chiamate anche Rivoluzione 2.0. Di fronte a questo nuovo tipo di comunicazione i paesi arabi si sono trovati ad affrontare un nuovo pericolo che minava la stabilità dei regimi dittatoriali a causa della libera circolazione di informazione e delle idee occidentali all’interno della società.

Per contrastare il diffondersi delle notizie, i regimi hanno dovuto fare ricorso alla censura online in modo da bloccare le informazioni che potrebbero destabilizzare i loro paesi. Negli ultimi anni, tanti governi di diversi paesi arabi hanno bloccato l’accesso ad alcuni siti sia locali sia internazionali con la scusa di proteggere la popolazione dalle fake news. In questo modo non fanno altro che impedire alle persone di raggiungere delle informazioni e confermare solo le loro idee all’opinione pubblica.

Uno dei casi più noti avvenuto negli ultimi anni è stato il blocco dell’accesso ad alcuni siti di giornali internazionali da parte del governo egiziano di Al-Sisi con la giustificazione di proteggere i cittadini dalle fake news.  Ecco qui una breve introduzione sulla comunicazione mediatica in Egitto all’indomani della Primavera araba.

Il controllo delle fake news in Egitto

Per capire meglio il clima mediatico in cui si è trovato l’Egitto negli ultimi anni bisogna parlare del ruolo che il giornale Al-Jazeera ha avuto nel Paese.

A differenza della maggior parte dei canali mediatici dei paesi arabi, Al-Jazeera ha deciso di presentarsi come il canale che tutela la libertà di espressione e promuovere la democrazia nella regione medio orientale. Questo ruolo di Al-Jazeera si è rivelato particolarmente scomodo per i diversi governi del Medio Oriente che volevano mantenere la stabilità del Paese e garantire il loro predominio tramite le dittature. Le informazioni che circolavano via web grazie all’avvento di Internet avevano permesso alla popolazione del Nord Africa di far scoppiare le rivolte. Ormai i sistemi dittatoriali presenti da anni in questa zona non si erano preparati al controllo di questo nuovo canale di comunicazione come lo avevano fatto con i giornali e la tv negli anni precedenti.

Nonostante ciò, le rivolte arabe sono risultate solo un momento di speranza durante il quale le diverse popolazioni hanno creduto veramente in un cambiamento. Alcuni paesi si trovano ancora in situazioni di guerra a causa della frammentazione dei paesi in diverse aree comandati da diversi poteri, altri invece hanno visto instaurarsi regimi dittatoriali peggiori di quelli precedenti alla rivoluzione.

In Egitto, in particolare, dopo lo scoppio della Primavera araba e l’abdicazione dell’ex presidente Mubarak che aveva comandato il paese per 30 anni, il partito islamista dei Fratelli Mussulmani è salito al potere. La situazione si è protratta solo finché il generale Al-Sisi non ha ripreso il potere tramite un colpo di stato militare. Da quel giorno in poi l’organizzazione dei Fratelli Mussulmani è stata considerata un’organizzazione terroristica e il partito è stato sciolto. Grazie alle elezioni avvenute un anno dopo il colpo di stato, Al Sisi è diventato il nuovo presidente dell’Egitto. Per mantenere il suo potere e contrastare qualsiasi minaccia dai dissidenti al suo regime, il presidente ha instaurato lo stato di emergenza durante il quale sono stati condotti degli arresti arbitrari e sono stati censurati tutti i canali di informazione.

A causa di questi sistemi mediatici fortemente censurati in Egitto, l’unico mezzo di comunicazione che è riuscito a dare voce ai Fratelli Mussulmani, che cercavano di riconquistare il potere in Egitto, è stato Al-Jazeera. Da quel momento in poi, Al-Jazeera giornale e canale televisivo sostenuto dal governo del Qatar è stato messo sulla lista nera da gran parte dei paesi arabi. Nel mese di maggio dello scorso anno Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno comunicato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar e hanno messo per iscritto una serie di richieste che il paese dovrà soddisfare, se vuole che le sanzioni economiche e diplomatiche contro il paese siano rimosse. Tra le richieste era prevista la chiusura di Al-Jazeera, con base a Doha vista con sospetto dai regimi della regione e considerata il megafono della Fratellanza.

Questi paesi hanno iniziato a censurare i contenuti sul web e sui canali televisivi, in modo da bloccare la circolazione di informazioni sgradevoli al loro regime. l’Egitto ha bloccato oltre 60 siti web, il primo tra i quali è Al-Jazeera accusandolo di diffondere fake news e di sostenere il terrorismo. Un altro caso noto è quello del giornale The Huffington Post, la cui versione digitale in lingua araba è stata bloccata. «Pubblichiamo quello che le autorità non vogliono che la gente legga», sono le parole di Lina Attallah, direttrice del portale indipendente d’informazione Mada Masr, uno dei primi a subire la censura da parte del governo egiziano seguito dal Daily News Egypt, Elborsa e Masr al Arabia.

Da allora, i siti bloccati in Egitto risultano almeno 63, 48 dei quali a contenuto informativo e altri cinque dai quali, fino all’11 giugno, si potevano scaricare applicazioni di messaggistica come VPN e TOR. Finora, le autorità egiziane non hanno chiarito quali attività illegali stessero svolgendo e non hanno fornito dettagli sulla base legale dei provvedimenti intrapresi. L’ intelligence del Paese non ha fatto altro che giustificare queste azioni sostenendoli necessari al «contrasto al terrorismo e alle fake news».

Comunicazione e fake news in Tunisia

Da quando la Tunisia ha conquistato l’indipendenza, nel 1956, si sono succeduti diversi governi. Tutti molto spaventati dai concetti di libertà di espressione e di informazione e ostili all’idea di media liberi e indipendenti, anche se queste libertà sarebbero previste dalla Costituzione del 1959.

I governi sostenevano che i media avrebbero dovuto accompagnare la costruzione di uno Stato-nazione all’indomani dell’indipendenza e quindi seguire le necessità dello sviluppo economico e sociale. Questo implicava, tra le altre cose, la rinuncia alla libertà di espressione e di informazione. Lo spazio pubblico nel Paese era fortemente segnato da quello che alcuni definiscono “neo-patriarcato”, in cui il potere è monopolizzato dal capo. Si può addirittura parlare di nazionalizzazione dell’informazione, ovvero di una configurazione statalista che condiziona e determina la struttura e l’organizzazione giornalistica e mediatica.

In un contesto così turbolento, ogni studio sulla libertà di informazione e sull’accesso ai media si riduce a un nudo e crudo approccio giuridico e istituzionale. In Tunisia sopravvive ancora una legislazione “liberticida” sulla stampa, ma non solo, i proprietari di pubblicazioni devono seguire un “codice di buona condotta” costituito da variabili dettate dalle contingenze politico-personali del momento. Il potere politico dispone di mezzi, tutt’altro che legali, e di intermediari nei settori pubblico e privato per mettere a tacere qualsiasi pubblicazione sconveniente.

Dagli anni 2000, con l’avvento di Internet e lo sviluppo delle tecnologie di comunicazione, la proliferazione di antenne paraboliche e l’apertura di canali audio-visivi ai privati, gli spazi per l’espressione sono aumentati. In quegli anni, hanno visto la luce alcuni canali televisivi che trasmettevano dall’estero notizie rivolte ai Tunisini. In questo modo gli spettatori hanno scoperto la forza e l’opinione degli oppositori esiliati o ridotti al silenzio dalle autorità del loro Paese. Anche i forum, le discussioni, i quotidiani online e i social network hanno permesso la diffusione di informazioni e la critica contro i dirigenti. È tuttavia necessario ricorrere a stratagemmi per eludere ogni forma di censura e sorveglianza imposti dallo Stato che blocca l’accesso ai siti “sovversivi”.

Sono passati ormai più di sette anni da quando i Tunisini sono scesi in strada per protestare contro il regime corrotto, le crescenti disuguaglianze e la repressione che li privava dei diritti e delle libertà. Il gesto simbolico di Mohamed Bouazizi, fruttivendolo ambulante che si è dato fuoco il 17 dicembre 2010 a Sidi Bouzid è la scintilla che ha dato il colpo di inizio alla Primavera araba o Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia. Da questa scintilla è presto scoppiato un incendio che si è propagato ben oltre le frontiere.

Quest’azione disperata ha fatto scoppiare innumerevoli proteste nella capitale, dove una popolazione più istruita e laica a prendere la parola per maggiore libertà e democrazia. Un mese dopo l’inizio della Rivoluzione, il presidente, o dittatore, Ben Ali è fuggito dal Paese. Da allora sono state organizzate elezioni libere, è stata adottata una nuova Costituzione e sono proliferate decine di radio, quotidiani e riviste. Le aspirazioni democratiche sono state soddisfatte, ma la questione delle disuguaglianze sociali pare essere stata dimenticata anche se la Tunisia è uno dei paesi meno corrotti del mondo arabo e la situazione è leggermente migliorata dal 2010.

All’indomani della fuga del presidente Ben Ali sono stati soppressi il Ministero della Comunicazione e l’agenzia di comunicazione governativa del presidente, inoltre è stato abrogato il Codice della stampa e sono stati eliminati gli ostacoli alla libera espressione. L’improvvisa apertura scaturita da un movimento dal basso si caratterizzava per la mancanza di un’autorità centrale legittima e di un quadro giuridico e istituzionale che regolasse il tanto vessato mondo dei media e dei giornalisti. Dopo la Rivoluzione dei Gelsomini del 14 gennaio e il silenzio imposto per decenni ai Tunisini, sono subentrati molteplici mezzi informativi cartacei e digitali. La necessità e la possibilità di parlare si è tradotta in un brulichio di voci che, a stento, ha prodotto qualcosa in più della semplice testimonianza dell’immediato, rendendo scarsamente interpretabile una situazione complessa e in costante evoluzione, con il risultato di contribuire spesso più alla confusione che all’informazione e all’analisi. La situazione si spiega facilmente se si considera che i giornalisti avevano vissuto per più di cinquant’anni sotto una cappa di piombo e si sono trovati improvvisamente lasciati a loro stessi con l’obbligo di agire in uno spazio di libertà totale al quale non erano preparati né professionalmente né culturalmente.

Dal novembre 1987 fino al 14 gennaio 2011, il regime di Ben Ali era considerato dalla stampa e dalle diplomazie occidentali un esempio da seguire per la sua moderazione, per i successi economici e sociali ottenuti, per aver sconfitto il pericolo islamista, per essersi saputo presentare come meta ideale per turisti e tour operators. Era chiaro a tutti che, in realtà, si trattava di un regime fortemente repressivo, con una censura esagerata, un tasso di disoccupazione altissimo e con un sistema di corruzione che avvolgeva l’economia nazionale, gestito da due famiglie: quella di Ben Ali e quella della moglie Leila Trabelsi.

Dal 14 gennaio, tutto è cambiato ecome per magia, è caduta la maschera dell’ipocrisia: le diplomazie occidentali e la stampa mondiale hanno duramente condannato l’orribile dittatura e inneggiato alla rivoluzione del popolo tunisino. Per qualche giorno, i riflettori del mondo intero sono rimasti puntati sulla Tunisia. In poco tempo la Primavera araba è diventata un simbolo positivo. Poi, inevitabilmente, l’attenzione dei media occidentali è scemata, ma per i popoli di altri regimi musulmani la Rivoluzione dei Gelsomini è stata uno stimolo a scendere nelle piazze per protestare contro la repressione feroce, la povertà, la corruzione e l’assenza di un futuro.

Mentre la maggior parte dei paesi del mondo arabo è scossa dai movimenti popolari, gli islamisti sono stati avvantaggiati dalla Rivoluzione. Hanno vinto le elezioni organizzate dopo la caduta del regime di Ali, ma il loro partito è stato obbligato a cooperare con le altre forze politiche. D’altra parte però, altre forze islamiste più radicali sono riuscite a stabilirsi stabilmente delle regioni più povere ricorrendo alla violenza. Di fronte alle violenze e alle tensioni sociali, l’equilibrio tra sicurezza e libertà è molto fragile e le conquiste della rivoluzione sono rimesse in causa. Molti giornalisti denunciano l’aumento delle pressioni da parte delle forze dell’ordine e del Ministero degli Interni: le pratiche del regime che minacciava la libertà di stampa e di espressione sono ancora attuali.

Il ruolo dei media nella Primavera araba

All’inizio, la copertura dei media internazionali sulla Primavera araba è stata scarsa. Nessuno in Occidente immaginava che la morte di Bouazizi potesse scatenare una protesta con importanti conseguenze interne e che i moti potessero addirittura andare oltre i confini tunisini per contaminare i paesi limitrofi.

I media locali hanno subito la censura da parte del governo,  non riportavano ciò che accadeva nel Paese ma manipolavano le informazioni per non opporsi al regime e non mostrare al mondo la situazione in cui versava la Tunisia. I social network e le televisioni satellitari hanno quindi avuto un ruolo chiave nel mostrare al mondo le proteste tunisine e nel mostrare ai Tunisini la forza dell’opposizione.

La maggior parte delle informazioni sulla prima parte degli avvenimenti in Tunisia era facilmente reperibile su Twitter. Il social network è stato un incredibile diffusore in un momento di portata storica: il volume di tweet giornalieri in Tunisia è raddoppiato il giorno della caduta del presidente Ben Ali, schizzando da 4.000 a 8.000.

Anche Facebook, l’altro  principale social network, è stato fondamentale per la diffusione di informazioni e per l’organizzazione delle manifestazioni, non solo in Tunisia ma anche negli altri paesi contagiati dalla Primavera araba. In generale, il numero di utenti iscritti al social network è aumentato gradualmente dall’inizio delle proteste in tutti i paesi a eccezione della Libia.

Internet ha avuto un ruolo cruciale nella condivisione di contenuti censurati dai regimi dittatoriali di quei paesi. Grazie alla viralità della rete e alla mancanza di controllo i governi non hanno potuto arginare il flusso di notizie che è dilagato come un fiume in piena portando alla luce la verità.

Se da una parte è vero che molti manifestanti hanno utilizzato Twitter e Facebook, dall’altra è vero che le proteste sono aumentate anche grazie a forme più tradizionali di attivismo e mobilitazione. Basti considerare, infatti, che nel 2009 solo 34% della popolazione tunisina aveva un’utenza Internet. Nel 2010, l’organizzazione Reporters Sans Frontières aveva incluso la Tunisia in una lista di paesi definiti “nemici di Internet” proprio a causa dello scarso accesso alla rete e ai severi controlli imposti dal regime. Il governo tunisino, per esempio, obbligava i gestori degli Internet café a registrare i documenti dei clienti, anche se per ovviare il problema gli utenti utilizzavano il browser Tor per non lasciare traccia della navigazione online.

Anche i canali satellitari internazionali, come la BBC, o TV satellitari panarabe, come Al-Jazeera o Al-Arabiya, hanno fornito aggiornamenti costanti sull’evolversi della situazione nei paesi interessati. La maggior parte delle informazioni non proveniva dagli inviati “tradizionali”, bensì dai tweet postati dai manifestanti, in certi casi anche ogni minuto.

(3. Continua)

 

Fabio Zanchi
Fabio Zanchi
Giornalista professionista, ha lavorato all'Unità e a Repubblica, dove è stato più volte capocronista di Milano. Ha diretto l'Ufficio stampa di Expo e successivamente quello di Padiglione Italia a Expo. Ora è direttore dell'Altiero.