Eh sì, anche l’autore è traduttore

Tradurre significa non dover mai dire mi dispiace? Se siete in cerca di una raccolta di frasi fatte sulla traduzione, questo illuminante libro di Daniele Petruccioli non fa proprio per voi. Non fa per voi nemmeno se vi aspettate un testo scritto in “critichese”, il linguaggio dei critici letterari, acrobati dell’idioletto, funamboli dell’esibizionismo accademico.

Perché questo è un libro scritto da un traduttore non pretenzioso, che esprime con parole semplici concetti complessi ma alla portata di tutti. Un libro difficile da recensire perché verrebbe voglia di citarlo tutto – ma allora dove sarebbe la sintesi? Proverò dunque a proporre alle lettrici e ai lettori alcune citazioni sparse commentandole. Cominciamo da questa, tratta da pagina 35:

Lo scrittore «traduce da un mondo interiore nella propria lingua madre, indaga accordi e dissonanze fra i due e cerca di farne emergere una bellezza che lasci la sua impronta nella cultura da cui scaturisce. Per farlo usa tutti i mezzi che ha a disposizione, in modo di volta in volta amorevole e violento, fallico e uterino, conscio e inconscio. Il [traduttore] traduce l’espressione del mondo interiore di un altro dalla lingua di quest’altro alla propria lingua madre, indaga accordi e dissonanze fra i due e cerca di farne scaturire una bellezza che lasci la sua impronta nella cultura in cui è impegnato a riversarlo».

Questa frase sommerge sotto tonnellate di materiale i pregiudizi delle persone che pensano che il traduttore sia un ‘vorrei ma non posso’, un aspirante autore che, non riuscendo a pubblicare in proprio, si accontenta di dare voce agli autori ‘veri’. Mostrando che anche il cosiddetto autore è, in realtà, un traduttore si taglia corta la diatriba che solitamente cerca, al massimo, di mostrare ben altro: che anche il traduttore è autore. E in questo capovolgimento è il paradigma stesso a essere capovolto: il ‘vorrei ma non posso’ diventa un ‘potrei ma non voglio’. La bravura sconfinata dell’autore è ridimensionata dal fatto che ha a disposizione materiale infinito: mentre il traduttore può limitarsi solo al prodotto di primo grado dell’autore, cercando di ricostruire in che modo l’autore ha esercitato i propri bias sul materiale scelto dalla realtà, esterna o interna che sia. Molto ben detto!

Perché nella nostra cultura si tende ancora a pensare – grazie a metafore spesso messe in circolazione da noi stessi traduttori! – alla traduzione come ‘ponte’ o come ‘tubo’ o come ‘ricetrasmittente’, laddove «tradurre referenti non è tradurre. È commutare. E per commutare, è sufficiente un commutatore. I traduttori servono ad altri scopi» (57).

Un altro punto chiarito molto bene da Petruccioli è quello che la mente del traduttore non è un imbuto, ma un filtro. E come tutti i filtri qualcosa toglie, qualcosa aggiunge, qualcosa modifica. Il traduttore ha una mente, ha un inconscio, che fa parte dei suoi strumenti di lavoro, forse è uno dei più importanti:

«L’inconscio non è un mostro mangiabambini, e nemmeno una torre d’avorio. È lo strumento di lavoro che qualunque artista usa, di tanto in tanto. È una fucina, dove si mettono gli ingredienti di cui ci si vuole servire per farli fondere e ricavare quella pasta, quel materiale, nel nostro caso linguistico, da lavorare poi con le mani, con le tecniche dell’arte (intesa come mestiere) di ciascuno» (51).

Da questo punto di vista, è evidente che la traduzione intersemiotica enunciata sessant’anni fa da Jakobson non è solo quel fenomeno apparentemente marginale come per esempio la filmizzazione di un romanzo, ma riguarda qualsiasi traduzione interlinguistica propriamente detta, proprio poiché vi è il passaggio mentale, che per sua natura non può essere verbale ma è necessariamente proprio del linguaggio interno evidenziato da Vygotskij. Giustamente Petruccioli afferma che per

«Il fatto che usa una tecnologia (apparentemente) muta, cioè la scrittura, e il fatto che per comodità di linguisti e semiologi la traduzione di testi creativi è stata lasciata fuori dalla traduzione propriamente detta» (29), ma questo non vale per i semiotici invece che, abbandonando a sé stessi il signifiant e il signifié, nella triade segno-interpretante-oggetto trovano posto proprio anche per la traduzione. Peirce anzi pone la traduzione al centro della sua trattazione quando afferma che «un segno non è un segno a meno che non si traduca in un altro segno in cui è più pienamente sviluppato. Il pensiero per il proprio sviluppo ha bisogno di realizzarsi, e senza questo sviluppo non è nulla. Il pensiero deve vivere e crescere in incessanti traduzioni nuove e più alte, altrimenti mostra di non essere vero pensiero» (5:594; neretto mio).

Un altro punto essenziale coperto dal libro è quello della linguacultura madre, spesso altrove semplificata e banalizzata a semplice repertorio, vocabolario. Qui invece «la nostra lingua madre si compone non solo di tanti linguaggi, di tante voci, ma anche di tante distanze diverse a cui queste voci possono posizionarsi rispetto a noi» (45). Si capisce dunque che la traduzione non è un testo-oggetto ma è un processo. Petruccioli insiste – e fa bene – sull’importanza dell’aspetto relazionale: «Quello che deve trovare il traduttore è il profumo di quelle parole, il loro suono, i ritmi che compongono, i sogni che fanno scaturire, le paure che evocano, le immagini che suscitano o distruggono, le relazioni fra di loro e quelle fra loro e chi le legge, per poi ricreare questi effetti nella propria lingua madre» (35). Il testo da tradurre è un processo, e la traduzione s’inserisce in questo processo, lo disrompe, producendo un nuovo processo, nuovo perché avviene tra la mente dell’autore, la mente del traduttore e la mente del lettore.

Tanto che Petruccioli si domanda «se non sia auspicabile una psicoanalisi non tanto della figura dello scrittore nel nostro paese, quanto della sua percezione da parte di critici, studiosi, ma anche lettori in generale» (30).

Però i pregiudizi sulla traduzione non si limitano alla traduzione come prodotto: riguardano anche il traduttore come artigiano. Nel nondetto della nostra cultura si sa che il traduttore non è un mestiere che s’impara, perché in realtà lo saprebbero fare tutti. «Se una cosa nasce fuori dalle scuole non si impara, dunque è innata. Mica è tanto vero. Per secoli, anzi millenni, prima della nascita di qualsiasi scuola, gli uomini hanno imparato eccome. Hanno imparato da una parte – per il saper fare – secondo il metodo dell’apprendistato, dall’altra – per il ricordare – secondo una serie di tecniche mnemoniche, tutte legate al ritmo. Il ritmo» (149).

Quando, insomma, in una cultura manca proprio un certo ‘slot’ (della traduzione, della mediazione, in questo caso), non ci si pone nessuno dei problemi legati a esso: e allora si va per appendici, per esclusioni: il traduttore è un autore che non crea, la traduzione è un testo che non ha autore, l’insegnamento della traduzione è superfluo, tutti lo sanno fare: una concatenazione di rimossi collettivi della cultura a cui apparteniamo.

Non è possibile dare conto di tutta la trattazione di Petruccioli in questa sintesi. Il Leitmotiv resta comunque la questione della traduzione come performance, animata dalla personalità, dallo stile, dalla soggettività del traduttore:

«L’adozione capillare di tecniche performative di traduzione significherebbe vederci restituire idee diverse di bellezza (cosa che, per fortuna, già avviene nella maggior parte dei casi), significherebbe poter scegliere un autore non solo per lui ma anche per chi gli dà voce, esattamente come oggi due amanti di Chopin possono prediligerlo uno in mano a Rubinstein, l’altro in mano a Pollini» (230-1).

Convince questo paragone? A mio parere sì.

È un presidio traduttivo, può avere effetti indesiderati anche gravi, farvi abbandonare i luoghi comuni sulla traduzione e la scrittura.

 

Petruccioli, Daniele

Le pagine nere. Appunti sulla traduzione di romanzi

Roma: La lepre, 2017

pagine 248; 21 cm

Collezione I saggi

ISBN 978-88-99389-26-0

Bruno Osimo
Bruno Osimo
Bruno Osimo è nato a Milano nel 1958 in una famiglia italiana ebraica laica. È sposato, ha due figli. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende (tra l’altro Babel’, Bulgakov, Čehov, Dostoevskij, Leskov, Puškin, Saltykov-Ŝedrin, Spender, Steinbeck, Tolstoj). Dal 1989 è docente di traduzione e scienza della traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano, dove coordina il corso triennale di mediazione linguistica. Ha insegnato alle università di Milano, Udine, Venezia e alle SSML di Padova e Misano. Ha scritto Manuale del traduttore per Hoepli e saggi sulla traduzione. Dal 2000 collabora con Sign Systems Studies (rivista di semiotica di Tartu fondata da Lotman). Ha tradotto e curato semiotici della traduzione come Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin-Rozencvejg, Jakobson, Lotman. Pubblica romanzi con Marcos y Marcos. Ha un PhD con Peeter Torop in semiotica della traduzione.