Diversamente negazionisti

La nostra epoca a volte è definita postideologica. Questo è dovuto al fatto che qualcuno comincia a sospettare che, nella canzone «Destra-sinistra» (1994), Giorgio Gaber fosse semplicemente ironico quando diceva che «Fare il bagno nella vasca è di destra/far la doccia invece è di sinistra». Sapendo che forse era ironico, alcuni hanno trovato nel dizionario la definizione di «ironia» come «dire il contrario», e hanno pensato che la doccia fosse di destra e il bagno di sinistra.
Ma poi è arrivato un Líder Maximo de noantri che ha stabilito che il fatto stesso di affermare che «destra» e «sinistra» sono categorie improduttive è, a sua volta, di destra. È il fenomeno del «metaragionamento autofagocitante», pernicioso sintomo di estinzione delle ultime tracce di vita intelligente.
Poi per fortuna ci ha soccorso la political correctness.
Così si è ricominciato, ma con molto più spazio. Invece di definire cosa è di destra e cosa di sinistra, si è cominciato a pensare a quello che è corretto e scorretto verbalmente. Non si dice «vecchio», si dice «anziano». Non si dice «povero», si dice «poco abbiente». Addirittura non si dice «handicappato», termine early politically correct, poi rinnegato perché qualcuno lo usava come insulto.
La marea coprina dell’ipocrisia montante ha di recente investito anche le carceri, dove una circolare del 31 marzo 2017 del magistrato (sic) Santi Consolo spiega che d’ora in poi lo scopino si dovrà chiamare «Addetto alle pulizie», e non perché qualcuno pensasse ad allusioni di tipo sessuale, ma proprio per affettuosa adesione all’ideologia del nascondere tutta la polvere sotto al tappeto. La cella si deve chiamare «camera di pernottamento», mentre la jacuzzi si può continuare a chiamarla così anche perché non tutte le celle – pardon, camere di pernottamento – ne sono ancora dotate.
Sostenere che usare le parole «vecchio» «povero» «handicappato» «scopino» è sbagliato significa implicitamente confermare che essere vecchi o poveri o handicappati o scopini è secondo chi parla una cosa orrenda, NON che chi parla è corretto nel pensiero.
Ricordo mia figlia alle elementari, che un giorno un compagno apostrofò come «ebrea» con l’intento di offenderla. La maestra allora sgridò il compagno dicendogli che non si deve dare dell’ebreo a nessuno, confermando implicitamente che «ebreo» è un insulto. Purtroppo non le ha consigliato di chiamarla «diversamente cristiana», che sarebbe stata l’apoteosi. La maestra – pardon, la diversamente educante – si è comportata con coerenza secondo la logica della political correctness.
Se uno è sordo, e non se ne vergogna affatto, anzi ne va orgoglioso, quando lo chiamano «non udente» si offende, e ha i suoi buoni motivi, perché si tratta di una concezione colonialista secondo cui «udente» è bello, «sordo» è brutto (e va negato). Questo perché gli udenti sono sordi alla possibilità che essere sordi schiuda un mondo del tutto ignoto e molto interessante. La political correctness serve solo a tacitare la coscienza (sporca) di chi pensa male del diverso da sé.
Questo fenomeno apparentemente banale può servire a fare luce sulla misconosciuta differenza tra linguistica e semiotica.
Dal punto di vista linguistico, la political correctness è perfetta, perché ELIMINA le parolacce. Evitando di fare ricorso alle parole negro, muso giallo, muto, guercio, cella, verbalmente il mondo diventa perfetto. Come se una maestra dicesse: «Pierino, vai alla lavagna e cancella tutte le parole brutte e sostituiscile con quelle belle». Anche se per la verità belle non sono affatto; anzi, la loro bruttezza è paradigmatica dell’indifferenza della nostra società per il bello.
In semiotica invece si tiene conto non già del famigerato SIGNIFICATO – dato meramente scolastico e, per le persone mature, utile solo quanto la bussola per uno che va a fare la spesa ogni giorno al supermercato sotto casa –, ma del più utile SENSO (importanza nel CONTESTO). Se si osservano le parole della political correctness da un punto di vista semiotico, ci si accorge che, oltre a essere drammaticamente comiche, confermano e divulgano i pregiudizi che pretenderebbero di debellare. E perdipiù li confermano con un meccanismo, la negazione della realtà, «presente in caso di psicosi. L’uso della negazione è disadattivo perché ostacola la soluzione di un problema sul piano di realtà. È disfunzionale perché danneggia il soggetto».
Si noti che tutti questi volenterosi pompieri della correttezza esclusivamente superficiale lasciano intatte piaghe culturali ben più purulente, che però non compaiono nella circolare del 31 marzo. I presunti ‘insulti’ «bastardo» e «figlio di puttana» sono ormai universalmente accettati (nei contesti in cui si insulta), né nessuno si vergogna di denigrare la difficoltà d’identificazione del nome del padre naturale. Anche «cornuto» è degno di nota in questa zona oscura, vergognosa dell’inconscio collettivo, ossia pensare che se un coniuge ha avuto rapporti sessuali con qualcun altro sia una vergogna, si noti bene meritevole di derisione, che perdipiù ricade sul coniuge che non ha fatto nulla. Poi c’è tutto il gruppo di presunti ‘insulti’ che riguardano malattie tanto fisiche, come «mongoloide», quanto metafisiche, da «sfigato» a «perdente». Per non parlare delle preferenze sessuali.
La filosofia del verbalmente corretto (come dovrebbe chiamarsi) è profondamente negazionista. In linea di principio non c’è motivo di distinguere il negazionismo collettivo (storico) da quello individuale (psicotico). E quando si dice che è disfunzionale perché danneggia il soggetto, in campo sociale il soggetto è la collettività umana. In altre parole, la diffusione di notizie che negano impunemente la realtà (i vaccini fanno male, gli ogm sono pericolosi) finisce per rendere meno implausibile anche la postverità, perché si è meno sensibili alla menzogna spudorata.
Qui alla Spinelli ci occupiamo di questo: del senso delle cose sotto la superficie. È il senso che insegniamo a capire (decodificare) e a comunicare (ricodificare).
Quando leggiamo di episodi di violenza contro certe categorie di persone interessate da queste zone grigie della cultura, prima di indignarci invocando magari la pena di morte o la castrazione, pensiamoci: il fatto di avere implicitamente accettato la concezione del mondo delineata da queste nauseabonde metafore occulte, di avere ‘parlato bene’ per poter continuare a pensare male, non ci esime certo dalle nostre responsabilità, e complicità, queste sì davvero politiche. «Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti» (De André 1973).

Bruno Osimo
Bruno Osimo
Bruno Osimo è nato a Milano nel 1958 in una famiglia italiana ebraica laica. È sposato, ha due figli. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende (tra l’altro Babel’, Bulgakov, Čehov, Dostoevskij, Leskov, Puškin, Saltykov-Ŝedrin, Spender, Steinbeck, Tolstoj). Dal 1989 è docente di traduzione e scienza della traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano, dove coordina il corso triennale di mediazione linguistica. Ha insegnato alle università di Milano, Udine, Venezia e alle SSML di Padova e Misano. Ha scritto Manuale del traduttore per Hoepli e saggi sulla traduzione. Dal 2000 collabora con Sign Systems Studies (rivista di semiotica di Tartu fondata da Lotman). Ha tradotto e curato semiotici della traduzione come Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin-Rozencvejg, Jakobson, Lotman. Pubblica romanzi con Marcos y Marcos. Ha un PhD con Peeter Torop in semiotica della traduzione.