Dalla Sicilia alla Norvegia: il valore della cucina italiana

Nella foto gli otto ragazzi del ristorante italiano "Fratelli" a Lillestrøm. Sorridenti, tengono in alto la bandiera italiana all'interno della cucina

Il gruppo tutto italiano che ha deciso di lavorare nel ristorante "Fratelli" a Lillestrøm, nel comune di Skedsmo

Una tematica correlata alla migrazione è quella culturale: ci si domanda se si possa emigrare e mantenere salde le proprie radici o abitudini, se c’è un’influenza reciproca tra il migrante e il nuovo mondo circostante. Ma cosa succede quando è proprio per un aspetto culturale che si viene scelti per lavorare lontani da casa?

Abbiamo parlato con Salvatore Fabrizio Li Muli, cuoco palermitano trentaseienne vincitore del Premio Nazionale di cucina “Giuseppe De Gaetani”, membro dell’Euro-Toques International e detentore del titolo di miglior pizzaiolo in Norvegia, dove risiede dal 2002. Secondo chef di cucina da cinque anni nel ristorante “Fratelli” a Lillestrøm, nel comune di Skedsmo, lavora con un gruppo molto affiatato, tutto italiano.

È un lavoro che dà soddisfazioni?

In questo momento, tantissime. È un ristorante che lavora molto bene e ha molto successo. È questa la ragione per la quale quest’anno abbiamo deciso di gareggiare per ottenere la prima stella Michelin. A essere sinceri è un grande impegno se si considera che già nella quotidianità i ristoratori non si fermano un attimo, anzi, lavorano soprattutto quando gli altri invece non devono. Però è la mia grande passione e ne vale la pena.

Come hai cominciato ai fornelli?

Vengo da una famiglia che dà molto valore al lavoro, così quando a tredici anni chiesi a mio padre i soldi per comprare uno dei primi telefonini, lui mi rispose proponendomi di cercare un lavoretto. Cominciai come cameriere, ma m’innamorai quasi subito della cucina. Fu quest’esperienza che mi portò a scegliere l’istituto alberghiero per i miei studi, che ho finito con il titolo di chef capo partita di cucina. Ho cominciato a lavorare nella mia città, Palermo, poi a Milano, in seguito ho raggiunto mio fratello negli Stati Uniti, dove svolge lo stesso lavoro, per poi tornare in Italia. Infine, sono andato in Norvegia.

Quella negli Stati Uniti è stata la tua prima esperienza all’estero?

Sì. Poco dopo aver finito la scuola, decisi di raggiungere mio fratello a Philadelphia, dove era emigrato qualche anno prima trovando anche lui un lavoro nella ristorazione. Sarebbe stato bello lavorare insieme, ma purtroppo gli Stati Uniti non facevano per me, non è scoccata la scintilla. Sembra strano, ma sotto un certo punto di vista gli Stati Uniti e la Norvegia sono simili: sono paesi così lontani dalla realtà alla quale siamo abituati che non è una questione solamente di tempo, o ce ne s’innamora subito o mai.

Come hai avuto la possibilità di andare in Norvegia?

Come succede spesso nella vita, tramite un mio amico. Lui era andato lì per la stagione estiva e, dato che stavano cercando un altro cuoco italiano, mi aveva chiesto di raggiungerlo e di lavorare con lui. Alla fine della stagione, però, avevo incontrato l’amore e decisi di rimanere.

Cosa ti piace di più della Norvegia?

A livello lavorativo, sicuramente il rispetto assoluto per il lavoratore, per le funzioni che svolge ma soprattutto in quanto essere umano. Per quanto riguarda la Norvegia come paese, sicuramente il sole di mezzanotte: la prima volta che lo vidi rimasi senza fiato. In generale, si sente molto la presenza della natura; nonostante 8-10 mesi l’anno sia tutto bianco per la neve, il restante tempo tutto è verde, meravigliosamente verde.

Qual è stato il cambiamento più grande del trasferirsi in Norvegia?

Oltre al freddo? Da siciliano, ritrovarsi a -25° è un cambiamento così grande da essere paragonabile a un trauma. In aggiunta a questo, sicuramente il lasciare la famiglia, il non poter avere un contatto giornaliero con i miei cari. L’addio, o meglio, l’arrivederci all’aeroporto al quale, penso, non ci si abituerà mai. Quando sono partito io la prima volta, circa sedici anni fa, sapevo che, sia per gli impegni lavorativi sia per i costi, non sarei potuto tornare a casa prima di un anno e mezzo. Non c’erano internet e tutti i benefici di comunicazione che ha portato. Non ci si poteva vedere. Era un distacco molto più duro rispetto a ora, quasi totale. Fortunatamente oggi è più facile anche spostarsi, grazie ai biglietti low cost. Un altro aspetto piuttosto complicato è stato quello della lingua.

Che lingue parli? E come le hai imparate?

Inglese, francese, spagnolo, norvegese, svedese, italiano. E ovviamente il dialetto siciliano, che nel mondo è considerato una vera e propria lingua. Quando sono partito, conoscevo pochissimo l’inglese. Quindi, per sopravvivenza, è stata la prima lingua che ho imparato una volta arrivato in Norvegia dove, tra l’altro, è parlata da tutti. So che è un cliché, ma l’ho imparato guardando in lingua originale i film de “Il Padrino”, dove l’inglese è molto italianizzato quindi più facile da comprendere. Il norvegese l’ho imparato molto più lentamente. Ho cominciato sfruttando una mia grande passione, la musica e i testi delle canzoni norvegesi, anche se non sono tra le mie preferite, e ovviamente anche grazie alla televisione. Avevo fretta di imparare soprattutto per questioni lavorative. Infatti, ho lavorato per un’importante compagnia alberghiera qui in Norvegia, che richiedeva una buona conoscenza del norvegese tra i requisiti per essere assunti.

C’è un piatto norvegese che porteresti in Italia?

Non so se piacerebbe molto la cucina norvegese in Italia, oltre alla problematica delle materie prime. Qui mangiano molta cacciagione come la renna e il cervo, ma anche la balena.

Dato che ora lavori in un ristorante italiano che, appunto, cucina italiano, riesci a trovare tutte le materie prime?

Fino al 2010, c’era un grande problema d’import di alimentari. Negli ultimi anni invece la situazione è migliorata: riusciamo a trovare quasi tutti i prodotti, anche se non delle marche italiane più conosciute.

Qual è, secondo la tua esperienza, la differenza più grande tra il lavorare in Italia e il lavorare in Norvegia?

Il rispetto tra datore di lavoro e impiegati. È quello che molto spesso in Italia manca in cucina. Qui è impensabile che un lavoratore non sia messo in regola, mentre in Italia, purtroppo, il lavoro “in nero” persiste ancora. In Norvegia, non c’è neanche bisogno di chiedere che i tuoi diritti siano rispettati, è scontato ed è la cosa più importante. Basti pensare che, anche se in quest’ambito è difficile avere giorni liberi, se si sta male, si viene mandati subito a casa. È la legge, e viene applicata. Invece in Italia, in questo settore nello specifico, c’è quasi paura di stare male e doversi assentare. Così si crea un ambiente in cui si ha difficoltà a far rispettare i propri diritti, molto spesso anche a causa del fatto che viene sempre ricordato ai dipendenti da chi comanda che c’è qualcun altro pronto a prendere il loro posto, che ha meno pretese e più bisogno.

Vedi opportunità per il tuo futuro in Italia?

Penso che tornare a casa sia il sogno di tutti gli Italiani all’estero. Penso che la maggior parte delle persone che emigrano lo facciano per necessità di vario genere, non perché vogliono davvero vivere lontano dalla propria terra. Semplicemente poi con il tempo ci si abitua, ci si rassegna, in un certo qual modo. Oppure, come me, si vive in un altro paese nella speranza di guadagnare abbastanza per un domani avere la possibilità di tornare in Italia e vivere una vita dignitosa.

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