Le Dalal Bengalesi e le nuove tratte dei migranti

Migranti bengalesi sbarcati in Italia

Quando la disperazione si trasforma in business

7.500 chilometri.Questa è la distanza che separa Roma dall’affollata Dhaka, capitale del Bangladesh. Quest’ultima, in meno di tre anni, ha assistito all’inarrestabile proliferazione di fantomatiche agenzie viaggi, chiamate Dalal, che lucrano sulla disperazione dei propri connazionali regalando false speranze.
Molte sono le ragioni che hanno portato alla nascita di queste criminose e redditizie attività, come ad esempio i cambiamenti adottati dai paesi dell’eurozona nelle loro politiche migratorie. A dimostrazione di questo, l’Italia nel 2014 ha deciso di chiudere molte delle legali vie di transito, le stesse che dal 1990 hanno trasportato nello Stivale circa 10.000 bengalesi all’anno. Dopo il giro di vite, nell’intero 2016, solamente tre cittadini bengalesi sono arrivati legalmente nel nostro paese.
Nonostante tutti gli sforzi compiuti dai governi italiani ed europei per interrompere il flusso di espatrianti bengalesi, quest’ultimi, secondo dati del Ministero dell’Interno, sono il secondo gruppo etnico dei migranti che ogni giorno raggiungono le nostre coste. Nel 2017, ben 7.133 bengalesi sono arrivati in Italia con i tristemente noti “barconi della speranza”.
Al fine di intuire quali siano le motivazioni che spingono queste persone a compiere un rischioso viaggio in mare dobbiamo brevemente analizzare il paese d’origine. Il remoto Bangladesh è il settimo paese per numero di abitanti a livello mondiale con ben 160 milioni di persone, fra questi moltissimi vivono sotto la soglia di povertà o in situazioni precarie. Inoltre, la debole economia bengalese e i frequenti disastri naturali contribuiscono significativamente a inasprire le condizioni delle zone più rurali del paese. Precarietà, disperazione e il sogno di elevare il proprio status sociale sono i motori trainanti dell’emigrazione bengalese in Europa, specialmente in Italia e Regno Unito.

Il ruolo delle Dalal

Le fantomatiche agenzie di viaggi, presenti in gran numero a Dhaka e nelle maggiori città, stanno giocando un ruolo chiave nei numerosi arrivi dei cittadini bengalesi in Europa.
Il servizio offerto dalle Dalal è altamente efficiente e variegato. Le Dalal organizzano voli low-cost dal Bangladesh alla Libia, con scali in Turchia o in Sudan. Per le partenze sono scelte le piste aeree di cittadine minori, in modo da incorrere solo in blandi controlli aeroportuali.Per giunta, le agenzie forniscono documenti falsi ed è assodata, nell’immaginario collettivo, la teoria dell’esistenza di tacite collaborazioni fra agenzie ed elementi appartenenti alle autorità aeroportuali bengalesi. Arrivati in Turchia o in Sudan, i migranti non vengono neppure controllati dalle autorità locali, anch’esse sanno che sono lì solo di passaggio.
Dunque, in meno di 12 ore, un cittadino bengalese riesce a raggiungere la Libia, dopo aver pagato enormi somme alle suddette agenzie, ben liete di anticipare il denaro per poter “strozzinare” le famiglie dei loro clienti rimaste in patria.

L’inferno Libico

La Libia rappresenta l’ultima fase del percorso di ogni migrante bengalese, nonostante il loro lungo viaggio sia quasi terminato, è in questo preciso momento che inizia il vero calvario, un ultimo gradino lastricato di paura e soprusi prima di raggiungere la Sicilia.
Arrivati sul suolo libico, i cittadini bengalesi vengono prelevati con la forza da organizzazioni criminali sorte dopo la caduta del dittatore Muammar Gheddafi. I sequestratori smistano in piccoli gruppi tutti i malcapitati trasportandoli in zone rurali fuori dalle città e fuori dal controllo delle quasi inesistenti autorità locali. In un secondo momento, gli sventurati vengono stipati in piccole strutture quasi fossero capi di bestiame pronti al macello. Con l’uso della forza e con la promessa dell’arrivo del fatidico momento adeguato per la partenza, i migranti vengono tenuti in uno stato di semi quiescenza. Senza preavviso e dopo giorni di castighi corporali, i migranti vengono trasportati sulle spiagge libiche per raggiungere il barcone che li porterà in Italia.
Dalla padella alla brace, i passeggeri vengono nuovamente stipati su fatiscenti imbarcazioni per compiere una tratta che necessita da quattro a diciassette giorni di navigazione.Malgrado le sole 440 miglia nautiche che dividono la Libia dalle coste della Sicilia, molte sono le difficoltà che questo tipo di traversata comporta. I racconti di coloro che in passato hanno compiuto il viaggio coincidono nell’affermare che le navi compiono rotte diverse e molto più lunghe per poter evitare le motovedette della marina libica. Inoltre, spesso il sovraccarico causato dalla quantità di persone a bordo porta alla rottura di componenti meccaniche del motore, lasciando in balia della corrente tutti i passeggeri.

Se saranno fortunati i malcapitati attraccheranno sulle nostre coste o verranno soccorsi dalla marina italiana, al contrario il mare inghiottirà l’intero carico spezzando le vite di tutti. Nel solo 2017, secondo dati ONU, circa 3.000 migranti sono morti tentando la traversata, trasformando il Mediterraneo in un vero e proprio cimitero.

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Libia: Escalation nella violenza. Secondo i racconti dei migranti bengalesi in Libia, soprattutto nell’ultimo periodo, si sta verificando un’escalation di violenza da parte dei gruppi criminali libici. Sono sempre più comuni le vicende che terminano in ricatti, omicidi e sparizioni. Con il chiaro intento di spremere i migranti, i criminali libici,sotto la minaccia delle armi, obbligano i loro assistiti a farsi inviare denaro dalle famiglie in patria.Nei casi più estremi si sono anche verificati omicidi mirati ad intimorire maggiormente queste persone, altri sono i casi dove cittadini bengalesi sono stati prelevati dal gruppo senza mai fare ritorno.

Intervista ad Amin

Nell’aprile 2018 ho avuto l’opportunità di intervistare Amin, arrivato nel 2016 nel nostro paese con uno dei tanti barconi della speranza. Nonostante il giovane bengalese sia perfettamente inserito nella nostra società e disponga di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, ho deciso rispettare la sua volontà di non rivelare la sua reale identità.

Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a compiere questo viaggio?

La mia situazione economica in Bangladesh era particolarmente precaria. Nonostante avessi lasciato la scuola per poter aiutare la mia famiglia, questo non era sufficiente. Mio fratello e molti dei miei amici si erano già recati in Italia per migliorare la loro condizione economica, dunque mi sono fatto coraggio e ho deciso di partire anche io.

Puoi raccontare le tappe del tuo viaggio?

Dopo aver deciso di partire, ho preferito non dire niente a mia madre, perchè sapevo che non me lo avrebbe permesso; Infatti, anche in Bangladesh è ben nota la pericolosità che questo tipo di viaggio comporta, soprattutto dopo la caduta di Gheddafi.
Nel dicembre del 2016 sono scappato di casa con lo stretto necessario per poter raggiungere Dhaka. Arrivato nella capitale, ho iniziato a lavorare come tassista ma dopo due mesi non avevo ancora raggiunto la somma necessaria per poter pagare il viaggio alla Dalal, a cui mi ero già rivolto. La situazione precaria in cui vivevo a Dhaka mi ha obbligato a vendere il veicolo datomi dalla compagnia di taxi per poter raggiungere la somma richiesta per l’intero viaggio.
Non appena l’agenzia a cui mi ero rivolto ha ricevuto tutti soldi pattuiti, circa 1.500 euro, mi sono stati dati dei documenti falsi per ovviare al problema della minore età. Dopo sei giorni, sono partito dall’aeroporto di Dhaka e sono arrivato ad Istanbul, dove ho soggiornato all’aeroporto Ataturk per quattro giorni mentre attendevo il volo per Tripoli. Senza essere minimamente controllato dalle autorità turche, mi sono imbarcato verso la Libia. Giunto a Tripoli, insieme ad altri venti compaesani siamo stati prelevati da uomini che si sono qualificati come membri della Dalal di Dhaka.
Per ventotto giorni siamo stati confinati in una tenuta poco fuori Tripoli. Qui siamo stati costretti a rimanere ammucchiati in piccole stanze al buio per un lungo periodo, ci facevano uscire a turno solo per espletare le nostre funzioni e sgranchirci le gambe. In questo periodo ho assistito a numerose scene di violenza, soprattutto percosse a chiunque si lamentasse sia per la scarsità di cibo sia per il trattamento. Io personalmente sono stato picchiato per aver rifiutato di chiamare a casa chiedendo di mandare del denaro.
Un giorno, senza nessun preavviso, siamo stati prelevati e portati alla spiaggia di Tripoli, da lì siamo saliti su una barca e abbiamo iniziato la traversata. Colui che ha guidato l’imbarcazione era un membro della Dalal di origine bengalese e ci ha avvisati che arrivati nei pressi della costa italiana avrebbe lasciato il timone e si sarebbe mischiato tra gli altri migranti. Chiunque avesse rivelato la sua identità alle autorità italiane avrebbe scatenato rappresaglie rivolte alle famiglie rimaste in patria.

Qual è stato il momento più difficile? Puoi raccontarci le emozioni che hai provato?

Il momento più duro è stato sicuramente la traversata in mare, molto più della permanenza in Libia. Le percosse e i lividi sono qualcosa di passeggero, ma se non sai nuotare il mare fa ancora più paura. La traversata è durata quattro giorni e, non essendo mai salito su una barca in vita mia, ho iniziato a sentirmi male dopo il primo giorno. La scarsità di acqua e cibo non sono stati un problema, soprattutto perché la nausea mi ha accompagnato durante tutto il viaggio.

Come ti eri immaginato l’Italia? E come la vedi ora?

Se devo essere sincero, non avevo mai pensato molto all’Italia prima del mio arrivo. È stato tutto molto veloce, intendo dalla decisione di partire al mio effettivo arrivo. Spesso parlavo con mio fratello e con i miei amici che già erano partiti, sono stati i loro racconti a convincermi a partire. Al mio arrivo non ero particolarmente felice, mi riferisco al periodo di un anno circa passato nel centro di prima accoglienza a Catania. Però, ho cambiato subito il mio pensiero non appena sono arrivato a Milano e ho rivisto mio fratello. La città è bellissima e quello che mi ha più colpito è la pulizia delle sue strade. Dopo questa esperienza mi ritengo fortunato; fortunato per essere riuscito ad arrivare e fortunato perché sto già lavorando completamente in regola.