Altiero Spinelli visto da se stesso: l’autobiografia

Tutti sanno che Altiero Spinelli ha fondato nel 1943 il Movimento Federalista Europeo, poi il Club del coccodrillo nel 1981, risultando determinante per la creazione di un progetto di trattato istitutivo di un’Unione Europea con marcate caratteristiche federali che venne adottato dal Parlamento europeo nel 1984.

Quello che non tutti sanno è che il personaggio che dà il nome alla nostra Civica Scuola per Interpreti e Traduttori ha avuto una vita personale molto piena e avventurosa che, per nostra fortuna, racconta in un libro uscito parzialmente postumo: il primo volume nel 1984, il secondo nel 1987, un anno dopo la morte. Quando si arriva alla frase «Quel giorno compivo vent’anni», si ha l’impressione di avere già letto non una, ma due vite. E invece si è solo all’inizio, a circa un quarto.

 

Altiero Spinelli è nato nel 1907 a Roma, dove è morto nel 1986. L’aspetto forse più impressionante di questa intensa autobiografia di uno dei padri fondatori dell’Europa unita è che non disdegna di raccontare anche fatti privati e privatissimi. Per esempio qui ci parla di una sua malcerta identità di genere da bambino:

«Da bambino ero stato di temperamento docile e quieto, tanto che mia madre e le domestiche dicevano spesso che avrei dovuto nascere bambina» (47).

Essendo stato arrestato in quanto iscritto al Partito comunista italiano all’età di vent’anni, giocoforza la sua formazione è autodidattica e comprende anche molta filosofia e molte lingue, anche perché la qualità delle traduzioni lasciava desiderare:

«Le traduzioni erano spesso scadenti; ricordo ancora quanto dovetti faticare per capire che ‘premarziano’ era la traduzione di ‘vormärzlich’ e voleva dire ‘anteriore alla rivoluzione del marzo 1848’» (51).

Con le magre finanze del carcerato, fa di tutto per procurarsi materiali legali e illegali. Naturalmente, gli autori marxisti erano vietatissimi, e a causa di una confusione tra due nomi vagamente somiglianti – e dell’ignoranza del direttore del carcere – fatica parecchio a procurarsi la Fenomenologia dello spirito di Hegel:

«Avendo il direttore rifiutato l’acquisto della Phaenomenologie des Geistes di Hegel, andai a spiegargli che si trattava del più grande filosofo del secolo scorso, che Gentile e Mussolini lo consideravano uno dei loro maestri. Non riuscivo a sormontare la sua resistenza, finché di colpo, avendo intuito non ricordo più sulla base di quale indizio, la ragione della riluttanza, gli feci notare che il nome dell’autore del libro era Hegel, mentre l’amico di Marx si chiamava Engels. Si tranquillizzò di colpo» (139).

Le lingue per Altiero sono strumenti indispensabili per studiare il pensiero dei grandi senza il filtro, talora deformante, delle traduzioni. In particolar modo in epoca fascista la traduzione ha avuto un ruolo nefasto nella protezione della cosiddetta italianità. È in questo periodo che nasce il doppiaggio, grandioso strumento di incentivazione del provincialismo e di negazione dell’altrui.

Molte delle incomprensioni fra pensatori, filosofi, politici tuttora hanno radice nell’erronea e frammentaria resa dei loro scritti nelle lingue diverse da quella originale. Altiero non si scoraggia:

«Il secondo impegno di studio derivava dal desiderio di ascoltare e interrogare nella loro lingua i grandi cui mi rivolgevo. Ciò mi portò a perfezionare l’italiano, a far rifiorire il francese e il latino, a dar pienezza al poco più che grammaticale tedesco, ad apprendere il russo, l’inglese, il greco antico, e, quando fu proclamata la repubblica a Jaca, lo spagnolo» (142).

Per riuscire a far entrare in carcere libri malvisti dalla censura fascista, Altiero approfitta della presenza di un cittadino svizzero, Hoffmann, al quale era permesso ordinare anche libri proibiti in quanto cittadino non italiano e quindi non suddito di Mussolini. Altiero fa ordinare a lui i libri che gli servono e poi con questo ingegnoso stratagemma organizza degli scambi impercettibili:

«Per ogni libro di Hoffmann che ci interessava ne compravamo uno di contenuto innocuo dello stesso formato, disfacevamo i due libri, scambiavamo le copertine contenenti i titoli ed il timbro di autorizzazione della censura, e li rilegavamo con assoluta precisione. Così presso Hoffmann si accumulavano Favole di Grimm, drammi di Lessing ed altro, e da noi l’Imperialismo di Lenin, l’Anti-Dühring di Engels, la Storia del partito comunista russo di Jaroslavskij» (199).

Nei lunghi anni del carcere (tra prigionia vera propria e confino Altiero trascorre quasi un ventennio, dai 20 ai 38 anni) lo studio e il ragionamento incrinano il suo rapporto col Partito comunista italiano, soprattutto quando si accorge che alcuni suoi compagni di partito, con i quali in carcere forma vere e proprie cellule clandestine organizzate, hanno scambiato l’adesione a questa ideologia per la conversione a una fede religiosa:

«Se fossi stato anch’io comunista per bisogno di credere, avrei forse saputo costringere la mia mente ad obbedire, mi sarei esercitato anch’io nella virtù dell’autocritica, scoprendo e perseguitando in me la protervia piccolo-borghese della libertà del pensiero, e sarei restato fedele alla dottrina ricevuta. Ma nel patto segreto che avevo concluso con il partito non c’era scritta la rinuncia all’autonomia e alla libertà assoluta del mio pensiero» (144).

Quanta attualità in queste parole di Altiero! Dal 1929 sono passati quasi novant’anni, ma ancora oggi troviamo uomini politici che confondono l’adesione razionale a una linea politica con il tifo sfegatato per questa o quella fazione minoritaria.

«Terracini cercava di mostrare che nella politica di Stalin c’erano eccessi inutili e dannosi, che era sciocco considerare socialfascisti ad esempio quelli di Giustizia e Libertà, i quali andavano in carcere come noi» (194).

Si noti che Giustizia e Libertà era un gruppo liberalsocialista guidato da Carlo Rosselli, un alleato fondamentale nella lotta contro il regime dittatoriale fascista. Altiero si accorge benissimo che, in principio, tra un gesuita e un comunista ottuso non c’è nessuna differenza di metodo:

«Il breve battibecco [con Scoccimarro] mi è rimasto nella memoria perché caratteristico dell’uomo e della concezione storiografica stalinista, così simile a quella apologetica cristiana, cui egli si adeguava impudicamente» (201).

Nel 1936 ad Altiero, tramite canali interni del partito, giungono notizie a proposito delle persecuzioni contro Trockij, Zinov’ev, Kamenev, e capisce che un partito che in vista di questi fatti continua a schierarsi con Stalin non può fare per lui.

«Si era sviluppato verso Stalin, in modo aberrante, un rispetto obbediente, che stava trasformandosi sempre più in vera e propria adorazione. Ahimè, quanto somigliante al Duce e al Führer stava diventando il Velikij Vožd’!» (245).

A chiunque fosse dotato di conoscenza e autonomia di giudizio appariva evidente che in Russia prevaleva  una forma di dittatura, di culto della personalità:

«Mi rifiutavo di considerare Zinov’ev, Kamenev, Bucharin, Pjatakov e tutti gli altri spie, i processi erano espressione di una grossa crisi politica e come tali li avremmo dovuti analizzare e giudicare, senza essere obbligati ad accettare in partenza che fosse Stalin ad aver ragione» (248).

La cosiddetta dittatura del proletariato – dove già in partenza di proletario c’era ben poco – era in realtà dittatura dell’oligarchia comunista:

«Rilevavo che la dittatura del proletariato si era trasformata in dittatura del partito, poi del Comitato Centrale, poi personale di Stalin, che i soviét non esistevano in realtà più, difendevo Trockij contro Stalin» (249).

Nel 1937 finisce il carcere e comincia il confino, a Ponza. Qui la vita è molto più libera, e la narrazione tocca anche molti argomenti privati come la promiscuità sessuale dei confinati e delle indigene, molte delle quali interessate a conoscere questi uomini così diversi e così inconcepibilmente più istruiti. Qui sta parlando di una ragazza molto popolare:

«Un giorno scomparve, e per un paio di mesi coloro che la desideravano la cercarono inutilmente. Era stata rapita. Cinque o sei confinati che si erano presi in affitto un appartamentino in comune, l’avevano portata da loro e l’avevano convinta senza difficoltà a restarsene chiusa nella loro casa» (233).

Altiero dimostra lungo tutta l’autobiografia un’attenzione particolare per le parole, i gerghi, le parlate locali e di gruppo. Qui spiega come mai i confinati che si spacciavano per politici ma non lo erano, e lo facevano solo per “godersi” i – relativi – benefici del confino, erano detti «manciuriani»:

«La storia del termine “manciuriano”[…] a Ponza nell’antico carcere borbonico […] erano due cameroni tetri e umidi […] c’erano perpetue correnti d’aria […] erano stati battezzati Siberia e Manciuria […] si era formata una tacita congiura tra i politici [che erano] avvisati tempestivamente dai compagni dei posti che si facevano man mano liberi nelle camere a causa di malattie […] nel giro di alcuni mesi i falsi politici rimasero raggruppati in Manciuria» (241).

Qui al confino, prima a Ponza e poi a Ventotene, Altiero s’ingegna per tirare a campare. Allestisce perfino un allevamento di galline e tacchini, col duplice scopo di sfamare sé e i suoi compagni di “mensa” (quella ormai dei federalisti, separata da quella dei comunisti e da quella dei socialisti) con le uova e poi, una volta invecchiati gli animali, anche con le galline stesse.

Sensibile e osservatore, si accorge che una gallina s’innamora di lui, scambiandolo per un gallo, e non riesce a disinteressarsene, cerca di adattarsi a stare al gioco, vuole fare bene anche questo “lavoro” molto collaterale nell’economia della sua vita:

«Afferravo con il medio e l’anulare qualche piuma del collo, e carezzavo dolcemente con il pollice il fondo palpitante del ventre della gallina. Ma non la vidi mai risollevarsi rabbuffando prima e rassettando poi tutte le piume come solevano fare con un fremito di soddisfazione le altre galline» (291).

Dev’essere stato buffo incontrarlo a Ponza, metà intellettuale, metà contadino, che in un’epoca insospettabile già si dedica allo yoga in mezzo ai campi spelacchiati dell’isola:

«Avevo finito gli esercizi di hata-yoga con i quali fra i miei pomodori imparavo a prendere un po’ più possesso del mio corpo e riposavo supino qualche momento prima di accingermi al lavoro, seguendo con lo sguardo uno stormo di allodole che volavano verso il nord» (296).

Finalmente riesce anche a trovare un lavoro più adatto alle sue capacità: quello di traduttore.

«Grazie all’interessamento di De Ruggiero tradussi vari libri tra cui ricordo solo, perché partecipai intellettualmente a quel che andavo traducendo, Aristotele di Ross, Die Geschichte der neueren Historiographie di Fueter, e The economic causes of war di Robbins. Ciò mi permise di dire infine ai miei, con sollievo mio, ancor più che loro, che non avevo più bisogno del sussidio che mi avevano mandato ogni mese dal giorno dell’arresto. Un brigadiere della polizia, passandomi un giorno accanto mentre stavo traducendo dal tedesco, mi chiese quante lingue conoscessi e, uditolo, esclamò: “Ma voi avete l’avvenire assicurato! Con tutte quelle lingue troverete senza difficoltà un posto di portiere in un grande albergo”. Dal tono ammirato compresi che voleva non umiliarmi ma farmi un complimento, e sorrisi: “Chissà, potrebbe anche essere”» (293).

Anche oggi il traduttore e l’interprete fanno a volte una certa fatica a far capire lo specifico della propria professionalità, perciò questa trovata del brigadiere – ahimè – non ci sorprende più di tanto. D’altra parte Altiero per tutta la vita è stato diverso da tutti quelli che lo circondavano, e questo non lo ha mai indotto a scoraggiarsi:

«Fra i miei alimenti spirituali non c’erano né la soddisfazione di sé di tipo farisaico, caratteristica dei confinati giellisti consci sempre di aver fatto tutto il loro dovere, di essere sempre pronti a farlo, e persuasi quindi di essere annoverati tra i giusti; né la dedizione, di tipo gesuitico, propria dei comunisti, al loro partito e ai suoi dogmi» (299).

Nella progettualità politica dei primi anni Quaranta, da federalista Altiero cerca di immaginarsi quale paese europeo sarà il perno della futura federazione di stati, che supererà il nazionalismo e l’imperialismo. Secondo Ernesto Rossi e Altiero questo paese sarebbe potuto essere la Gran Bretagna:

«L’Inghilterra avrebbe potuto essere, secondo noi due, il centro della rinascita europea, se nel dopoguerra la sua sinistra avesse vinto mettendo da parte le visioni imperiali dei conservatori ed aprendosi ai moti democratici e socialisti europei. Le nostre illusioni sull’Inghilterra erano di poco inferiori a quelle di Colorni sulla Russia» (317).

Quanta ironia suscita questa previsione in tempi grami di Brexit!

Infine una curiosità: la parola «spinello», che negli anni Settanta si usava per designare una sigaretta alla marijuana, era già in uso in forma diversa negli anni Trenta. Qui Altiero ci parla della sua esperienza in carcere:

«Nella segregazione imparai a usare il tabacco in tutti i modi possibili: il trinciato arrotolato a mano in sottili spinelli, il toscano, la pipa di terracotta col rudimentale bocchino di legno; annusavo anche polvere di tabacco e ciccavo» (128).

 

Spinelli, Altiero

Come ho tentato di diventare saggio

Bologna: Il mulino, 2014

pagine XV + 433; 22 cm

Collezione Storica paperbacks numero 15

ISBN 978-88-15-25299-9

Bruno Osimo
Bruno Osimo
Bruno Osimo è nato a Milano nel 1958 in una famiglia italiana ebraica laica. È sposato, ha due figli. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende (tra l’altro Babel’, Bulgakov, Čehov, Dostoevskij, Leskov, Puškin, Saltykov-Ŝedrin, Spender, Steinbeck, Tolstoj). Dal 1989 è docente di traduzione e scienza della traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano, dove coordina il corso triennale di mediazione linguistica. Ha insegnato alle università di Milano, Udine, Venezia e alle SSML di Padova e Misano. Ha scritto Manuale del traduttore per Hoepli e saggi sulla traduzione. Dal 2000 collabora con Sign Systems Studies (rivista di semiotica di Tartu fondata da Lotman). Ha tradotto e curato semiotici della traduzione come Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin-Rozencvejg, Jakobson, Lotman. Pubblica romanzi con Marcos y Marcos. Ha un PhD con Peeter Torop in semiotica della traduzione.